L’epidemia di Ebola in Congo: tra nuove scoperte e vecchi problemi

Lo scorso mese l’OMS ha dichiarato emergenza sanitaria internazionale, per la quinta volta nella storia, l’epidemia di Ebola scoppiata in Congo il 1 Agosto 2018.

I primi casi di contagio si sono verificati in piccoli villaggi a Nord-Est dello stato, ma non hanno tardato ad espandersi velocemente anche nei grandi centri, in particolare Goma, nella regione del Nord Kivu. Tale zona si trova nell’est del Congo ed è stata finora la più interessata dal virus e dall’epidemia conseguente. Inoltre, è stato teatro di moltissimi conflitti che hanno spesso costretto allo spostamento migliaia di persone, rendendo complicato identificare e tracciare abitanti infetti.

Infatti, sebbene fino ad oggi il virus abbia portato alla morte di circa 1800 persone, il vero punto che ha spinto l’OMS a questa decisione è stata la possibilità che la crisi assumesse un carattere internazionale. Goma è infatti una città al confine con lo stato limitrofo del Rwanda, col quale vengono intrattenuti numerosissimi scambi commerciali da parte dei locali. Data anche la caratteristica mobilità della popolazione, è estremamente probabile che il virus possa espandersi velocemente in altre aree urbane e nei paesi vicini.

La situazione Politica

Il Congo, dopo ben due guerre civili e diversi decenni di dittatura da parte della famiglia Kabila, non dispone di un apparato statale in grado di tenere sotto controllo il suo territorio dalle bande armate che infestanoil paese ne tantomeno il diffondersi del virus dell’Ebola.

Joseph Kabila, il precedente Presidente della Repubblica del Congo, è il figlio di Laurent-Désiré Kabila, capo del Governo del Congo dal 1997, quando entrò nella capitale Kinshasa dopo aver cacciato Mobutu, dittatore sostenuto da Belgio e Stati Uniti dal 1965 al 1997.

Secondo le opposizioni, i Kabila si sono preoccupati solamente del proprio interesse personale, arricchendosi a dismisura a spese della propria popolazione, tanto che oggi nel Congo ci sono oltre 80 milioni di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno. La famiglia Kabila invece possiede, parzialmente o totalmente, almeno 80 imprese nella Repubblica Democratica del Congo e all’estero. Importantissimi sono i traffici di minerali preziosi,di cui il Presidente e i suoi famigliari sono tra i primi investitori, specialmente rame e cobalto, che hanno registrato un gettito di oltre 1,3 miliardi di dollari. Solamente il 6% delle esportazioni di tali minerali sono entrati a far parte del budget nazionale.

Il Congo è infatti ricchissimo di questo tipo di risorse, avendo a disposizione oltre il 60% del cobalto mondiale. Il cobalto è un minerale estremamente importante nella fabbricazioni dei dispositivi elettronici di uso quotidiano (pc, smartphone e tablet) ed i proventi dalla sua estrazione sono al centro di continui conflitti tra oltre 140 bande armate nel paese, spesso agli ordini di Kabila stesso.

Alcuni di questi gruppi, tuttavia, si oppongono al governo e sopratutto a Joseph Kabila, quando ha deciso di impedire il voto a più di un milione di persone a causa dell’Ebola. La motivazione ufficiale era da rinvenire nel fatto che la procedura elettorale avrebbe previsto l’utilizzo di dispositivi di voto elettronici che sarebbero stati toccati fisicamente da centinaia di persone, ma questa misura ha sortito l’effetto di insospettire molti congolesi, i quali ora ritengono la malattia nient’altro che una strategia del governo stesso per marginalizzare le opposizioni interne. Questo si è tradotto, spesso e volentieri, in una serie di attacchi nei confronti dei soccorritori, frequentemente forestieri, dipendenti dell’OMS o membri di Medici Senza Frontiere.

Alcuni centri sanitari, in particolare quelli nelle zone di Lubero, Butembo e nell’Ituri sono stati addirittura rasi al suolo.

Diffidenza della popolazione e fanatismo religioso

A complicare ulteriormente questo quadro ci si mette poi anche la diffusione sempre più preoccupante del fanatismo religioso, specialmente di quello cristiano, ormai fuori dal controllo delle Chiese ufficiali, quella cattolica e quella protestante. Anni di totale assenza dello stato, con gravissime carenze sia dal punto di vista dell’istruzione che della sanità, hanno condotto migliaia di persone a rifugiarsi nelle numerose sette proliferate negli ultimi anni, guidate spesso e volentieri da predicatori senza scrupoli che non esitano a cavalcare ed alimentare le paure della popolazione locale per scopi di lucro.

L’opera delle sette è considerata uno dei principali ostacoli al contenimento dell’epidemia, dato che queste diffondono tra gli abitanti false voci sulla provenienza del virus, dipingendolo come un’arma creata dal governo americano per sterminare la popolazione indigena e favorire il vicino paese del Rwanda. La loro propaganda ha convinto moltissime persone a diffidare dei centri sanitari e delle vaccinazioni,  visti come strumenti di diffusione del virus stesso.

L’impegno della nuova amministrazione si scontra con l’OMS sui vaccini

Il nuovo presidente Tshisekedi, eletto ad inizio di quest’anno, sta cercando di arginare piano piano la situazione, cercando di riconquistare la fiducia della popolazione e di trovare una via per una maggiore integrazione tra le diverse etnie del territorio nazionale.

Tshikesedi ha anche aumentato l’impegno del suo governo nei confronti dell’epidemia di ebola, rafforzando i mezzi finanziari per combatterla e cercando una maggiore collaborazione con gli organismi internazionali. Tuttavia, qualche settimana fa, Olly Ilunga, ministro della Sanità del governo di Tshisekedi, ha presentato le sue dimissioni come segno di protesta nei confronti delle pressioni dell’OMS e della Johnson&Johnson in merito all’adozione di un vaccino prodotto da quest’ultima casa farmaceutica.

Anni fa, infatti, era stato adottato un vaccino realizzato dalla Merck, una società farmaceutica che aveva iniziato ad elaborarlo già dal 2013, allo scoppio dell’epidemia. Tale vaccino si era rivelato estremamente efficace nel combattere il virus, ma ora le dosi stanno finendo e sarà presto necessario averne altre a disposizione. Secondo la Merck stessa, entro la fine dell’anno potrebbero essere disponibili più di 600000 nuove dosi, ma tale disponibilità non sembra in realtà realistica a molti osservatori, per le difficoltà di trasporto del vaccino dagli Stati Uniti, dove viene prodotto, in Nord Kivu. Alla luce di questo, l’OMS aveva proposto l’adozione del nuovo vaccino della Johnson&Johnson che però presenta anch’esso complicazioni in quanto sarebbe da somministrare in due dosi a distanza di diversi mesi l’una dall’altra. É evidente che, in un contesto di alta mobilità e nomadismo della popolazione, dove spesso gli abitanti non possiedono nemmeno documenti di identità, sia particolarmente complicato assicurarsi una copertura sufficiente utilizzando tale procedura.

La nomina di Muyembe, medico veterano nella lotta all’ebola

Di fronte a tali pressioni, come preannunciato, il ministro della sanità Ilunga aveva deciso di dimettersi, accusando inoltre gli attori di scarsa trasparenza nella gestione delle informazioni. Il presidente Tshisekedi ha ora nominato ministro della sanità Jean-Jacque Muyembe Tamfum, già direttore generale dell’Istituto per la ricerca biomedica del Congo, nonché uno dei primi medici in assoluto a scoprire l’esistenza dell’ebola nel 1976.

Nonostante la sua determinazione nello sconfiggere la malattia, il nuovo ministro è consapevole di doversi scontrare con la diffidenza della popolazione e col fanatismo religioso. Muyembe spera di poter nuovamente conquistare la fiducia della popolazione affidandosi maggiormente a operatori locali e abitanti delle zone colpite, piuttosto che medici stranieri o provenienti da Kinshasa. “Vogliamo affidarci maggiormente a studenti di medicina che parlino la lingua del posto, sia per la sorveglianza che per le vaccinazioni vere e proprie”.

Allo scopo di riguadagnare la fiducia della popolazione, Muyembe pensa anche di ridurre il personale armato nei centri sanitari, una strategia particolarmente rischiosa. Infatti, inizialmente, il governo congolese aveva tentato di contenere immediatamente l’epidemia forzando gli abitanti potenzialmente infetti, che ad esempio avevano manifestato alcuni sintomi come diarrea o febbre alta, a venire trattati nelle strutture predisposte.

Muyembe si è anche espresso favorevolmente nei confronti del vaccino della Johnson&Johnson: “Credo sia importante testare questo vaccino” ha dichiarato. “È durante situazioni come questa che è possibile sviluppare la ricerca e provare nuove molecole e vaccini per essere pronti per il futuro”.

Nuove speranze dal fronte della ricerca 

Ma una nuova speranza inaspettata viene proprio dal fronte della ricerca medica, quando proprio pochissimi giorni fa è stata annunciata la scoperta di ben due trattamenti che potrebbero rivelarsi estremamente efficaci nel combattere l’ebola. Mentre i vaccini si occupano infatti della prevenzione e del contenimento dell’epidemia, queste nuove cure andrebbero ad aiutare persone che sono già state infettate.

A cominciare da Novembre scorso, pazienti accolti in quattro centri sanitari ad est del paese sono stati sottoposti a quattro diverse procedure sperimentali: o un antivirale chiamato Redemsivir o uno di tre farmaci che fanno uso di anticorpi monoclonali, tra cui il farmaco Zmapp, considerato fino ad ora lo standard nel trattamento dell’ebola. Mentre i malati che hanno ricevuto cure a base di Zmapp hanno avuto tassi di mortalità vicini al 49%, negli altri casi, gli altri due anticorpi monoclonali hanno ridotto la mortalità a percentuali tra il 29 e il 34%, ma molto inferiori per quanto riguarda i pazienti che hanno ricevuto il trattamento pochissimo tempo dopo essere stati infettati.

Gli anticorpi monoclonali sarebbero ottenuti, in buona sostanza, prelevando gli anticorpi prodotti dai sopravvissuti alle infezioni precedenti. In seguito, si iniettano sequenze di DNA modificato in alcune cavie, spesso topi, per stimolare la produzione di tali cellule, poi riadattate per essere utilizzate come farmaci.

Un approccio di questo tipo potrebbe rivelarsi particolarmente fruttuoso, ma, come già ricordato, occorre superare la diffidenza della popolazione. Infatti, è di vitale importanza che ci si rechi nei centri di trattamento appena appaiono i primi sintomi, invece di aspettare anche solo cinque o sei giorni. Finora, chi si recava in un centro sanitario era spesso destinato a non fare ritorno, alimentando scetticismi e paure. Con queste nuove cure, però, potrebbe essere possibile mostrare agli abitanti i benefici dei trattamenti e istaurare un rapporto di maggiore collaborazione con le autorità.  Di fronte a questo scenario, pur consapevole di tutte le difficoltà ancora da affrontare, Muyembe si è dichiarato particolarmente ottimista e fiducioso verso la possibilità di salvare migliaia di vite.

Edoardo Ragaglini

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