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Le violenze sulle donne non si limitano solo alle dinamiche più note che si leggono sui giornali di cronaca. Violenza fisica, sessuale, psicologica sono solo alcune facce della cultura della violenza sulla donna. Meno esposto sotto i riflettori dei media è il matrimonio combinato.

Gioia (nome di fantasia) è una ragazza macedone che vive in Italia. É scappata dalla sua famiglia per sottrarsi ad un matrimonio combinato. Dopo essere stata accolta in un centro antiviolenza, vive e lavora in una casa-famiglia e continua ad essere sotto protezione.

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Gioia vuole raccontare la sua storia.

Sono nata in Macedonia, a Tetovo e ho vissuto lì per due anni con mia madre e mia sorella più grande. Mio padre era già in Italia da qualche mese prima che io nascessi. Una volta sistematosi ci ha portati in Italia e ho sempre vissuto lì fino all’anno scorso (2012, ndr).

Infanzia. Qual è il ricordo che ti è rimasto?

Difficile, in quanto su tante cose sono cresciuta da sola, perchè io ho avuto e ho la fortuna di avere due genitori stupendi: io li reputo i due genitori più bravi del mondo. L’unica cosa che mi strugge è la cultura che li domina. Io non ce l’ho con loro, anzi li amo, ma la cultura che hanno subito e che li ha educati sin dalla nascita li rovina, e a causa di questa cultura hanno avuto nei miei confronti delle attenzioni sbagliate: erano molto presenti lì dove non ce n’era bisogno e quando avevo bisogno di loro non ci sono stati.

La cultura dei genitori di Gioia incide molto sulla sua vita. La religione poi, determina il suo destino.

La cultura che domina i miei genitori è una cultura che dice “la donna non vale niente”: è un oggetto, e l’uomo è quello che la deve dirigere.

La Macedonia è prevalentemente ortodossa, ma il30% della popolazione è mussulmana . Di questo 30% circa la metà è molto conservatore e la mia famiglia fa parte di questa metà. La ragazza deve frequentare solo le scuole dell’obbligo, deve stare in casa e fare la donna di casa; deve essere sottomessa.

Non mi è mai mancato nulla dal punto di vista materiale, ma la mia femminilità sin dall’infanzia veniva nascosta. Mi compravano vestiti che nascondevano la mia femminilità, vestiti molto larghi.

Gioia vive in Italia e dopo qualche anno andrà a scuola; questa, sarà la sua salvezza. La scuola infatti, viene vista come una forma di libertà per le ragazze destinate ad una vita chiuse in casa, pronte e costrette a sposarsi subito dopo la fine della scuola dell’obbligo.

Il padre di Gioia le permette di andare alle superiori in Italia. È brava a scuola, impara tutto a lezione perché una volta ritornata a casa la madre non la fa più uscire. Deve aiutare in casa.

Ho avuto la fortuna di avere nel mio cammino persone che mi hanno sempre sostenuto e mi continuano a sostenere anche da lontano, perchè mi hanno fatto conoscere nuovi mondi che mi hanno fatto crescere. Loro hanno sempre saputo tutto. Io non potevo uscire e quindi ogni scusa era buona per evadere.

La scuola era un modo per essere più libera, ma anche l’istruzione in sè è libertà, perchè è una scelta anche quella.

Gioia consegue il diploma di qualifica professionale: finisce la scuola dell’obbligo.

In terza superiore, dopo la qualifica, mio padre non volle più che continuassi ad andare a scuola.

Un giorno gli chiesi di andare a pagare il bollettino delle tasse scolastiche. Lui sorridendo, con un sorriso strano che sembrava quasi un ghingno, disse: “tu non vai più a scuola”. Mi dovevo sposare. Io gli risposi: “tutto mi puoi toccare, ma la scuola no”. Non volevo sposarmi e fare la vita di mia madre, serva e schiava, picchiata spesso e volentieri da mio padre ubriaco.

“Mi fate schifo, mi fa schifo la vostra cultura”. Non so cosa mi prese, era la prima volta da quando ero nata che risposi in questo modo a mio padre. Quel giorno ho rinnegato i miei genitori in tutto e per tutto. Nella vita bisogna osare se no non cambierà mai niente.

A quello sfogo segui il silenzio interminabile e straziante di suo padre.

“Ma chi ti ha cresciuto fino ad oggi?”, rispose. Questa frase è per me ancora un punto di domanda. A settembre iniziai il quarto superiore anche grazie ad una forte insistenza dei miei professori, del vice-preside e del preside: ma secondo me è stata una decisione che lui aveva già preso.

Gioia continua ad andare a scuola, sono gli ultimi anni dopo i quali sarà costretta a seguire il destino di sua sorella di 5 anni più grande. Lei infatti si è sposata con un matrimonio combinato che è andato male. Suo padre l’ha fatta divorziare e ha combinato un matrimonio con un altro uomo di un’altra famiglia.

A differenza di mia sorella, sono stata più fortunata. Lei non ha mai visto uno spiraglio di luce, io me lo sono creato. Se sono stata così ribelle rispetto mia sorella, c’è un motivo: quando avevo 8 anni sono stato violentata dai miei cugini, per un anno intero. Non è stata una violenza sessuale completa, ma ci sono state botte, strangolamenti, urla e minacce. Avrei accettato la violenza da parte di un estrano ma non dai componenti della mia famiglia. Chi ha perso la dignità non sono io ma loro; chi si è macchiato non sono io, ma loro. Lì è venuta fuori la mia ribellione.

I preparativi del matrimonio combinato iniziano già dalla più tenera età.

Già da quando avevo 13 anni venivano da mio padre per chiedermi la mano. Venivano i genitori dei miei possibili e futuri sposi. Conoscevano mio padre e me attraverso amicizie o semplici conoscenze o quando andavamo a qualche matrimonio in Macedonia. In quelle occasioni io non restavo chiusa in stanza, anzi dovevo vestirmi bene, esaltare la mia femminità intesa però come la intende la mia cultura: dovevo servire il tè, ero più femminile nei vestiti ma non in modo volgare, dovevo sorridere e fare la ragazza per bene. Mi sono sempre ribellata, non sono un oggetto che si deve vendere in questo modo.

Come funziona il matrimonio combinato nella tua cultura e nella tua comunità?

Ti parlo del matrimonio di mia sorella. Vennero a chiedere la mano di mia sorella dopo aver raccolto informazioni dalla gente che ci conosceva. Ci incontrammo tutti con la famiglia del futuro sposo in un parcheggio e ci presentammo. Mia sorella e lui non si erano mai visti prima, non sono mai stati solo durante quell’incontro. Più tardi, mio padre e il padre e il suo futuro suoceso si incontrarono da soli e si strinsero la mano. Il matrimonio era combinato.

Tra pianti infiniti e urla a squarciagola, la sorella di Gioia sposa quell’uomo che non aveva mai visto prima nella sua vita se non per pochi minuti in un parcheggio, con tutta la famiglia al completo. E la dote?

Non esiste più la dote. Nel matrimonio, la cosa più importante è la purezza, la verginità, anche in termini di esperienza: come donna non devi essere emancipata, non devi ribellarti. Sei annullata. Mio padre pagò la dote di mia madre 40 000 euro, ma erano altri tempi. Adesso non si usa più. Il fatto che io finissi le superiori rappresentava, tra le altre cose, un surplus per mio padre affinché potesse trovarmi marito. Una donna colta vale.

Gioia si diploma. Ora non ha più scuse, deve sposarsi.

Quattro giorni dopo la maturità scappo di casa. Nelle runioni di istituto o di classe, venne un centro antiviolenza a parlarci della violenza sulle donne: mi si aprì un mondo, ero d’accordo con tutto quello che dicevano, specialmente che la violenza ti annulla.

Entrai in contatto con loro, feci dei colloqui che mi servirono molto per comprendere bene la mia situazione. Ho dovuto fare tutto di nascosco, durante l’orario scolastico; il preside mi firmava i permessi, poiché ero maggiorenne, affinché andassi a questi colloqui. Compagni di classe e professori mi aiutarono molto.Il centro antiviolenza ed io decidemmoche non era più il caso di rimanere a casa. Abbiamo scelto un’altra città, nella quale vivo tuttora.

Gioia fugge da casa e dai genitori. Racconta il suo periodo nel centro antiviolenza della sua nuova città.

Nel centro antiviolenza sono stata 8-9 mesi. Adesso sto in una casa-famiglia perchè sono sotto protezione. È molto dura. Da una libertà negata ad una totale libertà, sebbene sotto protezione, mi spaventava all’inizio. Con l’aiuto di tutte le operatrici, delle responsabili e degli amici, ce l’ho fatta.

Adesso faccio la sarta in questa casa famiglia, ma avere anche solo un contratto o un conto corrente per me è pericoloso. Mi sembro rinata nonostante tutto: adesso mi rendo conto di non aver visto nulla, vivevo nell’ombra. Anche se mi sveglio e vedo il cielo nero, a me sembra di vedere il sole.

Gioia parla dei sui genitori.

I miei genitori mi stanno cercando, ma credo che non sappiano dove stia adesso. Ho spedito una lettera ai miei, per dirgli che sto bene, perchè nonostante tutto io li amo e anche loro mi amano.

L’espressione più conservatrice di questa cultura ha diviso Gioia dai suoi genitori.

Io voglio riallacciare il rapporto con i miei genitori, purchè mi accettitono così come sono . Dopo un anno ho mandato un’altra lettera. Penso che tra un pò di tempo, quando avrò una mia autonomia, una casa e un lavoro, forse inizierò dare anche a loro l’oppurtunità di scrivermi e vedere come vanno le cose.

Gioia, cosa vuoi dalla tua vita?

Scelte. Il passato rimarrà sempre anche perchè se oggi sono quella che sono lo devo a questo. Io dalla mia vita vorrei laurearmi, trovare un lavoro, sposarmi. Fare una vita che ho scelto io. Una vita di scelte.

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