Nubi sulla Siria: il “tradimento” di Trump e l’offensiva turca

Mercoledì 9 ottobre, intorno alle 16, la Turchia ha oltrepassato il confine con la Siria per dare inizio all’operazione “Primavera di Pace”, un intervento militare finalizzato, almeno ufficialmente, a impedire il nascere di situazioni di conflitto a Sud della Turchia.

L’offensiva turca era stata in realtà anticipata dal ritiro delle truppe americane in Siria, come voluto dal presidente Donald Trump. I curdi siriani, prevalentemente rappresentati dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), si aspettavano da tempo questa mossa da parte degli Stati Uniti, ma ciò non vuol dire che fossero in qualche modo preparati.

Da 5 anni, infatti, la politica estera americana aveva fatto affidamento sulle forze curde per contrastare l’ISIS nella regione, oltre che l’influenza di Iran e Russia.La decisione di Trump mette inoltre a repentaglio i successi ottenuti a caro prezzo contro l’Isis e spiana la strada ad un suo eventuale ritorno. L’intervento turco rappresenta pertanto un insperato e paradossale aiuto per Bashar Al Assad, nemico storico della Turchia, per riprendere il controllo della regione.

Per capire la storia della Siria negli ultimi anni, come si è evoluta e cosa sta accadendo ora, bisogna fare i conti con la società mediorientale nel suo complesso, la sua storia e la sua peculiarità.

La storia della Siria è la storia del Medio Oriente

Uno strumento chiave nella comprensione delle dinamiche mediorientali è quello di tribù. Infatti, l’appartenenza tribale nella popolazione araba, e medio-orientale in generale, è estremamente importante e molto più sentita rispetto a quella nazionale. Questo significa che, a differenza di come siamo abituati a ragionare noi occidentali, un arabo si sente molto più vicino ad un membro della sua tribù o della sua setta religiosa (ad esempio sunnita o sciita) che non ad un suo connazionale appartenente ad un’altra etnia.

La frammentazione etnica della Siria e tutte le sue diverse etnie (fonte: Washington Post)

L’appartenenza tribale e religiosa è tutt’oggi un aspetto fondamentale nella comprensione dell’enorme frammentazione politica del Medio Oriente. Quasi tutti gli stati della Regione (con le notevoli eccezioni di Iran e Turchia) sono nati in modo artificiale e sono poco più che entità burocratico-amministrative, spesso anche ben poco efficienti. Si tratta di stati etnicamente e culturalmente disomogenei, nei quali la popolazione non si riconosce e verso i quali non sente alcun senso di appartenenza.

La Siria, come altri paesi della Regione, presenta un’elevatissima frammentazione etnica: di una popolazione di circa 18 milioni, il 75% sono musulmani sunniti, mentre il rimanente 25% è diviso tra Cristiani, Alawiti (una setta sciita), Drusi e Ismailiti.

La questione curda

Anche all’interno della popolazione sunnita, tuttavia, ci sono diverse distinzioni da evidenziare. Infatti, una delle etnie di religione sunnita è proprio quella dei Curdi (presente anche in Turchia ed Iran), che rappresenta circa il 5% della popolazione. Si tratta di una tra le etnie più discriminate ed in difficoltà, oltre che essere il principale bersaglio turco nella recente offensiva militare.

Nel corso degli anni, il popolo curdo ha dato vita a forme politiche ispirate ad un socialismo libertario come il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), in Turchia, o il Partito dell’Unione Democratica in Siria. Le rivendicazioni di questi partiti sono volte alla formazione di uno stato autonomo curdo e proprio per questo soggetti a discriminazioni da parte degli stati in cui operano, soprattutto in Turchia, dove sono considerati sostanzialmente terroristi.

La storia della Siria dal mandato francese ad oggi

Durante il mandato coloniale francese alla fine della Prima Guerra Mondiale, in Siria, le antiche forme di solidarietà etniche e religiose erano passate momentaneamente in secondo piano, soprattutto grazie all’affermazione dei diritti di proprietà privata di stampo occidentale e delle nuove opportunità economiche.

Nel corso degli anni 60, tuttavia, una serie di conflitti interni portarono all’affermazione della sezione siriana del partito Ba’ath (un partito panarabo presente in tutto il Medio Oriente), che culminò poi nella presa di potere definitiva della Siria da parte di Hafez Al-Assad. Il presidente, pur promuovendo un’agenda fortemente nazionalistica e improntata alla militarizzazione della società, cominciò ad assicurare ai membri della sua setta, gli Alawiti, importanti incarichi politici ed economici.

Perciò, sebbene il regime non promosse mai le divisioni settarie, ma anzi mantenne in piedi una facciata di vago nazionalismo arabo, la riorganizzazione della classe dirigente si basò su legami regionali, etnici e settari. Questa tendenza fu poi esacerbata dal successore di Hafez, Bashar, suo figlio, e rimane alla base del conflitto civile cominciato nel 2011.

La guerra civile siriana

La situazione è definitivamente precipitata nel marzo 2011, quando sono nate le proteste oggi note come “Primavere Arabe”. Nel corso di più di 8 anni, la situazione si è evoluta passando da una serie di semplici proteste nelle strade ad un conflitto coinvolgente stati come gli USA, la Russia, la Turchia, ma anche attori non statali (come ad esempio l’Isis).

Già pochi giorni successivi alle prime reazioni delle forze armate, la popolazione aveva infatti iniziato ad assaltare le caserme e, quattro mesi dopo, alcuni ufficiali disertori diedero vita al Free Syrian Army (FSA). La situazione si complicò ulteriormente con l’arrivo dei cosiddetti foreign fighterscome quelli che andarono poi a confluire nel Fronte al Nusra, rappresentante di al Qaeda in Syria. Proprio dalla rottura con al Nusra di Abu Bakr al Baghdadi nacque poi lo Stato Islamico di Siria e Levante (ISIS o ISIL).

Nacquero poi anche le Unità di Protezione Popolare (YPG), sostanzialmente un braccio armato del Partito dell’Unione Democratica in Siria, per proteggere il popolo curdo e ottenere maggiore autonomia dal regime.

Intorno al 2013, ad aggravare ulteriormente questa guerra, arrivarono i primi attacchi con le armi chimiche da parte del regime e con l’uso del Gas Sarin a Ghouta il 21 Agosto, arrivarono le prime dure condanne da parte della comunità internazionale, USA in primis. In teoria, secondo gli accordi, la Siria avrebbe dovuto distruggere l’intero arsenale chimico, per evitare di usarlo nuovamente.

Nel novembre 2015 scende poi in campo un altro attore determinante: la Russia. Infatti, le forze ribelli erano arrivate sulle coste, dove si trovano due importanti basi russe: Tartus e Latakia. Russia e Siria sono storici alleati ed è proprio grazie alla prima se Assad non è stato catturato e non ha dovuto rispondere degli attacchi col gas sarin.

Nel novembre 2017, anche l’amministrazione Trump, fino a quel momento apparentemente vicina ad Assad decise di schierarsi contro il regime, compiendo un attacco dimostrativo con 59 missili tomahawk dopo l’uso di armi chimiche da parte del regime sulla cittadina di Khan Shaykun.

Perché gli Stati Uniti si sono ritirati e come va interpretato

Già dal Dicembre 2018, il presidente americano Donald Trump aveva dichiarato la vittoria sull’ISIS e la volontà di ritirare le truppe americane presenti sul territorio siriano, come conclusione della campagna americana anti-stato islamico cominciata nel 2014. Proprio queste truppe, alleate con l’YPG e con i Curdi, avevano dato a questi ultimi un grandissimo potere contrattuale nei confronti del regime e la speranza di maggiore autonomia politica.

La presenza americana nel nord-est del paese aveva limitato l’influenza di Russia, Turchia ed Iran, facendo divergere la storia dell’Est della Siria dal resto del paese.

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Dal 2014, le forze armate statunitensi e quelle curde hanno collaborato per cercare di debellare l’ISIS. Ora che questa minaccia è sostanzialmente scomparsa, Trump crede sia ora di ritirare le truppe, decisione che è apparse come un tradimento agli occhi di molti curdi

Il vuoto di potere causato dal ritiro delle truppe americane, ampiamente previsto da tutti gli attori, ha perciò permesso alla Turchia di entrare nel paese e di cominciare un’offensiva militare contro i Curdi, mettendo in discussione le conquiste fatte fino ad oggi, compresa la stessa sconfitta dell’ISIS.

Il 28 e il 29 Novembre, ad Astana, in Kazakistan, è previsto un summit tra Russia, Turchia ed Iran sulle sorti della Siria. Dopo i recenti eventi, i tre partecipanti potranno includere nelle trattative anche la regione est della Siria, finora esclusa dalla discussione a causa delle truppe americane lì stanziate.

Verosimilmente, la Russia proporrà un accordo simile a quello del 1998 tra Siria e Turchia che mise fine al sostegno del governo siriano nei confronti del PKK. Un primo problema da risolvere sarebbe però quello di convincere la Turchia a ritirare la sue truppe, abbastanza difficile in assenza di un’intesa a lei vantaggiosa. La situazione è ora assai fosca ed è difficile immaginare una soluzione in tempi brevi.

Al momento tuttavia, è stato raggiunto un accordo tra le forze curde e quelle turche che prevede un cessate il fuoco per 120 ore, in modo tale da permettere il ritiro dei curdi dalle zone di confine. Tuttavia, il fatto che entrambe le parti coinvolte (i curdi e la Turchia) si accusino a vicenda di averlo violato ripetutamente, non lascia presagire nulla di buono per il futuro del paese.

 

 

Edoardo Ragaglini

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