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Il 18 dicembre 2020 il Senato ha approvato il nuovo decreto che modifica i due “decreti sicurezza”, per la parte relativa ai migranti, adottati da Matteo Salvini nel 2018 e 2019. Decreti sicurezza: la gestione italiana dell’immigrazione e la lotta degli “invisibili” Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Provvedimento fortemente voluto dal Partito Democratico, la strada per il via libera definitivo è stata lunga e tortuosa. Molte assenze tra i banchi della maggioranza, inconvenienti tecnici, striscioni e scontri che hanno messo a soqquadro l’aula di Palazzo Madama. In serata, il decreto è finalmente legge.

La più grande novità introdotta dal nuovo decreto-legge è il Sai, sistema di accoglienza e integrazione, che si occupa di fornire percorsi di integrazione ai migranti, eliminando il sistema Siproimi che, di fatto, aveva creato più insicurezza e irregolarità tra i migranti. Ma non è tutto.

Le multe alle Ong vengono notevolmente ridotte (da un massimo di un milione di euro ad un massimo di 50 mila euro), fissate dai vecchi decreti per le navi che violavano il divieto di ingresso, sosta o transito nelle acque italiane. Potranno essere comminate solo all’esito di un processo, e non a discrezione del prefetto. Tuttavia, rimane il rischio di reclusione fino a due anni per chi viola il divieto di ingresso.

C’è lo stop alla confisca della nave, il ritorno della protezione speciale per chi rischia, nel proprio Paese, trattamenti inumani o degradanti e la convertibilità in permesso di soggiorno per motivi di lavoro di alcune tipologie di permessi. Anche per l’ottenimento della cittadinanza, che era stato portato a 48 mesi, torna a 24-36 mesi per casi di matrimonio o naturalizzazione. Ultimo, ma non meno importante, dopo il caso di Willy Monteiro Duarte, viene previsto un daspo per la movida violenta e una norma per il contrasto della vendita online di droga.

Per la questione immigrazione, dunque, Conte ha parlato di una disciplina più coerente alla Costituzione, alla sicurezza e al diritto di protezione de migranti.

Sicurezza di essere esclusi

Perché si è reso necessario apportare questi cambiamenti?

Oltre all’aumento dell’irregolarità dei migranti (collegato all’abolizione della protezione umanitaria), il taglio dei costi per la gestione dei centri di accoglienza ha creato molte difficoltà nell’assegnare nuovi bandi, favorendo la concentrazione dei richiedenti asilo abbandonati in grandi centri, senza servizi per l’integrazione. Il progetto della politica migratoria salviniana era quello di favorire una stretta al sistema di accoglienza e una progressiva chiusura delle frontiere e dei porti. La promessa era quindi quella di sfavorire gli arrivi, favorire più espulsioni e garantire più sicurezza.

Niente di nuovo: era già stato Minniti, con l’accordo Italia-Libia, ad aggirare i vincoli del diritto internazionale di salvaguardia della vita in mare, facendo del nostro Paese l’avamposto delle politiche migratorie europee. Sempre il ministro Minniti è stato il primo ad apportare misure di contrasto alle azioni di salvataggio delle Ong, oltre al consolidamento di pratiche arbitrarie di respingimento dei migranti.

Dal 2017 il flusso degli arrivi dei migranti cala drasticamente, ma a caro prezzo. Il tasso di mortalità nella rotta del Mediterraneo è aumentato a livello esponenziale e migliaia di migranti sono trattenuti nei campi libici, esposti a violazioni di diritti umani.

Oltre alle dubbie valutazioni etiche di questa linea politica, i risultati a livello di sicurezza non sono stati quelli auspicati.

La scelta di abolire la protezione umanitaria, in una fase di decrescita degli sbarchi, mira a contrastare un’emergenza che non c’è, contribuendo a creare la vera emergenza legata alle irregolarità. Oltretutto, l’Italia riesce ad eseguire il rimpatrio di solo il 20% di coloro a cui viene dato l’ordine di espulsione, in quanto è molto difficile raggiungere accordi di rimpatrio con i Paesi africani da cui provengono la maggior parte dei migranti. Quindi, resteranno in Italia, senza documenti e senza lavoro.

Stessa questione per sistema di accoglienza.

Negli anni l’Italia ha sempre tentato di gestire l’immigrazione cavalcando l’onda dell’emergenza, senza ammettere a sé stessa quanto la presenza straniera fosse una realtà strutturale, radicata e stratificata da anni. Non a caso, lo scarto tra la distribuzione dei centri Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati) e dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) è notevole, ed evidenzia come i secondi (che avrebbero dovuto essere una risposta straordinaria agli sbarchi) siano aumentati e diventati la risposta ai problemi dei migranti.

Lo Sprar è basato sui piccoli centri, gestiti dai comuni, e ha dimostrato di saper porre rimedio all’integrazione dei migranti. Nei Cas, gestiti da prefetture che fanno capo al Ministero dell’Interno, si sono verificate molte criticità legate alla poca trasparenza, dando occasioni ai profitti illeciti (la questione delle finte onlus). I decreti sicurezza voluti da Salvini non fanno che rafforzare questo sistema, relegando i richiedenti asilo in questo Cas.

Il Siproimi, sostituzione dello Sprar, rende l’integrazione un privilegio per i pochi rifugiati e titolati di protezione, favorendo l’irregolarità dei richiedenti asilo e di conseguenza disagio sociale, sfruttamento, lavoro nero e criminalità. Condizioni che non fanno altro che alimentare conflitti sociali e razzismo.

L’integrazione è un lavoro. Può essere un investimento e un vantaggio, se si pensa ai mancati introiti del lavoro irregolare e ai costi relativi alla sicurezza sociale. L’impresa politica xenofoba che fa leva sulla crisi migratoria per raccogliere i consensi dei ceti popolari e della classe media sempre più insicura produce solo danni sociali ed economici. Il meccanismo è quello dell’immigrato come capro espiatorio al quale addebitare la responsabilità della crisi, del degrado urbano e della criminalità.

Dal 2011, l’equilibrio di push e pull factors dei flussi migratori si è spezzato e sono diventati prevalenti i fattori di espulsione. Le politiche di asilo e protezione vanno allargate e rivisitate.

Probabilmente il governo Conte II avrebbe potuto fare di più, ma è già un passo avanti rispetto ai vecchi decreti sicurezza.

Ad oggi è ancora aperta la questione della Bossi-Fini (in vigore dal 2002, aspramente criticata anche fuori dall’Italia e grande ostacolo ad una politica dell’accoglienza) e dello ius soli.

L’Italia, tutt’ora, è uno dei Paesi occidentali più arretrati in questo campo.

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