Comunità pre e post apocalittiche

Andrà tutto bene. Sulla bocca (e sui social) di tutti. L’ottimismo è linfa per lo spirito e per fantasticare su un futuro scevro da ogni timore. Un futuro pacifico e florido. Ma, in questo pomeriggio primaverile, tale incoraggiante frase ha un effetto infruttuoso sulle fragili emotività di tutti i reclusi in casa o (per i più fortunati) sui propri terrazzi e giardini. Il silenzio che caratterizza il luminoso cielo e l’aria insolitamente limpida di Roma è surreale. È il 2020 eppure, sopra la metropoli, come possono testimoniare tutte le generazioni attualmente in vita, per la prima volta è possibile alzare lo sguardo e non riuscire a scorgere la scia di nessun aereo. Le strade sono deserte. Il caos cittadino è stato cancellato in pochi giorni. Il panorama è paragonabile a quello dei film apocalittici che rappresentano città deserte per pandemie di virus letali che trasformano i poveri testimoni in zombie o in spietati assassini.

Il genere umano, in questi mesi, è protagonista di una pandemia endemica che la globalizzazione ha coadiuvato nella diffusione a macchia d’olio. È un inedito storico. Un’esperienza che segnerà l’intero genere umano. La domanda è se si farà tesoro di questa esperienza devastante. L’individualismo di Hobbes, Locke, Kant, che ha caratterizzato la società fino ad oggi si è rivelato inadeguato per un corretto sviluppo sostenibile. La comunità di Tonnies è più congruente alla sopravvivenza della nostra specie. In un sistema dove la globalizzazione è radicata nei rapporti politici ed economici degli individui, emerge la necessità di condividere e organizzarsi.

Gli interessi comuni coinvolgono in maniera più netta e riconoscibile tutti gli Stati. I confini nazionali non riescono più a contenere i precetti del sovranismo. Comunità è il sostantivo chiave per superare ogni difficoltà. Del resto la sua definizione descrive persone unite sia in rapporti sociali stretti,  ed anche un insieme di organi sovranazionali accomunati da stessi interessi economici, politici, sociali. In una comunità i rapporti tra individui sono più intimi e collaborativi a differenza di una società fredda ed istituzionale. Ma nello stesso tempo, nella contingenza del presente, le due forme di organizzazione sociale si fondono.

Gli elementi che, secondo il sociologo tedesco Tonnies, contraddistinguono la comunità potrebbero essere analizzati uno ad uno, a seguire, rapportandoli all’apocalittica quotidianità. Vediamoli:

  • Già in passato era evidente che l’economia è un aspetto che lega, attraverso un filo sottile, tutte le esigenze dei vari Paesi.
  • Anche la necessità di una lingua comune risulta, oramai da tempo, essenziale per una corretta comunicazione.
  • Inoltre non si può prescindere dall’organizzazione. Non c’è nessuna speranza di superare la crisi globale dovuta al coronavirus senza una collaborazione coordinata da parte di tutti gli stati e dei singoli individui.
  • La tecnologia, in particolare quella digitale, permette di far proseguire i rapporti quotidiani e le necessità di interdipendenza tra amici e parenti, studenti ed insegnanti, imprese e consumatori.
  • L’identità di una comunità che affronta un’apocalisse (leggi: emergenza COVID-19) accomuna l’intero genere umano vittima delle circostanze. Insieme si lotta per la sopravvivenza. L’identità è percepita come quella di essere umano in sé. La fragilità di fronte la devastante mortalità di un virus sconosciuto rende ora più che mai tutti uguali. Tutti solidali con se stessi e con il prossimo. Perché da soli nessuno può pensare di farcela.

Entrano poi in gioco le peculiarità tipiche della società.

  • Le istituzioni che devono coordinare i singoli di fronte all’emergenza. Sterili e inutili sono le polemiche atte ad individuare chi ha sbagliato nell’adottare congrue misure di contenimento in Italia. I governanti si sono scontrati con l’imprevedibile. Una piaga estremamente difficile da affrontare nell’epoca della globalizzazione, dell’interscambio continuo e della presenza di numerose democrazie, che ripudiano la limitazione delle libertà, persino in periodo di estrema emergenza.

Nessuno era preparato e nessuno aveva la giusta ricetta. Si dovrebbe guardare con fiducia l’operato del governo Conte, ma soprattutto lodare il coraggio dimostrato da medici, infermieri, farmacisti, forze dell’ordine, commessi dei supermercati, fattorini  e chiunque abbia preso in mano la situazione e collabori in modo costruttivo a superare la crisi.

Anche l’ottimismo è un elemento essenziale per mantenere la serenità. Essere reclusi in casa, per un periodo indeterminato, è difficile da accettare. In questo frangente il digitale è stato il vero protagonista. Tale tecnologia dovrebbe essere utilizzata in maniera costruttiva per fornire più aiuto possibile, essendo la comunicazione fondamentale in una fase in cui l’assembramento è interdetto. I social dovrebbero servire ad informare coscienziosamente, evitando le fake news e cercando di diffondere speranza e allegria (per quel che è possibile). Del resto mai si è registrata tanta mondanità come in questi giorni: rendez-vous virtuali, aperitivi Skype, appuntamenti sui balconi ad applaudire, suonare, cantare.

Comunità pre e post apocalitticheDi collaborazione c’è bisogno sia per il presente che per il futuro. Quando la crisi cesserà, un enorme cambiamento dovrà essere messo in atto. Bisogna fare tesoro del pericolo scongiurato e di come in passato si sia vissuto sul filo del rasoio. Guerre, povertà, disparità sociale, disastri ambientali lasciano presagire un futuro catastrofico. Ma gli strumenti per la soluzione a tutti i problemi sono già in piedi da tempo. Occorre prenderli sul serio e dare loro l’assoluta priorità. L’Agenda 2030 e i suoi obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS: Sustainable Development Goals SDGs) prevedono che tutti i Paesi aderenti all’ONU portino a compimento un programma per il miglioramento dell’ambiente, del  sociale e dell’economia. Se abbiamo a cuore noi stessi, ma soprattutto le generazioni a venire, non possiamo prescindere da questi propositi.

Di cosa invece non c’è affatto bisogno:

  • basta alla propaganda sovranista e individualista ed alla perenne ricerca di un nemico. Semmai l’amico è colui che deve essere accolto e ritrovato nel prossimo, colui che  fa parte della comunità globale.
  • Non farsi ingannare dalle false espressioni che spesso popolano le pagine dei social: “Gli amici di…”, “Quelli di…”, “Siamo tutti di…”. Esistono pagine Facebook di quartiere, di paesi, di comuni che nascondono l’odio per il vicino dietro a intenti lodevoli (quali per esempio la riqualificazione del municipio, dei parchi, delle strade). Molto “haters” popolano questi gruppi. Le conversazioni portate avanti dai membri, se non addirittura dagli stessi amministratori, spesso danno l’incipit per attaccare qualcuno senza alcun fondamento scientifico o legale. Pagine social, che ora più che mai potrebbero essere utili nel momento del bisogno, trasformano i post in gogna mediatica, istigando alla violenza verbale per non dire fisica. Tutti i membri diventano “esperti” medici, virologi, avvocati, politici solo per attaccare il prossimo. Utilizzano foto (non curandosi della privacy) per identificare le vittime. Con frasi sibilline portano ad iniziare un attacco contro chi la pensa diversamente da loro. Svolgono tale attività magari solo per noia. O per attirare l’attenzione sulla propria pagina social. In realtà è facile intuire che non c’è alcuna competenza da parte di questi individui. Spesso le loro asserzioni sono sgrammaticate (non sono in grado neanche di coniugare i verbi). Ma hanno presa sulla massa. Un esempio facile da constatare (soprattutto da chi raccoglie gli screenshot di conversazioni poi in seguito cancellate dagli stessi amministratori) è come hanno affrontato l’attuale crisi. All’inizio, amministratori delle pagine in prima linea, erano tutti “virologi”. Il coronavirus per loro era una normale influenza. Invitavano tutti a disinteressarsi. Segnalavano le notizie dei giornali come fake news (alcune volte purtroppo a ragione). Ci sono casi dove sono arrivati ad autodichiararsi  “esperti segnalati dall’Oms”. Secondo loro avrebbero intuito per primi l’inoffensività del virus. Invitavano a fare “pizzate” di quartiere quando già era in atto una forma di prevenzione e di allarme. Adesso (dopo avere debitamente cancellato i propri post) sono i primi allarmisti. Additano chiunque esca di casa, senza neanche essere a conoscenza della motivazione. Potrebbe trattarsi di necessità impellente. Ebbene tale comportamento, nel loro piccolo, viene imitato da politici sciacalli che pensano solo alla perenne campagna elettorale screditando l’operato di chi al momento ci mette la faccia. Un esempio in “digitale” è il post complottista di Salvini riguardante la falsa notizia dell’attuale COVID-19 creato dai cinesi in laboratorio.
  • Non c’è bisogno del cinismo dimostrato dai politici di alcuni Paesi. Alcuni di loro hanno preferito sottovalutare o addirittura ignorare l’emergenza puntando sull’immunità di gregge (elevato rischio di vita, ma impatto meno rovinoso per l’economia e per la sanità). Questi Paesi in passato hanno avuto leader che non credevano nell’esistenza della società (leggi Thatcher). Oggi la società e la comunità  sono l’unica speranza di sopravvivenza.
  • Non c’è bisogno neanche dello sciacallaggio finanziario, speculando sul crollo delle borse causato dallo stato d’emergenza. È ovvio che sarebbe impossibile eliminare le Borse e il mercato finanziario. Del resto uno degli strumenti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 è sicuramente usufruire del debito. Ma un conto è la creazione di deficit grazie alla fiducia di finanziatori nell’acquisto di titoli, un altro è la libertà d’impudenza dove l’homo homini lupus di Hobbes può deliberatamente trarre profitti sulla mors tua.

Sarà quindi d’insegnamento il tormento che l’intera umanità sta vivendo? Avverrà un cambiamento nel futuro? Con la reclusione nelle proprie abitazioni non si è mai stati così divisi, ma neanche mai così uniti. “Così lontani, così vicini”. Bisognosi l’uno dell’altro. Aristotele descrisse l’animale politico che necessita di riunirsi in comunità per cooperare. Arrivando all’Illuminismo, Marx non concepiva il singolo ma la massa. È ora di aiutarsi vicendevolmente. Adesso e nel futuro. Perché: andrà tutto bene.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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