Austerity. Effetti collaterali

La risibile “efficienza” del nostro governo ci farà andare a fondo. Sì, risibile. Almeno questo è l’effetto che fa ai nostri “colleghi” Stati membri dell’Unione Europea. La situazione politica e economica italiana ha raggiunto livelli tanto infimi quanto preoccupanti da essere divenuti lo zimbello delle potenze europee (e non solo); e questo non ci aiuterà ad uscire dal baratro dove siamo caduti. È ovvio che, se la domanda di un giornalista riguardo la capacità del nostro Premier di rassicurare con i propri provvedimenti la stabilità del nostro Paese, provoca ilarità nelle persone di Sarkozy e della Merkel (insieme a tutta la platea presente), qualche cosa che non va ci deve essere.

Il susseguirsi  di effetti catastrofici dovuti alle inadeguate manovre sta portando all’imminente logoramento della nostra economia. E qual è la soluzione che le nostre “preparatissime” istituzioni stanno elaborando? Una durissima austerity che premia i più ricchi e danneggerà i più poveri dimenticandosi completamente di investire sulla crescita del Paese. È ovvio che i nostri politici si sono persi, insieme ai neutrini, nel lungo tunnel che va dalla Svizzera all’Abruzzo,  partorito dalla fervida immaginazione del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (sembra un ossimoro) Gelmini. Il mix di incapacità e spasmodica ricerca nel perseguire i propri interessi porta il governo ad assumere sempre le scelte sbagliate. Eppure non ci vuole un grande economista per capire che il sacrificio senza una prospettiva di crescita può portare l’Italia ad implodere.

Lo sviluppo e la crescita sono il pane dell’economia di un Paese. Vediamo alcuni punti.
Le attuali manovre (vergognoso plurale) arrabattate in pochi giorni, hanno previsto e prevedono un innalzamento delle tasse. Sì perché per quanto Berlusconi dica “non metteremo le mani in tasca agli italiani” o “meno tasse per tutti”, alzare l’IVA equivale ad aumentare una tassa che colpisce direttamente il consumatore finale.  Colpendo le classi più povere, spesso le più esposte ad un innalzamento delle tasse  perché lavoratori subordinati o parasubordinati e quindi in gran parte tassati già in busta paga, si crea una stagnazione dovuta ad una modesta (o nulla) variazione del reddito procapite e un’altrettanta modesta variazione del PIL. Anzi è ovvio che, non mettendo in ricircolo il denaro perché gran parte degli italiani preferiscono il risparmio, sempre dove sia possibile, non potendosi permettere spese che vadano oltre il proprio sostentamento, si crea una situazione economica di stagflazione seguita inevitabilmente da una recessione. A lungo andare anche le piccole imprese ne risentiranno perché non avranno più domanda per i beni prodotti.
Inoltre i tagli alla ricerca e all’istruzione porteranno l’Italia ad avere sempre meno sviluppo, perché si sa che senza ricerca non c’è sviluppo,  questo porterà alla conseguenza che nessun Paese investirà su di noi. È vero che la BCE (a differenza della politica espansiva di Obama) ha dettato alcuni termini di austerity,  ma avvertendo che devono  essere accompagnati da stimolo alla crescita,  cosa che il nostro governo non sta facendo.

Per uscire dalla crisi non basta incolpare la finanza e le banche con i loro titoli “avvelenati” e quindi insolvibili. Certo la responsabilità dell’incipit è sicuramente rivolta in gran parte a loro, ma ora bisogna pensare a come arginare il fiume in piena. Basilea II non basta a regolamentare le banche ma è pronto Basilea III a irrigidire i requisiti minimi di capitale.

Ma i problemi nostrani come li risolviamo? La fondamentale crescita può avvenire grazie alle liberalizzazioni (concetto tra l’altro originario della stessa destra ma applicato ultimamente solo dalla sinistra) che, accompagnate ad una ferrea normativa antitrust,  prevengano il formarsi di monopoli, oligopoli o semplici reminiscenze di corporativismo rispecchiate negli Ordini esistenti solo in Italia.
L’utopica quanto inutile revisione dell’articolo 41 della Costituzione non è e non può essere la soluzione a un problema di tale urgenza. La revisione costituzionale ha un iter lento e non può assicurare il successo di tale  procedura trattandosi di una Costituzione rigida e prevedendo quindi una maggioranza parlamentare qualificata e un doppio e un duplice controllo di legittimità.
Le immediate soluzioni oltre una vasta applicazione di liberalizzazioni sono la lotta all’evasione fiscale e la riduzione del cuneo fiscale. La prima deve essere portata avanti con astuzia e sagacia. Per prime occorre colpire le grandi imprese, gli  evasori cioè che per lo più possono reggere “botta”  alle multe a cui andrebbero incontro rimettendo in circolo gran parte del denaro che hanno sottratto al fisco senza trovarsi a chiudere e  creare quindi disoccupazione. Conciliando le sanzioni riuscirebbero a coprire gran parte del debito pubblico che uccide il nostro Paese (anche grazie agli interessi che lo fanno rivalutare e crescere sempre di più). Una volta rimessa in sesto parte dell’economia si devono colpire le imprese medio-piccole recidive che continuano a frodare il fisco e più esposte a un fallimento. E così via  abbassando  così sempre più il tiro. Man  mano che l’economia si riassesta,  anche le tasse caleranno e di conseguenza tutti saranno spinti a pagarle (un po’ per il minore aggravio delle imposte rispetto alle rendite e un po’ per il timore di essere presi con le “mani nel sacco”).
La riduzione del cuneo fiscale è una conseguenza della soluzione precedente: diminuendo le tasse per tutti il salario nominale crescerebbe ma col tempo anche quello reale. Infatti l’economia ricomincerebbe a girare, gli italiani riprenderebbero il potere di acquisto e i prezzi dei beni si abbasserebbero.
Altra soluzione è quella di diminuire gli enormi costi della Casta e del Vaticano. Solo queste soluzioni  fin qui elencate riuscirebbero a coprire i costi di due manovre se non di più.
Per non parlare della lotta alle mafie e alla criminalità organizzata che porterebbe alla luce un giro di denaro sporco che ammonterebbe a più di un’attuale finanziaria.
In questo modo anche le imprese di qualsiasi dimensione riuscirebbero a riprendere a produrre e il deficit delle partite correnti verrebbe colmato ricominciando a pareggiare l’export con l’import.

Le soluzioni sono tante concrete e senza bisogno di arrivare all’ austerity. Ma il problema più grande da risolvere è un altro: come può una classe politica così inefficiente e impreparata arrivare a queste soluzioni? E soprattutto nel caso che miracolosamente ci arrivi, quando mai farà  leggi contro l’evasione e la criminalità dato che sarebbero loro i primi a caderne vittime?

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