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“Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte” (F. De André, 1971).

La storia si ripete.

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Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Paolo Scaroni, Stefano Gugliotta, Luca Morneghini, Michele Ferrulli, Tommaso De Michiel, Stefano Cucchi. Sono solo alcuni dei tanti nomi di cittadini qualunque, vittime della stessa rabbia e accomunate da uno stesso tragico destino. Un destino segnato da una morte violenta avvenuta per mano di agenti delle Forze dell’ordine, di uomini al servizio dello Stato, uomini chiamati a mantenere l’ordine pubblico, a difendere e proteggere ogni cittadino, ma venuti meno ai loro doveri, per cause che spesso è difficile individuare o forse solo per sfogare su soggetti più deboli i loro problemi, le loro frustrazioni. La banalità del male.

In alcuni casi le indagini processuali sono ancora in corso, in altri si sono concluse proprio con l’accertamento della stessa tragica verità. Una verità che fa appello al nostro senso civico e che esige di essere interrogata.

Sono tanti quei poliziotti, quei carabinieri che indossano la divisa con onore, ma sono troppi anche coloro che, nel pieno esercizio dei loro poteri, ne fanno un uso sproporzionato, talvolta scellerato, restando spesso impuniti. Di fatto quelli che avrebbero dovuto indagare sulla morte del Federico, Stefano, Giuseppe di turno, sono gli stessi che hanno depistato le indagini. Protetti dalla stessa divisa che indossano, costoro, in alcuni casi, si sono potuti ancorare al sostegno di  provvidenziali coperture. Coperture allestite intelligentemente dall’alto, dai dirigenti, che, per non mettere in cattiva luce l’istituzione che rappresentano, si sono mostrati disposti a ostacolare in vari modi l’emergenza della verità processuale. Coperture facilitate da indagini condotte con superficialità, indagini, chissà per quale insondabile ragione, desiderose di arrivare presto all’archiviazione di un caso difficile, difficile perché “scomodo”.

Tutte le vittime sono state etichettate dagli agenti, con modi semplicistici e veloci, come tossicodipendenti o alcolisti, persone autolesioniste e violente. Queste scarne, approssimative, se non false , descrizioni sono state usate come deterrente per  giustificare uno schema di condotta aberrante e, in certi casi, per attaccare, alla stregua di belve indomite e selvagge, dei comuni, liberi cittadini.

In queste ultime settimane ci sono state decisive svolte nelle indagini e nei processi su alcuni dei casi delle vittime delle cosiddette “morti di Stato”. Questo è avvenuto grazie a video girati da passanti o a testimonianze di persone che con coraggio hanno infranto l’alto muro di omertà che spesso si erige per paura, soprattutto quando ci si scontra con lo sforzo congiunto e costante di alcuni a non lasciare emergere una verità troppo scomoda.

Il Senatore Manconi, intervistato lo scorso 6 gennaio nel corso di una puntata di Presa Diretta dedicata al tema delle morti di Stato, ha dichiarato che la priorità per uno Stato democratico è quella di avere una polizia democratica. Una speranza che, anche e soprattutto dopo i fatti di Genova 2001, è sempre più accesa e viva nelle nostre coscienze.

Il capo della polizia, il Prefetto Pansa, proprio per evitare il ripetersi di questi fatti scandalosi, ha istituito una commissione sulle “buone pratiche” della polizia, presieduta dal prefetto Marangoni.

Marangoni, nel corso di un’intervista, ha affermato che è desiderio comune a tutti i dirigenti dell’Arma che la loro “casa” sia di cristallo, per far sì che si possa recuperare quel rapporto di fiducia, ormai perduto, tra società civile e Forze dell’ordine.

Questo apprezzabile atteggiamento di apertura e trasparenza, se capace di tradursi in buone, reiterate pratiche di condotta, potrà forse porre fine a quel sentimento di odio e di timore, che dilaga soprattutto tra i più giovani, nei confronti delle Forze dell’ordine.

Solo il bisogno di verità, che dovrebbe essere comune alla società civile come alle Forze dell’ordine, può sanare la frattura, profonda e dolorosa, tra cittadini e uomini dello Stato, frattura creata e alimentata proprio dall’oscurantismo che, per molti, troppi anni, ha avvolto le vicende legate alle “morti di Stato”.

 

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