Coronavirus: la reazione alla quarantena

Sono più di due settimane che stiamo avendo a che fare con questa quarantena, forse la sfida più difficile dell’Italia repubblicana. Si, perché ci sta richiedendo lo sforzo più grande, più nascosto, più distante da tutto ciò che siamo diventati nella società moderna, capitalista ed individuale: il virus, la quarantena, ci stanno richiedendo di riscoprirci comunità, di capire che le responsabilità di ognuno sono anche responsabilità sociali e impattano sulla collettività.

E così, milioni di italiani, alla necessità dell’emergenza, abbiamo accolto con spirito le misure restrittive, rinchiudendoci nelle nostre quattro mura, lasciando nelle strade, nelle piazze, e in tutti i luoghi di vita, un comatoso e triste silenzio, inframmezzato solo dal suono delle ambulanze e dal cinguettio degli uccelli. Ma gli italiani sono un popolo fantasioso, allegro, che nel momento di bisogno dà il meglio di sé stesso, ed ecco quindi che nel grigiore di un quadro dalle sembianze post-apocalittiche, i balconi di tutta la penisola hanno preso colore e forma, lo spirito italiano è uscito fuori in tutto il suo estro, e la musica eseguita con strumenti di ogni tipo, anche improvvisati per l’occorrenza, ha dato agli occhi di tutto il mondo una fantastica immagine di resistenza.

Poi i tanti messaggi di positività, dal ‘andrà tutto bene’ al ‘distanti ma uniti’, le catene social e gli innumerevoli video dalla quarantena: da chi si improvvisa cantante a chi cantante lo fa veramente e regala spezzoni di qualche sua canzone in diretta; c’è chi approfitta del tempo libero per sprigionare la fantasia in cucina; chi fa sport in spazi minuscoli, chi si dedica allo studio di altre lingue, chi impara a suonare uno strumento, o chi semplicemente si rilassa guardando un film, recuperando una serie tv o leggendo qualche libro. Insomma, sembra che questa quarantena non abbia scalfito gli animi, ma stia tirando fuori il meglio da molti.

Per una buona parte che risponde con positività al drastico cambiamento delle abitudini quotidiane, ce n’è però un’altra, più piccola, che sconvolge l’equilibrio. Non parlo solo di chi va a fare la corsetta mattutina o il giro in bici in chiara inottemperanza delle regole, ma anche di tutta quella porzione di prototipi umani che si ripetono quasi in serie in ogni epidemia.

Il calderone è grande: ci sono mordaci delatori da social, cacciatori di untori, pedanti saputelli che rimproverano chi esce anche per andare a fare la spesa, o chi scambierebbe volentieri il proprio diritto di voto per dare più potere alle forze dell’ordine e vedere l’esercito schierato. Il rischio ovviamente è quello di degenerare fino ad un esacerbante senso di esasperazione che, quando l’emergenza virus sarà finita, rimarrà incastonato nelle convinzioni di tante persone, che saranno ben disposte a eventuali proposte di ridefinizione dei canoni dello Stato democratico.

E d’altronde è un pensiero che trova fondamento nell’inerzia della politica, con un Parlamento – giustamente – chiuso e lo smart-working alternativa non valida (ancora) per i rappresentanti del popolo. Tant’è sono molti, dal basso, a chiedersi se a Montecitorio non dovrebbero essere chiuse definitivamente le porte, visto che in emergenza la parola passa ai professionisti, con il Governo relegato a strumento per collaudare e dirigere. Un punto potrebbe però essere interessante: da questa crisi si può uscire con la consapevolezza che i cialtroni della politica, quelli da quattro concetti ripetuti all’infinito – destra, sinistra, centro, non ha importanza – possono essere messi da parte, perché ogni problema se affrontato come si deve ha la sua soluzione, e non serve alimentare paura e confusione con parole vuote e prive di significato.

In altre parole, questo virus ci sta dando la dimostrazione che la competenza è un valore strutturale, che porta al miglioramento di uno Stato, e tutti, dal piccolo segretario d’ufficio fino al presidente del Consiglio, dovrebbero possederla, perché il cugino del fratello dell’amico dell’amico, ha portato l’Italia al baratro che è oggi. In fondo il clientelismo è un fenomeno culturale, se si cambia l’idea, si cambia il sistema.

Ma rinviando questa divagazione al futuro, torniamo al punto di partenza. La quarantena non porta solo tensione, ma determina l’acuirsi, o l’innescarsi, anche di effetti psicologici sulla popolazione. Ultimamente molti psicologi hanno lanciato l’allarme: il semi-isolamento può determinare sintomi psicologi come stress, disturbi emotivi, o più in generale disturbi da stress post-traumatico. Ad essere più colpiti sono i soggetti più fragili, quindi gli anziani, i bambini, cittadini con malattie croniche e persone che già soffrono di disturbi mentali, anche lievi. Ma non solo. La quarantena porta a riconsiderare il concetto stesso di convivenza.

All’improvviso le case si sono trovate ad essere vissute da tutta la famiglia per intere giornata, e se l’occasione ben si presta a ricongiungimenti a cui magari non si ha dato la possibilità prima, a lungo andare la convivenza forzata, per un periodo di tempo prolungato, può inasprirsi nei tratti portando a esasperazione, litigi, o il doversi raffrontare con problemi che si tendeva ad evitare. La quarantena diventa un macigno per un genitore single costretto a casa con figli piccoli, che deve lavorare e non ha un aiuto. Oppure per il precario che si trova da un giorno all’altro senza lavoro e deve pensare alla gestione dei risparmi, se ne ha, con la costante preoccupazione di non sapere quando potrà ricominciare a vedere un pò di luce. La quarantena è anche solitudine, ansia, impotenza, per chi sta a chilometri di distanza dai suoi cari, e non può raggiungerli.

La quarantena è tante sfaccettature che sono difficili da riassumere in poche righe, ma sicuramente la quarantena può diventare un mostro più spaventoso del virus se non viene chiarita in modo esplicito da chi prende le decisioni. Per esempio, qualcuno parla che si potrebbe andare avanti fino ad agosto con le restrizioni. Certo, magari non in misura così stringente come avviene oggi, ma potrebbe darsi il caso che ce ne sarà bisogno, e allora come si parlerà alla popolazione, come si farà a rassicurarla?

Da qui il bisogno di una comunicazione governativa il più efficace possibile, che metta da parte comunicati last minute nel tardo della sera, così notturni da sembrare urgenti e non procrastinabili, così improvvisi da interrompere da un giorno all’altro interi settori produttivi. E’ l’ora che il Governo cominci a confrontarsi con più pragmaticità alle esigenze del Paese, partendo magari dal rispondere alle tante domande che gli si pongono, finora lasciate in gran parte al povero Borrelli, unico rappresentante delle istituzioni al di fuori del settore sanitario, nei quotidiani aggiornamenti sulla situazione emergenziale.

Perciò concludo ponendola io una domanda: quando finirà questa quarantena? Per quanto tempo ancora si potrà continuare ad impedire alla gente di compiere anche quel minimo spostamento in una strada deserta di montagna?

Sicuramente fino a quando non ci sarà il picco dei contagi parlare del futuro si traduce in sterili supposizioni, ma è necessario che il Governo cominci a pensarci già da adesso (cosa che sicuramente starà già facendo) per evitare che a lungo andare si sfoci in una sottovalutazione del problema, con molte persone che, esauste, si riverseranno in strada.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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