Spostandoci verso ovest, nel conflitto tra Russia e Ucraina possiamo trovare un altro attore geopolitico, la cui importanza è stata spesso sottovalutata nel racconto mediatico: la Moldavia, che con un pil pro-capite di duemila dollari l’anno si aggiudica il titolo del paese più povero d’Europa, e che potrebbe contenere al suo interno la prossima polveriera del conflitto, a partire dalla regione separatista filorussa della Transnistria.  Le preoccupazioni che riguardano Chișinău si estendono anche al cospicuo flusso di immigrati ucraini che il paese non ha la sufficiente capacità economica per gestire, e una divisione interna alla Chiesa Ortodossa moldava, tra la giurisdizione ufficiale del Patriarcato di Mosca e quello di Kiev. La Moldavia, seppur il 3 marzo 2022 ha ufficialmente firmato la richiesta di adesione all’Ue, continua a portare avanti la sua posizione di neutralità nel conflitto.

Transnistria: la repubblica separatista che potrebbe dare nuova linfa all’offensiva russa

La Transnistria è un’area di 4.163 chilometri quadrati che si estende lungo il fiume Nistro (Dnestr in russo) al confine tra Moldavia e Ucraina, e che può vantare una pericolosa vicinanza con Odessa, meno di 50 km. Precedentemente parte dell’ex Repubblica Socialista Sovietica Moldava, in seguito al crollo dell’Urss e alla nascita della Repubblica di Moldavia, il 2 settembre 1990 la regione ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza da quest’ultima, pur non ottenendo il riconoscimento internazionale e dando il via a una guerra durata da marzo a luglio 1992. Sono molti i cittadini moldavi che a distanza di trent’anni portano ancora con sé i ricordi di quel conflitto e che ha visto la partecipazione della quattordicesima Armata della Guardia, storica unità delle Armate Rosse, al fianco delle truppe separatiste. La guerra si concluse con un accordo di cessate il fuoco, sotto il patrocinio dell’ex presidente russo Yeltsin e l’ex presidente moldavo Snegur, e con la successiva istituzione della Joint Controll Commision, strumento di peacekeeping con il compito di assicurare che non si verificassero infrazioni dell’accordo. Ad eccezione delle repubbliche autonome dell’ Abkahazia e dell’Ossezia del Sud, ad oggi la Transnistria non è ancora riconosciuta dal consiglio delle Nazioni Unite come nazione de iure, ma si tratta di uno stato indipendente de facto con la propria amministrazione situata a Tiraspol, capoluogo della regione.  In seguito all’invasione della Crimea, il 18 marzo 2014 la Transnistria ha chiesto di essere annessa alla Russia.  Un’azione militare in grado di ripartire dalla regione separatista per i russi significherebbe anche dare un nuovo ossigeno alla propria campagna militare, di certo incrinatasi dopo il fallimento di procedere in Ucraina con una guerra lampo, così come inizialmente previsto. La propaganda russa potrebbe quindi avvalersi della narrazione di una nuova terra da liberare dall’oppressore Occidentale. La Transnistria non è però l’unica regione separatista presente in Moldavia, a sud troviamo anche la Gagauzia, una regione a maggioranza turcofana, di posizioni filo-russe che in un referendum di otto anni fa ha dichiarato la sua intenzione di essere annessa al Cremlino.

La Transnistria: l’ultimo atto verso una politica di sicurezza nel Mar Nero

Dopo la Crimea e le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, la Transnistria potrebbe rappresentare l’ultimo atto necessario per il raggiungimento di una politica di sicurezza navale ed energetica nel Mar Nero ad egemonia russa (Limes, 2015).  A distanza di otto anni dall’annessione della Crimea, e alla luce dei recenti sviluppi dell’invasione ucraina, possiamo vedere con più lucidità l’emergere del progetto del Cremlino per assicurarsi uno sbocco sul Mar Nero, fondamentale per implementare i traffici commerciali ed energetici russi. L’annessione della Crimea ha avuto una valenza fondamentale per ottenere il consenso interno e spingere le regioni separatiste, come quelle del Donbass a invocare la liberazione della Madre Patria Russia. Per citare l’ analista Yulia Latynina, la realtà è che in assenza di un corridoio di terra possedere la Crimea è come avere una “valigia senza manico” (Limes, 2015). Essa, infatti, non dispone di fonti di gas, elettricità o acqua. Entriamo quindi qui nella seconda fase del progetto, che caratterizza l’attuale conflitto russo-ucraino: aggiudicarsi un corridoio logistico individuabile nelle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Per assicurarsi la continuità territoriale il Cremlino deve però fare i conti con le città portuali sul mar d’Azov che non sono sotto la giurisdizione di regione separatiste, come la città di Mariupol, uno dei maggiori palcoscenici della guerra in atto. La seconda fase rappresenta il momento centrale e decisivo per la realizzazione della grand strategy russa. Tiraspol è interessata invece nella terza e ultima fase. Bisogna specificare che la Transnistria non ha la rilevanza economica, culturale o demografica della Crimea, ma risulta essere un’area strategica per aspetti militari e doganali. In questa regione le truppe russe sono presenti ormai da trent’anni, non si parlerebbe per tanto neanche di invasione, e le 46 installazioni anti-areo presenti rappresenterebbero un ottimo punto di inizio per la costruzione di uno scudo-antiaereo da opporre all’Occidente. È l’aspetto doganale dell’area ad interessare di più i russi, con il conseguente controllo della circolazione delle merci e delle persone all’interno della loro zona di influenza. La Transnistria è infatti nota per essere terreno fertile per il contrabbando e per il traffico di armi, sostanze stupefacenti ed esseri umani. Si afferma che qui siano ancora nascoste armi sovietiche, testate atomiche sottratte al disarmo e che siano per fino presenti laboratori sotterranei dove vengono prodotti ordigni vietati (Repubblica, 2022). Per contrastare l’alta incidenza del contrabbando, nel luglio 2005, l’Ucraina aprì cinque nuovi valichi di confine tra il proprio territorio e la Transnistria, pattugliati da militari moldavi e ucraini.  Il 3 marzo 2006, l’Ucraina ha introdotto nuovi regolamenti doganali per le merci che transitano nella regione separatista, considerando importabili all’interno dei propri confini solo i beni che avessero documenti rilasciati dalle Autorità moldave, in base all’accordo doganale ucraino-moldavo del 30 dicembre 2005. La Transnistria e la Russia hanno protestato denunciando l’attuazione di un “blocco economico” ai danni di Tiraspol. E’ nel 2010 che arrivano i primi segnali di distensione con i negoziati di Vienna, sotto la guida dell’OSCE, che videro la partecipazione di rappresentanti  di Chişinău, Tiraspol, diplomatici russi, ucraini, nordamericani ed europei. In nome dei suoi interessi doganali e di uno sviluppo economico incentivato dal Cremlino, la Transnistria avrebbe così un maggiore interesse a diventare parte attiva del conflitto.

Una difficile gestione dei flussi migratori

Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr, con dati aggiornati al 11 aprile 2022, sono fuggite dall’Ucraina 4,6 milioni di persone: la Moldavia si posiziona al quinto posto per migranti accolti, dopo Polonia, Romania, Federazione Russa e Ungheria. Seguono poi Slovacchia e Bielorussia. Occorre segnalare che gli ingressi in Moldavia (413,374 persone) conteggiati dalle Nazioni Unite non comprendono quelli che attraversano la frontiera tra l’Ucraina e la Transnistria. Qui, secondo il governo separatista sarebbero ospitate 25mila persone, mentre per l’esecutivo moldavo sarebbero entrati nella regione 15mila ucraini; tuttavia, questi dati sono privi di riscontri da parte di organizzazioni internazionali. Considerando che la Moldavia ha una popolazione di 2,6 milioni di abitanti e il pil più basso d’Europa, la gestione del recente flusso migratorio non risulta essere di facile amministrazione per il governo di Chisinau. Una lenta e meccanica burocrazia impedisce l’erogazione completa dei servizi di assistenza necessari, dando quindi facile adito allo sviluppo di traffici illegali di migranti, con conseguenti speculazioni economiche e violenze di natura sessuale. Inoltre, sono frequenti episodi interni di razzismo contro le minoranze provenienti dall’Ucraina, in particolar modo contro gli appartenenti alla comunità rom. I maggiori centri di accoglienza del paese sono situati nella capitale, Chisinau, o nella città di Palanca, nella zona meridionale della Moldavia, data la vicinanza con Odessa. I diversi centri di accoglienza e i servizi erogati riflettono la differenza di classe dei rifugiati: si passa dal principale centro di Chisinau, il centro esposizioni Moldexpo ed ex hub vaccinale, dove sono ospitate prevalentemente famiglie ucraine e dove sono presenti associazioni di volontariato e Ong, all’impianto sportivo Manej, nella periferia di Riscani, dove scarseggiano i servizi di accoglienza, e i rifugiati, tutti appartenenti a minoranze etniche, sono ammassati su dei materassi, divisi da reti da pallavolo, messe dai rifugiati stessi in base alla differente appartenenza etnica. Nella città di Palanca, principale catalizzatore di tutti i profughi provenienti da Odessa, i servizi di assistenza inizialmente sono stati erogati dagli stessi cittadini in modo autonomo, in seguito sono arrivati gli aiuti del governo e le Ong che hanno coordinato il servizio di accoglienza con i volontari. Situazione del tutto diversa dalla città di Siret in Romania, che sta invece brillando per l’accoglienza offerta ai rifugiati.

 Moldavia: un paese con il fiato sospeso


Stretta ad ovest dalla Romania e a est dall’Ucraina, l’identità moldava è ancora in divenire, divisa tra la volontà di entrare a far parte dell’Unione Europea e la completa dipendenza energetica dalla Russia. Il ministro degli esteri Nicu Popescu alle telecamere internazionali si dichiara più cauto e convinto che il mantenimento della neutralità possa salvare il paese dall’essere inghiottito in questa guerra fratricida, mentre la presidente Maia Sandu sembra essere più propensa ad affidare la propria salvezza ad un’alleanza sempre più stretta con l’Europa, così come emerge dall’ufficializzazione della firma per la richiesta d’adesione all’UE del 3 marzo 2022. Pur mantenendo quindi lo status di neutralità, sono molti i timori relativi a un sempre più probabile attacco alla Moldavia, già nel mirino di Lukashenko, premier bielorusso e del ministro degli esteri russo Sergej Viktorovič Lavrov. Le analogie con l’Ucraina rimangono quindi troppe per essere ignorate, e a preoccupare ulteriormente il governo centrale è la scarsa capacità militare del paese, che non avrebbe le forze di scatenare una resistenza come quella ucraina.

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