Il precariato continua ad affermarsi sempre più come regola generale che, come eccezione, accentuando le discriminazioni salariali, lo sfruttamento dei lavoratori e la mancanza di tutele in un sistema economico sempre più fragile. In questo quadro complesso si muovono quindi i giovani in cerca di un impiego, che spesso trovano solo accettando di sottoporsi a condizioni svantaggiose, che non di rado assumono le forme dello sfruttamento, in nome della rinomata “esperienza”. L’Eurovision, che ha visto da poco trionfare l’Ucraina a Torino, è un perfetto esempio della situazione contemporanea di tutti i giovani lavoratori e lavoratrici: un’imponente macchina costruita a spese dei tanti “volontari” a cui non è stata riconosciuta nessun tipo di retribuzione, neanche la possibilità di usufruire del buffet. Non si tratta di un caso isolato, quanto di una prassi consolidata: a cominciare dalla tanto discussa Expo di Milano 2015, per poi passare al Jova Beach Tour, perfetto esempio di greenwashing, finanziato da WWF e dalla Compagnia di San Paolo. Secondo la classe imprenditoriale organizzatrice di tale eventi, per i quali ottengono cachet milionari, per i giovani lavoratori e lavoratrici contribuire alla realizzazione di eventi pubblici del genere deve essere già di per sé una ricompensa sufficiente, in quanto è noto a tutti che è con la gratitudine e la gioia di aver vissuto un’esperienza unica che si pagano le bollette.

Le statistiche danno l’Italia come fanalino di coda nei paesi OCSE per impiego dei giovani e per l’età di emancipazione, ma sono dati che per essere compresi devono essere letti alla luce dell’alto numero di contratti precari, non o mal retribuiti a cui sono costretti a vincolarsi migliaia di giovani italiani. L’Unione Europea ha di recente condannato la pratica degli stage non retribuiti, ma, nonostante ciò, il Parlamento UE ha comunque bocciato l’emendamento dei Verdi che ne imponeva il divieto, perdendo ancora una volta l’occasione di poter attuare riforme concrete per arginare il fenomeno.

Precariato: condizione temporanea o contemporanea?

L’arrivo dell’estate sta per inaugurare il moltiplicarsi dei lavori stagionali, che coinvolgono centinaia di migliaia di giovani lavoratori e lavoratrici in tutto il paese. Discutere del lavoro stagionale, significa scattare un’istantanea della condizione lavorativa del nostro tempo. Il lavoro precario è passato da assumere un’accezione di impiego temporaneo a quella di impiego contemporaneo. Sono centinaia di migliaia i giovani che decidono di cimentarsi in lavori estivi da far combaciare o meno con gli impegni scolastici o sociali, per poi vedersi annullati da turni di lavoro estenuanti con una retribuzione irrisoria. Tutto ciò è permesso dalla totale assenza di un’etica del lavoro da parte degli imprenditori che si arricchiscono sulle spalle dei propri impiegati. Tale processo viene continuamente incoraggiato e spettacolarizzato nei talk show e nelle prime pagine dei giornali che non fanno altro che alimentare una retorica della concorrenza, penso agli articoli che elogiano i laureati in tempi record, e del binomio lavoro-sacrificio. Si tagliano così fuori dal dibattito tutte le diverse chiavi di lettura per ridare dignità al lavoro, sia che esso voglia essere inteso come un libero mezzo d’espressione e di sviluppo della persona umana, o semplicemente come un mezzo di sussistenza che non definisce il valore della nostra persona.
Appare quindi sempre più evidente l’urgenza di introdurre un salario minimo, strumento che potrebbe rappresentare il primo passo verso un nuovo e ritrovato percorso di tutele del lavoro.

Salario minimo in Italia: è giunto il momento?

È nel 2016, con l’adozione del Jobs-Act, uno dei cavalli di battaglia del governo Renzi, che si raggiunge l’apice della corsa verso l’istituzionalizzazione del precariato, con l’emanazione di una riforma del diritto del lavoro che diminuisce le tutele dei lavoratori e lascia carta bianca alle politiche aziendali. È nel 2018, a pochi mesi dall’instaurazione del governo giallo-verde, che il salario minimo, punto del programma dei 5Stelle, torna nell’agenda di Governo. Nell’agosto dello stesso anno, l’allora ministro del lavoro di Maio, saluta l’emanazione di un nuovo decreto, denominato “Decreto Dignità”, con il quale si punta a ridimensionare il fenomeno del precariato: “Il Decreto Dignità è il primo decreto non scritto da potentati economici e lobby” dichiara in aula dopo l’approvazione del testo. Tuttavia, gli effetti sperati non sussistono e a distanza di quattro anni il Decreto Dignità torna al centro del dibattito. Pasquale Tridico, presidente dell’Inps dal 2019, ha recentemente rilasciato un’intervista a Repubblica affermando che: “Il mercato del lavoro tira perciò non ha più senso tenere sospeso il decreto Dignità. Se un lavoratore è precario deve sapere perché, si deve indicare il motivo”. L’economista continua affermando come la ripresa economica spagnola degli ultimi anni non sia altro che ispirata a tale Decreto, per poi arrivare al salario minimo. “La cifra di nove euro lordi l’ora è assolutamente compatibile con la forchetta che ha indicato due anni fa l’Europa in una delle sue direttive. Bruxelles raccomandava un salario minimo basato su una forchetta tra il 50% del reddito medio e il 60% del salario mediano. In Italia, nel solo settore privato, questi due valori corrispondono a 10,59 euro e 7,60, quindi la cifra media è 9 euro. Nove euro lordi l’ora per otto ore al giorno vuol dire avere salari netti di poco superiori a mille euro al mese. Con le retribuzioni stagnanti e un’inflazione che corre verso il 7% credo sia un livello minimo congruo” chiosa Tridico. È interessante sottolineare come sia divisa la posizione dei sindacati sul salario minimo, verso il quale Cisl e Uil nutrono un profondo scetticismo, mentre la Cgil continua a tacere. Tale posizione si costruirebbe sul fatto che il salario minimo ridurrebbe il potere sindacale sulla contrattazione salariale e un conseguente assestamento dei salari medi sempre più verso il basso, ma la prassi ci conferma che laddove tale misura è stata presa in atto ciò non è accaduto, così come riportato anche da una ricerca dell’Ilo, l’organizzazione mondiale per il lavoro. Tale discussione si inserisce evidentemente in un contesto più ampio che pone al centro la necessità di ridiscutere l’intero salario medio italiano, basso rispetto alle medie europee, e che fa sempre più fatica ad adattarsi all’aumento del carovita, aggravato dalla crisi pandemica e dall’attuale crisi bellica; ma che può essere inteso anche come il frutto naturale di vent’anni di politiche discutibili sulla tutela dei lavoratori.
Rimane ferma l’opposizione di Confindustria, mentre in Parlamento l’11 maggio 2022 è iniziato l’esame del ddl a prima firma della pentastellata Nunzia Catalfo da parte della commissione Lavoro. Trovata la convergenza tra PD e M5S, ma senza i voti favorevoli di Italia Viva, il decreto rischia di non passare: quasi un déjà-vu dell’infelice destino del ddl Zan.

Salario Minimo in Europa

Mentre l’Italia è ancora impegnata a puntare il dito contro il reddito di cittadinanza, in Europa il salario minimo è una realtà ben consolidata, infatti su 27 paesi UE, sono ben 21 i paesi che prevedono tale misura. Esso può essere stabilito per fascia oraria come nel caso della Germania, che oggi ammonta a 9,82 euro all’ora ma che punta a salire ai 12 euro a partire dal 1° ottobre, oppure per quota mensile, come nel caso spagnolo. Utilizzando come riferimento una settimana lavorativa di 39 ore Eurostat ha messo a confronto i salari minimi dei diversi Paesi. A godere delle buste paga minime più generose sono Francia (1.603 euro), Germania (1.621 euro), Belgio (1.658 euro), Paesi Bassi (1.725 euro), Irlanda (1.775 euro) e Lussemburgo (2.257 euro). In Spagna si è arrivati qualche mese fa a un accordo tra il governo di Pedro Sanchez e i sindacati Ccoo e Ugt per una riforma che attesta il salario minimo a 1.000 euro su 14 mesi, con validità retroattiva al primo gennaio. Si tratta di 35 euro in più rispetto all’attuale stipendio minimo che si attestava a 965 euro al mese per quattordici mesi. Nonostante il bene placido sul salario minimo da parte della BCE, ottenuto nella diffusione dello studio degli economisti Gerrit Koester e David Wittekopf, oltre l’Italia anche Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia hanno deciso di non ricorrere a tale strumento.

La fine delle categorie del lavoro classiche e le nuove sfide del futuro  

A pagarne di più le spese sono come sempre le donne, i migranti e le giovani generazioni che dovranno confrontarsi con un mercato del lavoro totalmente mutato rispetto a quello che i nostri genitori sono stati abituati a conoscere. Da una parte incombe lo spettro del cambiamento climatico, destinato a cancellare interi settori del mercato e a reinventarne dei nuovi, dall’altra l’intero sistema delle lotte sindacali sembra non trovare le giuste risposte davanti alle crepe dell’attuale crisi del lavoro giovanile e atomizzato. In questo contesto emergono però due interessanti casi studio: per quanto riguarda ripensare il lavoro in un’ottica ecologista, emerge l’attività del collettivo di fabbrica GKN, che ha iniziato un percorso di dialogo con il movimento ecologista Fridays for furture, facilitando in questo modo anche un dialogo generazionale. Per quanto riguarda la dimensione delle lotte sindacali, meritano di essere citate le CLAP, Camere del lavoro autonomo e precario, un recente “esperimento” che intende offrire garanzie sindacali specifiche per il mondo precario, “pur riconoscendo l’enorme difficoltà di organizzare un lavoro precario che per sua stessa definizione è non-organizzabile e provvisorio” così come dichiarato da loro stessi in un recente incontro con gli studenti di Scienze Politiche della Sapienza. Il dirompente fenomeno del lavoro telematico ha inoltre inclinato ulteriormente quei processi politici e sociali di aggregazione che facilitavano le rivendicazioni dei lavoratori. Rivendicazioni che recentemente a Torino, definita dal suo stesso sindaco Lo Russo come la “città del lavoro”, sono state tentate di mettere in sordina con il divieto di partecipazione dei rider, una delle categorie più sfruttate, al corteo cittadino del primo maggio.
Ad oggi in Italia sono più di 5 milioni gli italiani che vivono sotto il livello di povertà, e i lavoratori che ricevono tre o quattro euro l’ora non solo rintracciabili solo nei lavoretti stagionali, ma anche nella pubblica amministrazione, nel settore agroalimentare e nella logistica. Questi dati sottolineano quindi come negli ultimi anni si sia usciti dalle vecchie categorie lavorative e il naufragio della cosiddetta economia delle promesse, lavorare male e senza tutela sapendo di poter però arrivare un giorno a una stabilità lavorativa e di posizione. Ciò sottolinea ancora una volta come parlare di lavoro precario significa parlare di noi stessi.

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