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La psicosi da “variante indiana” di Covid-19 può dare vita a forme di razzismo e discriminazione come accaduto ad inizio pandemia nei confronti dei cinesi, categorizzati come portatori del virus e per questo marginalizzati. La psicosi creata dalla diffusione delle varianti Covid-19 ha, quindi, richiesto la necessità di coniare un nuovo neologismo per far fronte ad un fenomeno che si propaga senza controllo e che, come vedremo, può dare vita a delle vere e proprie situazioni d’intolleranza. Come la psicosi da “variante indiana” può dare vita a forme di razzismo Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Il termine è “scariants”, deriva da “scary” e “variants”, ed è stato coniato dal professore americano di medicina molecolare alla Scripps Research, Eric Jeffrey Topol. Come sottolinea lo stesso professore sul New York Times «Le notizie sulle varianti del coronavirus possono sembrare spaventose per un pubblico non abituato al gergo genomico. Ma i virus subiscono frequentemente mutazioni, sia all’interno delle persone infette sia mentre viaggiano da una persona all’altra. Ecco perché è importante ricordare questo: tutte le varianti sono “innocenti” fino a prova contraria». Bisogna però sottolineare che se la psicosi generale sembrerebbe essere il problema di prima linea, ne esiste anche un altro, più latente, ma strettamente collegato al primo, ovvero il razzismo e la discriminazione. Il razzismo si manifesta nei confronti di quella popolazione che viene condannata ad associare il proprio nome alla variante “britannica” “sudafricana” “pakistana” “indiana” etc. ma siamo sicuri che ad ognuna è riservato lo stesso trattamento?

La risposta alle varianti Covid-19

Il nodo della questione sta nella risposta da parte del resto del mondo di fronte quella piccola porzione del pianeta legata alla variante x. In Italia la psicosi verso, in primis, gli asiatici è dilagata fin da subito in maniera molto aggressiva. Il virus era ormai ovunque, ma qualcuno doveva pur pagare la colpa della pandemia e, come in ogni storia, trovare sempre il capro espiatorio; d’altronde se non ci fosse, dovremmo fare i conti con noi stessi e, in quel caso, la situazione si complicherebbe. Dai commenti sinofobi, alle storie di bambini asiatici a cui non è stato permesso entrare più a scuola, nonostante stessero fortunatamente bene, commenti razzisti per strada e sui mezzi pubblici davanti una platea che nel silenzio accondiscendeva, fino ad utilizzare letteralmente la violenza fisica, come accaduto in Veneto, dove un ragazzo di origini cinesi è stato preso a bottigliate dopo essere entrato in un bar. Locali e ristoranti cinesi, particolarmente numerosi sulla penisola, per lungo tempo completamente vuoti, “sei asiatico, quindi hai il virus”, è colpa dell’asiatico se siamo in questa situazione, anche di chi in Italia è residente da almeno 20-30 anni, anche di chi in Italia ci è nato. L’odio non ha mezzi di misura, si sa, però utilizza strumenti di distinzione tra “simile” e “diverso”.

A quasi un anno esatto da inizio pandemia hanno cominciato a diffondersi varianti come quella sudafricana e brasiliana, il cui effetto non differisce molto da quello precedente verso gli asiatici, ma qui il razzismo si è accomodato da tempo e non sembra aver voglia di schiodarsi. È ancora facile riconoscere il colpevole, occhi a mandorla o pelle nera, fin qui tutto bene. Pian piano, nondimeno, arrivano le due varianti che, al momento, sembrerebbero le più pericolose, quella inglese e quella indiana, due esempi perfetti del diverso modo che l’uomo occidentale ha nel rispondere o meno ad una “minaccia” esterna. Abituati a suddividere la realtà in categorie, senza neanche accorgercene, tendiamo ad avvicinarci a tutto ciò che è simile a noi ed allontanarci da tutto ciò che è diverso da noi.

Identità sociale e razzismo

Per rendere più chiaro il concetto è stata elaborata la Teoria dell’Identità sociale di Tajfel e Turner, i quali hanno individuato tre processi attraverso cui gli esseri umani creano l’identità:

I. Categorizzazione: processo tramite cui individui che condividono caratteristiche distintive, vengono raggruppati in gruppi sociali, differenziandosi da chi non possiede le medesime caratteristiche.
II. Identificazione: processo attraverso cui il sé individuale viene classificato come appartenente ad una categoria sociale, il che motiva il singolo a sviluppare una “distintività positiva” rispetto al gruppo cui appartiene.
III. Confronto sociale: strategia tramite la quale l’individuo paragona il proprio gruppo di appartenenza (INgroup) con gruppi esterni (OUTgroup), svalutando questi ultimi e ponendosi in contrapposizione ad essi.

Da questo schema è desumibile come la semplice appartenenza ad un gruppo basti a favorire chi appartiene alla propria categoria e discriminare coloro che appartengono ad un gruppo differente, sulla base di supposizioni superficiali e banali.

Ingroup ed outgroup vengono identificati inoltre dal modello SCARF (D. Rock 2008) utile per capire in base a quali elementi identifichiamo noi stessi con il gruppo di appartenenza:

Status (importanza del proprio ruolo sociale)
Certainty (programmazione futura)
Autonomy (percezione del controllo sull’ambiente e sugli altri)
Relatedness (decidere chi fa parte dell’ingroup e chi dell’outgroup)
Fairness (attribuzione dei valori di equità e giustizia alle azioni altrui)

In tal senso i britannici, in quanto bianchi, occidentali e fino a poco tempo fa europei, vengono percepiti come ingroup, mentre gli indiani, in quanto orientali, diversi e lontani, come outgroup. Ciò spiegherebbe il perché la variante inglese non sia sfociata in forme di razzismo nei confronti della popolazione britannica, mentre la variante indiana abbia innescato non soltanto una paura incontrollata, ma anche episodi severi di razzismo stereotipato verso indiani o pakistani.

Il rappresentante della società indiana, Klaus Davi, ha parlato di un vero e proprio “clima terroristico” che in Italia si è riversato contro la stessa comunità sikh, ovvero gli agricoltori indiani della località Latina da 40 anni, che oltre a vivere in condizioni di marginalizzazione, sono stati messi sotto attacco dai media come portatori della variante indiana, generando così preoccupazione e tensione.

Conclusione

Stando alla realtà scientifica, però, è utile sottolineare come tale psicosi sia insensata. Le varianti possono essere suddivise in quelle di maggiore preoccupazione per l’elevata trasmissibilità e letalità (VOC) e quelle di interesse (VOI), le quali vanno tenute sotto controllo ma al momento non sembrerebbero sollevare un particolare allarme in Italia. Tra le VOC, oltre alla brasiliana e sudafricana, risulta proprio la variante inglese, mentre quella indiana viene classificata come VOI, il tutto collegato al fatto che un virus, in quanto tale, subisce numerose variazioni, ma che la loro incidenza sulla popolazione può dipendere da vari fattori anche politici, sociali e amministrativi. Non vi è dunque al momento nessun motivo di agitazione né, tanto meno, nessuna giustificazione nei confronti di comportamenti razzisti per chi viene percepito come diverso, che possa legittimare episodi di discriminazione e violenza dettati soltanto da motivazioni istintive, superficiali e miopi.

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