Le proteste ad Hong Kong: i giovani e la democrazia

Sono trascorsi ormai diversi mesi dall’inizio delle proteste ad Hong Kong, portando pertanto la città asiatica all’attenzione di tutto il mondo, compreso quello occidentale. Le contestazioni sono iniziate a causa della possibile introduzione di una legge sull’estradizione. Grazie a questa legge, sarebbe stata possibile l’estradizione di cittadini residenti di Hong Kong, per sottoporli giurisdizione cinese. Secondo i gli abitanti, ciò avrebbe comportato la fine del sistema di compromesso detto “una Cina, due sistemi”, siglato da una dichiarazione sino-britannica nel 1984. Carrie Lam, governatrice di Hong Kong, ha ritirato il provvedimento qualche giorno fa, ma ormai per i manifestanti è troppo tardi: chiedono le sue dimissioni, la liberazione dei cittadini arrestati e l’istituzione di una commissione d’inchiesta sull’operato della polizia.

Per comprendere questo quadro altamente instabile è necessario approfondire la peculiare storia di Hong Kong e il suo complicato rapporto con la Cina.

Il contesto storico, dall’occupazione inglese ai primi contrasti

Hong Kong è parte della Repubblica Popolare Cinese solamente dal 1997. Precedentemente, sin dal 1842, la città è stata infatti parte dell’Impero coloniale britannico, dopo che la Cina la cedette alla fine della Guerra dell’Oppio. Per questo motivo, Hong Kong ha sempre rappresentato, negli ultimi decenni, un luogo di incontro tra la cultura occidentale e quella cinese. Luogo di incontro però non sempre però privo di contrasti.

Durante gli anni in cui è stata sotto il controllo britannico, Hong Kong ha infatti sviluppato una sua identità e un suo modo di fondere i valori cinesi con le norme e una parte dell’ordinamento britannico. Ad esempio, la Costituzione di Hong Kong, la Basic Lawè basata sul diritto di Common Law, tipico del mondo anglosassone, nel quale esecutivo e legislativo sono separati. Tuttavia, il compito di interpretarla spetta ad una divisione del Partito Comunista a Pechino.

Anche la lingua inglese è ancora parlata da oltre metà della popolazione ed utilizzata largamente per i segnali stradali e le insegne.

Ma forse la più importante delle eredità inglesi rimane quella legata alle idee di libertà di stampa, di parola e di democrazia. Per difendere questi valori i cittadini di Hong Kong non hanno esitato a scendere in strada e a far sentire la propria voce. Addirittura, esiste attualmente ad Hong Kong un movimento che mira a riportare la città sotto l’egida del Regno Unito. A riprova di ciò, basta pensare che durante le proteste degli anni passati non era inusuale vedere sventolare le vecchie bandiere coloniali.

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Ad Hong Kong il legame con il Regno Unito è ancora molto sentito: nella foto possiamo vedere una petizione per far tornare la città sotto il controllo britannico

Come riportato dalla stessa BBC, da uno studio dell’Università di Hong Kong ha rilevato che, sebbene si considerino “Hong Kongers”, solo l’11% degli abitanti della città si vedono come cinesi e tale percentuale è ulteriormente ridotta nelle fasce più giovani della popolazione. I cittadini di Hong Kong hanno poi visto di cattivo occhio il turismo dalla Cina continentale, che ha portato a fenomeni di gentrificazione e di aumento del costo della vita. Alcuni tra i più giovani hanno persino iniziato a rivendicare l’indipendenza totale dalla Cina, cosa che ha messo ovviamente in allarme Pechino.

Le proteste ad Hong Kong non sono certo una cosa nuova, anzi, ne abbiamo numerosissimi esempi sin dal 1997. Ad esempio nel 2003, quasi mezzo milione di persone scesero in piazza contro una legge sulla sicurezza nazionale, riguardante l’articolo 23 della Basic Law di Hong Kong.

Il Governo cinese aveva preteso questo articolo durante le trattative col Regno Unito, come garanzia di controllo sul “Porto profumato”. Questo prevede infatti che “La Regione ad Amministrazione Speciale di Hong Kong dovrà per parte sua promulgare delle leggi per proibire ogni atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo Centrale del Popolo, o il furto di segreti di Stato, per proibire che organizzazioni o enti politici esteri conducano attività politiche nella Regione, e per proibire che organizzazioni o enti politici della Regione stabiliscano legami con organizzazioni o enti politici esteri”.

Però, quando sedici anni fa si provò ad attuarlo, il risultato fu una serie di manifestazioni estremamente imponenti che riuscirono a far naufragare il provvedimento.

In quel caso, grazie alla situazione politica interna ed esterna, le proteste poterono avere successo. Tuttavia, al giorno d’oggi, la presidenza di Xi Jinping potrebbe rivelarsi molto meno accomodante e anche il nuovo peso dell’economia cinese non è certo un fattore da sottovalutare.

Infatti, già nell’ottobre del 2014, era nata una grande ondata di proteste, conosciuta come la Rivoluzione degli Ombrelli, per via degli ombrelli gialli usati dai manifestanti. Queste contestazioni erano motivate dalla decisione cinese di cambiare il sistema elettorale dell’esecutivo di Hong Kong. Allora, proprio come adesso, i manifestanti videro in questa mossa una minaccia da parte della Cina verso gli accordi presi nel 1984.

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Le proteste del 2014 erano note per l’uso di ombrelli, utilizzati da manifestanti per proteggersi dai gas lacrimogeni

In tale occasione, nacque la campagna “Occupy Central”, allo scopo di occupare il quartiere Central, uno dei centri commerciali della città. La polizia riuscì a stroncare il movimento quasi sul nascere e, dopo soli due mesi, i leader delle proteste si arresero senza opporre resistenza.

L’ultima ondata di proteste

La possibile introduzione di una legge sull’estradizione, che secondo i promotori dovrebbe impedire ai criminali di trovare rifugio ad Hong Kong, è stata ovviamente vista come una nuova minaccia all’indipendenza della Regione. Non è quindi una sorpresa che i cittadini di Hong Kong abbiano dato vita a nuove forme di protesta, che ormai vanno avanti da diversi mesi. Gli abitanti hanno cominciato a scendere per strada ad inizio giugno 2019. Al tempo, avevano tentato di bloccare il parlamento, incontrando una dura reazione da parte della polizia.

Proprio la brutalità della polizia, che ha fatto ampio uso di gas lacrimogeni, manganelli e spray al peperoncino per disperdere i manifestanti, ha alimentato fortemente la rabbia popolare. Infatti, ad oggi, in conseguenza delle azioni delle forze dell’ordine, quelle che prima erano semplici proteste spontanee si sono trasformate in un movimento sempre più ampio, organizzato e complesso che punta a proteggere la libertà, la democrazia e l’autonomia della città.

Ad Agosto, i manifestanti avevano parzialmente occupato l’aeroporto. Inizialmente, si trattava di raduni fondamentalmente pacifici allo scopo di comunicare col resto del mondo la situazione drammatica che stavano vivendo: venivano infatti consegnati volantini in diverse lingue per spiegare le cause dell’agitazione popolare.

L’aeroporto è poi anche un importantissima leva economica per la Regione, rappresentando ben il 5% del Pil. Mettendo in difficoltà arrivi e partenze, i manifestanti sperano di causare danni alle compagnie aree e alle altre imprese che ne traggono profitto. Infine, è stato occupato anche perché si riteneva che la polizia avrebbe dovuto usare metodi meno violenti, data la grande quantità di viaggiatori.

In questi giorni, tuttavia, le manifestazioni si sono dirette anche verso il consolato degli Stati Uniti, nello scopo di catturare l’attenzione dei media occidentali e specialmente di quelli americani. Gli studenti e gli altri partecipanti hanno sventolato bandiere a stelle e strisce e esposto cartelli con slogan come “Trump aiutaci”.

L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto
In questa foto possiamo vedere gli abitanti di Hong Kong che si radunano davanti al consolato degli USA per chiederne il sostegno

Ad aumentare poi le occasioni di tensione, ci si è messo oggi il secondo arresto dell’attivista Joshua Wong che l’8 Settembre 2019 è stato fermato dalla polizia con la motivazione di aver violato le regole della libertà su cauzione.

Insomma, la situazione ad Hong Kong rimane ancora davvero drammatica ed è difficile prevedere in che modo evolverà. Il mutato contesto interno ed internazionale rendono davvero poco probabile una resa del governo cinese e anzi c’è da aspettarsi una dura reazione. Il ritiro del progetto di legge sull’estradizione potrebbe infatti paradossalmente servire come pretesto: eliminando il fattore scatenante si delegittimerebbe, in un certo senso, tutto il movimento. Fatto sta che adesso nella città si respira un’aria particolarmente pesante che mette a dura prova la psiche della popolazione, soprattutto di quella più giovane e più desiderosa di libertà e sicurezza.

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