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Il 20 marzo 2021 il governo di Ankara ha decretato l’uscita ufficiale del paese dalla Convenzione di Istanbul, il cui obiettivo è quello di prevenire e combattere la violenza contro le donne. La decisione ha innescato le proteste da parte della popolazione femminile privata di una solida fonte di sicurezza in un mondo dove le condizioni delle donne continuano, ancora, ad essere precarie. ERDOGAN ESCE DALLA CONVENZIONE DI ISTANBUL: IN GIOCO I DIRITTI DELLE DONNE Direttore responsabile: Claudio Palazzi
La Turchia: il primo paese a firmare la Convenzione
Per anni le donne hanno dovuto lottare per prendersi ciò che gli spetta di diritto, per essere finalmente considerate al pari dell’uomo, per potersi affermare nel lavoro e raggiungere il famoso “tetto di cristallo”. Questo perché la maggior parte delle società affondano le proprie radici su principi patriarcali che collocano la donna in un preciso spazio sociale, considerata come un elemento debole del circuito e “rilegata” alle mansioni ritenute erroneamente più semplici: pensare alla famiglia, alla casa e ai figli. Se il mondo occidentale negli ultimi anni ha conosciuto uno sviluppo sotto questo punto di vista, esistono paesi in cui la figura femminile è purtroppo ancorata alla categoria di minoranza sociale.

Nel 2011 fu la volta della Turchia nel compiere quello sembrava poter rappresentare un grande passo avanti nella politica sia nazionale che internazionale, ma soprattutto una rivoluzionaria conquista per le donne turche. Difatti fu il primo paese firmatario della Convenzione di Istanbul originariamente nota come “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica”. Ratificata da 34 paesi la Convenzione impegnava gli stessi a rispettare principalmente i quattro pilastri: Prevenzione, Protezione, Azione giudiziaria e Coordinamento delle politiche, con lo scopo di ridurre in maniera drastica episodi diffusi di femminicidio e fornire una base sociale per il supporto a tutte le donne vittime di violenza. E questo in Turchia, dove la condizione delle donne a livello sociale, culturale ed economico è fortemente compressa, conferiva certamente un carattere innovativo.

Il governo autoritario di Ankara
La politica di Erdogan ha a più riprese disatteso le aspettative della comunità europea in particolar modo quando si tratta di difesa dei diritti fondamentali dell’uomo, tramite una politica autoritaria che da ultimo è sfociata nel ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, e di conseguenza della negazione dei diritti stessi delle donne. Tale decisione ha avuto uno scopo ben preciso. Attualmente la Turchia sta vivendo una fortissima fase di crisi economica aggravata anche dall’avvento della pandemia legata ad una graduale perdita di consensi rispetto a quelli di cui il governo precedentemente godeva. Con questa mossa Erdogan ha riacquistato approvazione da parte dei conservatori, consolidando allo stesso tempo il suo stesso partito, l’AKP. Da sempre quest’ala politica ha concepito la Convenzione come un ostacolo all’immagine della famiglia tradizionale, quindi come una sorta di attacco al valore di unione familiare che favorirebbe l’autonomia delle donne, il divorzio ed un supporto alle comunità Lgbt.

Ma non sono soltanto i vertici estremisti ad approvare una simile decisione, la stessa ministra della Famiglia, Zehra Zumrut, ha affermato che “A tutelare le donne ci sono già le leggi nazionali, a partire dalla nostra Costituzione”. Allo stesso modo Kadem, l’associazione di donne islamiche, di cui la figlia di Erdogan è vicepresidente, ha condannato la funzionalità della Convenzione, divenuta oramai inutile.

Dal punto di vista della politica interna al paese, difatti, sono stata compiuti dei tentativi di modernizzare lo Stato anche attraverso principi che rispecchiassero meglio quelli presenti nei paesi più avanzati. Nel 2001 i diritti civili delle donne sono stati aggiornati prevedendo un ruolo paritario tra donne e uomini all’interno del nucleo familiare, l’art.41 della Costituzione parla di “uguaglianza tra i coniugi” e l’età minima per il matrimonio è stata elevata ai 18 anni. Così come, in caso di matrimonio forzato, le donne hanno il diritto di richiedere l’annullamento dello stesso nei primi cinque anni. Particolarmente interessante è poi è l’aggiornamento apportato all’art.10 il quale attribuisce allo Stato la responsabilità di garantire l’uguaglianza di genere: “Uomini e donne hanno gli stessi diritti. Lo Stato avrà l’obbligo di garantire che questa uguaglianza esista nella pratica”.

Come vivono oggi le donne in Turchia?
È necessario valutare quanto i principi si applichino poi alla realtà effettiva, soprattutto dove le società fanno fatica ad aprirsi al cambiamento di un mondo in continua evoluzione. Già nel 2018 in una relazione il Parlamento Europeo ha espresso non solo “preoccupazione per le violazioni dei diritti umani delle persone LGBTI” ma ha richiamato la Turchia ad “armonizzare la legislazione nazionale con la convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne”. Il rapporto 2019-2020 di Amnesty International denuncia espressamente la violazione dei diritti umani in Turchia rivendicando la libertà di espressione, di movimento, di riunione, a difesa del diritto al lavoro e condannando tortura, maltrattamenti e sparizioni forzate.

Nonostante i provvedimenti che lasciano trasparire un’immagine moderna e virtuosa della donna, è facile immaginare come dietro tale facciata si nasconda una verità che racchiude una profonda differenza di genere, la quale costringe le donne turche a condizioni di vita lontane da quelle considerate “moderne”. Secondo le statistiche OECD l’occupazione femminile in ambito lavorativo non supera il 33% rispetto ad una media maschile del 71%. Una donna in maternità è costretta ad abbandonare completamente la propria carriera e questo compromette significativamente la possibilità per le stesse di raggiungere posizioni decisionali in qualsiasi ambito e di essere retribuite al pari dell’uomo. Ad aggravare la situazione vi poi è il fatto che la sicurezza non viene garantita neanche nel privato. Nel rapporto “We will end femicide” sarebbero 300 le donne uccise per mano di un uomo soltanto nel 2020, ed altre 171 sono state definite come “morti sospette”, molte delle quali spesso vengono fatte passare per suicidi. Il 60% di queste donne sono state uccise all’interno delle loro stesse abitazioni.

Il lockdown generalizzato ed imposto ha avuto certamente un effetto negativo su situazioni già precarie. Il numero di femminicidi sembra essere condannato ad aumentare invece che diminuire e la pandemia ha enfatizzato non solo le violenze fisiche ma anche quelle di tipo psicologico che non sono minimamente tutelate.

La necessità di cambiare
Quel che manca, e non solo in Turchia, di fronte a questi episodi è un riscontro da parte delle autorità giudiziarie e delle forze dell’ordine che non garantiscono una forma adeguata di sicurezza alle donne. Per dare un’idea del numero di uomini che non vengono condannati o che, il più delle volte, ricevono una riduzione della pena è stato addirittura coniato il termine “riduzione della cravatta”. Questo conferma quanto il tessuto sociale di tipo patriarcale e maschilista sia profondamente insito nelle dinamiche che ogni giorno macchiano il paese con tragedie di questo genere.

Come si può pensare di ricevere sicurezza dallo Stato quando lo stesso presidente Erdogan ha affermato che “l’uguaglianza di genere è contro la natura umana”? o dove le proposte governative avanzate lasciano senza parole. Come la proposta del così detto “matrimonio riparatore” che eliminerebbe le condanne penali di chiunque commetta violenza nei confronti di una donna, in quanto prevede che l’autore della violenza possa evitare il carcere sposando la propria vittima. Come se la donna fosse un oggetto con cui poter fare ciò che si vuole. Verrebbe da pensare di essere tornati nel Medioevo, ma la proposta è stata riportata in aula solo l’anno scorso.

Il dissenso da parte dell’Unione Europea sull’uscita dalla Convenzione di Istanbul e le proteste per le strade per l’uguaglianza di genere, per la dignità, per l’amore al posto della violenza, lasciano uno spiraglio di speranza che tutto questo un giorno possa finalmente essere considerato la semplice e concreta normalità, grazie ad una forte ed incessabile educazione culturale che non smetterà di ribellarsi a sistemi ormai antiquati e logoranti.
Lo aveva già capito Shakespeare nel diciassettesimo secolo “Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna”

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