COVID19: RISCHI ECONOMICI E CONTROMISURE

La nostra realtà quotidiana è stata profondamente modificata dallo scoppiare della pandemia da Covid19: su tutto, ci è stata negata la possibilità di effettuare il minimo spostamento che non fosse per acquistare beni di prima necessità. A pagare uno dei conti più salati dell’emergenza sono sicuramente i piccoli commercianti, coloro che vivono degli incassi giornalieri, che non hanno una grande azienda o una grande impresa a coprire i mancati introiti e che hanno visto sgretolarsi la terra sotto i loro piedi; parliamo di negozi di abbigliamento e scarpe, mercerie, ma anche negozi di tecnologia, bar, ristoranti e, in misura minore, piccoli alimentari.

Di più, questi settori devono anche fare i conti con il rischio che, pur ripartendo, una fetta sempre più larga dei loro fatturati venga “scippata” dall’ e-commerce, come dimostrano i dati sul patrimonio di Jeff Bezos, fondatore e principale azionista di Amazon, aumentato di circa 50 miliardi di dollari dall’inizio dell’emergenza.

Il recente piano di parziale ritorno alla normalità messo a punto dal governo ed annunciato nella serata del 26 Aprile dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte prevede (va detto, in forma ancora del tutto ipotetica la cui concretizzazione è necessariamente legata all’andamento dei contagi ed alla diffusione generale del virus) la riapertura del commercio al dettaglio dal 18 Maggio. Per far ripartire i così detti “servizi alla persona” (parrucchieri, barbieri, centri estetici etc.) bisognerà invece aspettare il primo Giugno.

Date che a detta di molti (Confcommercio e Confartigianato) segnano il de profundis per il settore, considerando che sempre per i rappresentanti di tali sigle la maggior parte degli esercenti sarebbe già pronta ad una ripartenza in tutta sicurezza. Viene inoltre ribadito come la sola ripartenza non basterebbe a mantenere in vita la maggior parte dei soggetti interessati che avrebbero invece bisogno di un importante pacchetto di aiuti e sostegni – definiti “vitali” dal presidente di Confcommercio Carlo Sangalli – di cui il governo non si è ancora occupato.

Dall’inizio dell’emergenza le misure istituzionali si sono concentrate sul sostegno al reddito diretto con i famosi 600 euro alle partite IVA, ossia i lavoratori autonomi che non godono di uno stipendio fisso, la cui proroga per il mese di maggio è in fase di studio.

Anche l’Unione Europea, pur tra mille difficoltà, sta tentando di fare la sua parte. Lo dimostra il varo ad inizio Aprile dello strumento del SURE (acronimo per “Support to mitigate unemployment risks in emergency” – supporto per mitigare i rischi da disoccupazione in condizioni d’emergenza). Una misura che permetterà ai 27 stati membri di accedere ad almeno 100 miliardi di Euro per sostenere le misure interne di cassa integrazione o schemi simili di protezione dei posti di lavoro come mai era successo nella storia dell’Unione, da sempre contraddistinta da uno scarso potere in materia di politiche sociali. Il ben noto processo di Brexit ha infatti allontanato uno degli stati più contrari all’azione comune nel campo del welfare ed è auspicabile che questo interevento episodico si tramuti presto in un maggior potere d’azione unitario.

La mancanza di precedenti concretamente studiabili ha reso la situazione economica italiana, europea e mondiale particolarmente delicata: non esistono infatti esempi di pandemie presentatesi in un mondo globalizzato come quello attuale, dove un ritardo di produzione in Cina comporta il rischio di chiusura di un’attività commerciale in Europa, dove le agenzie di rating possono con i loro giudizi spazzare via interi settori commerciali da una parte all’altra del mondo.

Insomma, il futuro è quanto mai incerto e ci troviamo sicuramente di fronte ad un momento cruciale della nostra storia del quale è difficile individuare un precedente per poter prevedere il futuro. Le mosse che i governi nazionali e sovranazionali hanno compiuto tentano di proteggere la società come l’abbiamo conosciuta e vissuta fino a solo due mesi fa, nella speranza che si possa presto tornare ad una (nuova) normalità: sembrano però, allo stato attuale, ancora insufficienti per quanto apprezzabili.

La verità è che non è possibile dare un giudizio compiuto e scevro da timori e paure – fondati da un lato sul timore di un peggioramento della condizione pandemica; dall’altro sui rischi connessi ad una recessione economica globale che andrebbe a colpire specialmente coloro che lavorano nei settori di commercio ed artigianato, configurando per la prima volta una crisi globale non “di classe” ma “di settore” – delle misure fin’ora adottate e non sarà possibile farlo per molto tempo: sarebbe più saggio ricorrere al manzoniano “ai posteri l’ardua sentenza” e darsi da fare affinché gli stessi posteri possano essere generosi nei nostri confronti.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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