Cambiamento climatico: come sarà il mondo di domani

La scienza parla chiaro: il cambiamento climatico produce ogni giorno effetti devastanti sul nostro pianeta e, se non agiamo in fretta, presto sarà troppo tardi.Ultimamente, però, sembra che la coscienza collettiva abbia finalmente iniziato a svegliarsi, con giovani da tutte le parti del mondo che manifestano insieme per il loro futuro. Sono nati perciòmovimenti globali come Fridays for Future o Extinction Rebellion , ma anche iniziative locali come quella del Public and Commercial Services Union (PCS), il sesto più grande sindacato del Regno Unito che, nonostante la legge inglese lo vieti, ha indetto un grande sciopero per il giorno 20 Settembre in vista della riunione ONU del 23.

Ma esattamente, cosa sta succedendo?

Già nel 1992, infatti, l’“Union of Concerned Scientists” , un’organizzazione formata dai più illustri scienziati, rilasciò una dichiarazione con la quale si intendeva spiegare che le attività umane stavano provocando alla biosfera. Chiesero alle autorità mondiali di ridurre le emissioni di gas serra, ridurre la deforestazione e invertire il trend della progressiva distruzione della biodiversità.

Nel 2017, l’umanità ricevette un secondo avvertimento, nel quale si richiamava il precedente e si sosteneva che “presto sarà troppo tardi per invertire la rotta e il tempo sta scadendo”.

Le notizie che oggi sentiamo dall’Amazzonia di Bolsonaro non sono certo incoraggianti: evidentemente i “grandi” della Terra ancora non sono ancora decisi ad assumersi le loro responsabilità e ad affrontare il problema in tutta la sua urgenza.

Cambiamenti nell’ecosistema prodotti dall’inquinamento

Come spiegato in uno studio dello United States Environmental Protection Agency, il clima è uno dei fattori che più di tutti influenzano l’ecosistema, in diversi modi. Ad esempio, un aumento della temperature in una certa area può costringere alcune specie a migrare verso luoghi più favorevoli, oppure, l’aumento del livello del mare può introdurre il sale in sistemi ad acqua dolce (fiumi, laghi) forzando anche in questo caso diverse forme di vita a spostarsi. La rimozione di un “tassello” dell’ecosistema può produrre effetti domino su tutto il resto, tramite la famosa catena alimentare. Se un predatore abbandona il suo habitat potrebbero cambiare tutti gli equilibri dell’ecosistema, con conseguenze non sempre facili da prevedere.

Oltre a questo, bisogna anche pensare a come il clima possa influire sul terreno: forti tempeste potrebbero renderlo più fragile e vulnerabile alle erosioni di quanto non sia adesso.

Alcuni di questi eventi stanno già accadendo: in alcune zone degli Stati Uniti, molti uccelli migratori hanno modificato il loro ciclo annuale alterando il periodo in cui migrano o si riproducono. Dal momento che le specie presentano differenze nelle capacità di adattamento all’ambiente circostante, potrebbero accadere delle “asincronie”, cioè delle mancate coincidenze tra eventi che di solito accadevano contemporaneamente in un ciclo annuale. Una possibile asincronia potrebbe essere quella che vede arrivare un uccello migratore in una data zona prima le fonti di cibo siano presenti, siano esse animali o vegetali.

Gli spostamenti possono provocare effetti importanti per la sopravvivenza di una specie, riducendone ad esempio lo spazio a disposizione (pensiamo ad un animale che si sposta ad altitudini più elevate), aumentando la competizione e portando all’estinzione di molte di queste. Al momento, le foreste boreali stanno “invadendo” la tundra, riducendo lo spazio a disposizione di specie come caribù, volpi artiche e gufi delle nevi.

Tutti questi cambiamenti sono importanti ed è difficile capire quali saranno le loro conseguenze. Sempre nello studio, si analizza in modo esplicativo il problema della riduzione dei ghiacci e le conseguenze che questo comporta sulla catena alimentare e sull’ecosistema di una regione.

Cambiamento climatico: come sarà il mondo di domani
In questa immagine si mostrano i legami tra tutte le specie nell’Artico e come essi sono alterati da una riduzione nei ghiacciai (fonte: United States Environmental Protection Agency)

La riduzione del ghiaccio nell’Artico conduce ad una minor popolazione di alghe, che sono il principale nutrimento per lo zooplancton che viene mangiato da diverse specie, fino ad arrivare all’orso polare. Per tale motivo, una riduzione dei ghiacciai minaccia sia direttamente (tramite una riduzione dell’habitat) sia indirettamente (tramite la riduzione di fonti di sostentamento) la sopravvivenza degli orsi polari.

Un altro studio, questa volta dell’ IPCC, stima che, in base alle temperature previste per la fine del secolo, potremmo osservare una riduzione di circa il 20-30% delle specie che vivono oggi sulla Terra. Si tratta di animali particolarmente sensibili al clima, come il pika, un piccolo mammifero che vive in Asia e in Nord America, oppure orsi polari, foche e salmoni. Il tasso di estinzione delle specie potrebbe superare il tasso osservato a livello naturale tramite la documentazione fossile.

Pericoli per le future generazioni

Finora abbiamo parlato dei pericoli che corrono le specie animali, ma quali sono invece i rischi per l’uomo e in particolare per le future generazioni?

Sicuramente, non sono da sottovalutare le conseguenze che questi eventi avrebbero su di noi. Ad esempio, se si riducessero considerevolmente le popolazioni di insetti, ciò avrebbe conseguenze anche sulle piante e sulla catena alimentare ecologica e sull’impollinazione delle colture.

Le evidenze suggeriscono che questo in realtà sta già accadendo: diversi studi mostrano significative riduzioni delle biomasse di insetti, mentre altri registrano una riduzione di quasi l’80% del numero di farfalle negli ultimi 130 anni.

Gli umani non possono sopravvivere senza gli insetti, che ci piaccia o no, perché questi in realtà sono alla base di ogni catena alimentare, mantenendo il terreno sano, riciclando nutrienti e, appunto, impollinando moltissime piante.

Ma a minacciare le fonti di sostentamento umane ci sono anche altre questioni: ad esempio, il riscaldamento globale, destabilizzando a livello climatico il pianeta, estremizzerebbe i problemi dell’agricoltura: vale a dire siccità e inondazioni più intense. Secondo uno studio della Fao, infatti, tali eventi sono raddoppiati nel corso degli ultimi anni, arrivando a 213 casi di media ogni anno dal 1990 al 2016.

Anche la NASA appare particolarmente preoccupata da questi fenomeni, supportando studi sui cambiamenti a lungo termine nella distribuzione dell’acqua. Questi studi, insieme a moltissimi altri, ci mostrano come negli ultimi 40 anni, in generale, le aree umide siano diventate sempre più umide mentre quelle secche sempre più secche. Si osserva quindi un’estremizzazione del clima come conseguenza del riscaldamento globale. Altre aree,invece, hanno sperimentato oscillazioni climatiche molto più brusche: ad esempio l’Europa ha visto nel 2002 intensissime precipitazioni, ma già il 2003 fu l’anno che registrò ondate di calore record. Nel 2007, fu l’anno con più precipitazioni in Inghilterra dal 1766, accompagnato da siccità estrema nel Sud-Est Europa.

La siccità e le ondate di calore mettono, si stima, ben 3,6 miliardi di persone nel mondo in aree potenzialmente prive di acqua almeno per un mese all’anno e tale cifra potrebbe arrivare a quasi 5 miliardi entro il 2050. Se la temperatura terrestre sale di un grado e mezzo, molti ghiacciai in cima alle catene montuose potrebbero sciogliersi, minacciando le riserve di acqua di centinaia di milioni di persone che dipendono da essi.

Ulteriore motivo di preoccupazione sono ovviamente anche le recenti notizie che arrivano dall’Amazzonia, che riportano un aumento dell’80% degli incendi rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Da una parte, si tratta sicuramente di un aumento della cosiddetta pratica dello “slash and burn”. Viene tagliata una parte di foresta e ne vengono incendiati i resti per poi permettere l’utilizzo del terreno per le coltivazioni. Altre volte, viene deforestata una zona per permettere il pascolo del bestiame. Paolo Artaxo, fisico dell’atmosfera all’Università di San Paolo, non ha dubbi e, come ha riferito a Science Magazine, ritiene si tratti di incendi dolosi. Nel frattempo, il presidente Bolsonaro ha incolpato le ONG di appiccare incendi allo scopo di screditarlo (senza fornire prove) e ha licenziato il direttore dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile.

La salute della foresta Amazzonica è importante per tutti noi, perché i suoi alberi trattengono anidride carbonica e rilasciano ossigeno, rallentando, in un certo senso, i problemi del riscaldamento globale. Per questo motivo, una riduzione della sua superficie comporterebbe un aumento dei processi di deterioramento che abbiamo analizzato. Molti scienziati ci avvertono che l’Amazzonia potrebbe stare per raggiungere un punto di non ritorno, oltrepassato il quale, attraverserebbe una profonda fase di trasformazione fino a diventare simile ad una savana. Gli alberi della foresta, morendo, rilascerebbero miliardi di tonnellate dell’anidride carbonica accumulata nei decenni passati, con conseguenze catastrofiche sul clima del pianeta.

Influenza negativa sull’economia

Anche le economie saranno negativamente influenzate da questi cambiamenti: in particolare, si prevedono effetti drammatici per i paesi ancora in via di sviluppo.

Uno studio, elaborato dal Climate Vulnerable Forum, stima che, entro il 2030, si avrà una perdita complessiva di oltre il 3.2% del PIL mondiale a causa del cambiamento climatico e tra i paesi meno sviluppati la perdita potrà raggiungere anche l’11%.

Questo declino è in buona parte legato all’agricoltura, data la minore resa delle colture. Ad alcune altitudini medio-alte, il rendimento potrà anche aumentare per aumenti di temperatura moderati (2-3 °C), ma diminuirà se questi aumenti saranno più significativi.

Anche l’acidificazione degli oceani, un risultato dell’aumento dei livelli di diossido di carbonio, renderà più incerte le attività legate alla pesca di ogni genere. Già dal 1920, secondo uno studio del 2019, i rendimenti sono calati del 4%, ben del 35% nel Nord dell’Atlantico e in Giappone. Ciò andrà a colpire quei 3 miliardi di persone che si avvalgono della pesca come principale fonte di proteine. Inoltre, in tale settore sono impiegate 56 milioni di persone, con un’industria che vale più di 100 miliardi.

Aumenteranno di conseguenza le morti per malnutrizione e quelle legate all’eccessivo caldo, controbilanciate in minima parte da una diminuzione di quelle legate al freddo in altre regioni. Si prevedono oltre 200 milioni di persone che potrebbero perdere la propria casa per l’innalzamento dei livelli del mare. Secondo il Commissario ONU per i rifugiati, già ad oggi oltre 22.5 milioni di persone sono state costrette ad emigrare. Gli immigrati stanno abbandonando coste devastate da inondazioni, terreni agricoli colpiti dalla siccità e disastri naturali continui.

Tali spostamenti aumenteranno le pressioni ai confini dei paesi a Nord, come osservato già dalla Banca Mondiale. Entro il 2050, questi saranno più di 1,4 milioni.

Quali politiche ecosostenibili?

Il cambiamento climatico è una delle sfide più impegnative mai affrontate nella storia dell’umanità. É una questione dalle mille sfaccettature (politiche, economiche, sociologiche ma anche morali ed etiche) sentite a livello globale, ma con ripercussioni anche su scala locale. Inoltre, bisogna essere consapevoli che di questo problema sentiremo parlare anche nei decenni a venire: anche se riuscissimo a fermare completamente le nostre emissioni di anidride carbonica, sarebbero comunque necessari centinaia di anni prima che il nostro pianeta le smaltisca completamente. Stessa cosa vale per gli oceani.

Abbiamo quindi due diverse tipologie di politiche da adottare per rispondere a questi eventi: mitigazione ed adattamento. Da una parte è necessario quindi ridurre le emissioni di gas serra e stabilizzarne i livelli, ma dall’altra è anche opportuno prepararsi a fronteggiare le conseguenze del cambiamento climatico riducendo la nostra vulnerabilità ai suoi effetti.

L’UE, ad esempio, è impegnata su entrambi i fronti. Ha infatti elaborato un programma, l’Azione Europea per il Clima, nel quale vengono stabiliti una serie di traguardi da raggiungere in breve tempo per affrontare questi problemi. Dal lato della mitigazione, si tratta sostanzialmente di ridurre le emissioni di gas serra, aumentare la quota di energia proveniente da fonti rinnovabili e, infine, aumentare l’efficenza energetica. Gli obiettivi sono coerenti con la concertazione a livello internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite e sono divisi in base all’orizzonte temporale: 2020, 2030 e 2050. Entro il 2050, si prevede di ridurre le emissioni dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990,di portare al 27% la quota di energia rinnovabile sul totale e aumentare della stessa percentuale l’efficienza energetica.

Per quanto riguarda l’adattamento, si tratta di cose piuttosto semplici e di buon senso, ma comunque di vitale importanza: ridurre il consumo d’acqua, adeguare le norme nel campo dell’edilizia, costruire sistemi di difesa dalle alluvioni e sviluppare colture che resistano alle condizioni di siccità.

L’UE rivendica inoltre un ruolo particolarmente importante e delicato all’interno dell’ONU, volendosi impegnare nel portare alla seconda fase il Protocollo di Kyoto.

Purtroppo, però, nel resto del mondo non sembra ancora che i leader mondiali, da Trump (apertamente negazionista) a Bolsonaro, abbiano intenzione di seguirci su questa strada, lasciando il futuro del pianeta nelle nostre mani. Difficile pensare che da soli siamo in grado di farcela.

 

Edoardo Ragaglini

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