Un ritorno al futuro: non c’è una definizione più adatta a descrivere ciò che sta accadendo in queste ultime settimane. Il programma Artemis della NASA, che a breve lancerà il suo primo razzo, l’Artemis I, punta a riprendere il percorso da dove si era interrotto cinquant’anni fa.

La frenetica corsa allo spazio delle due superpotenze dell’epoca, USA e URSS, aperta dal lancio dello Sputnik da parte dei sovietici (1957), fu conclusa proprio dallo sbarco sulla Luna, che segnò la “vittoria”, per così dire, degli americani. Le premesse avevano un carattere squisitamente politico e militare, dettate innanzitutto dalla volontà di predominio su quella che era a tutti gli effetti la nuova frontiera per l’umanità (così la definì John F. Kennedy) ma anche dalla “necessità” di dotarsi di sistemi che garantissero la supremazia militare e tecnologica. Questo ultimo aspetto ha inciso particolarmente negli anni successivi: il programma Apollo ha consentito di raggiungere progressi innovativi in ambito chimico, informatico, biomedico, metallurgico e, in generale, le centinaia di migliaia di brevetti che sono stati sviluppati hanno impattato anche nella nostra vita di tutti i giorni. Tecnologie come i microchip, i materiali isolanti, i pacemaker e molte altre si devono proprio agli esperimenti condotti in questi anni nello spazio. Il programma Apollo, dunque, rappresentava l’apice di un percorso più che decennale, fatto di fallimenti anche tragici (emblematica fu la tragedia dell’Apollo 1, dove perse la vita l’intero equipaggio), che consacrò gli Stati Uniti come la potenza egemone del mondo. Era il 20 luglio 1969 quando gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin, a bordo dell’Apollo 11, toccarono il suolo lunare, aprendo ufficialmente una nuova era. Più di mezzo miliardo di persone assistettero in diretta allo sbarco degli astronauti sulla Luna, un lavoro che richiese l’impiego di più di quattrocentomila addetti, divisi tra le centinaia di aziende che a vario titolo furono coinvolte nel progetto, incluse quelle televisive. Il mondo assisteva con gli occhi pieni di meraviglia alla conquista della Luna, già immaginando che presto o tardi l’umanità avrebbe raggiunto gli altri pianeti e che viaggiare tra la Terra e lo spazio sarebbe stato come prendere un aereo.

In seguito, gli sforzi economici per portare avanti i progetti d’esplorazione si rivelarono troppo esosi da sostenere, costringendo il governo americano ad attuare un drastico ridimensionamento delle prospettive. L’ultima permanenza umana sul suolo lunare risale al 1972, quando gli astronauti dell’Apollo 17 condussero alcuni esperimenti sul nostro satellite e si trattennero lì per circa 72 ore. Il punto più lontano, quindi, in cui l’uomo è fisicamente arrivato resta ancora quello raggiunto ormai più di mezzo secolo fa, anche se l’interesse a mandare altri equipaggi sulla Luna o anche oltre non è mai tramontato. È qui che entra in gioco il programma Artemis, realizzato dalla NASA con la collaborazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), dell’Agenzia Spaziale Giapponese (JAXA), dell’Agenzia Spaziale Canadese (CSA) e altri partner. Può essere considerato l’erede e il prosecutore del programma Apollo (il nome Artemis, infatti, richiama la dea Artemide, gemella di Apollo nella mitologia greca) ma il suo scopo è decisamente più ambizioso: Artemis, infatti, punta non solo a riportare l’uomo sulla Luna ma anche a creare le condizioni affinché possa insediarvisi in maniera più stabile, gettando le fondamenta per future esplorazioni del Sistema Solare.

I programmi Apollo e Artemis sono idealmente collegati ma poggiano su basi diverse. L’investimento dei privati sta mutando la prospettiva del viaggio nello spazio: se prima le missioni avevano quasi unicamente finalità di ricerca, adesso, a questa, si affianca anche la dimensione economica. Non è un dato da sottovalutare: nuovi scenari si aprono, come il turismo (per i più facoltosi, ad oggi; in futuro, chissà) oppure lo sfruttamento delle risorse extraplanetarie, prospettive impensabili ai tempi dell’Apollo e che apriranno a sviluppi che cambieranno per sempre l’approccio allo spazio. La cooperazione è un aspetto fondamentale di questo nuovo capitolo dell’esplorazione spaziale e anche l’Italia sta svolgendo la sua parte, grazie al satellite ArgoMoon, che partirà con l’Artemis I. Se per “approccio collettivo”, cinquant’anni fa, intendevamo un qualcosa di limitato all’interno dei quadri di una singola nazione, oggi, con la multilateralità dei rapporti internazionali, la “corsa allo spazio” ha decisamente ampliato il numero dei partecipanti e, dunque, richiede una comunione di intenti e una progettualità di tipo corale per poter conseguire risultati importanti.

L’avvio del programma Artemis rappresenta uno spartiacque nella storia dell’esplorazione spaziale, così come all’epoca lo fu il programma Apollo. Se sarà impattante come il suo predecessore, lo scopriremo. L’entusiasmo però, da parte di scienziati e appassionati, c’è e chissà che non potremo definirci, tra qualche decennio, una vera e propria “civiltà interplanetaria”.

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