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Doppio rimmel (prima parte) Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Doppio rimmel (seconda parte)
Doppio rimmel (terza parte) Direttore responsabile: Claudio Palazzi

I capelli di entrambe continuavano ad ondeggiare dolcemente tra i sospiri del vento, i nostri volti proseguivano nel loro moto verticale, teso alla reciproca conoscenza: da una prospettiva sempre meno laterale, intravidi la punta delicatamente arrotondata del suo naso, le ciglia flessuose, intente a proteggere dall’aria diafana le preziosi iridi; queste ultime parevano avvolte nella tinta calda della nocciola, un marroncino vivace che, a tratti, nell’assorbire il riverbero dei raggi del sole sull’acqua, diffondeva magnetiche pagliuzze dorateDoppio rimmel (quarta parte) Direttore responsabile: Claudio Palazzi

“… per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch’esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente”.

“… costeggiando torpidi canali, rividi la mia ombra che mi derideva nel fondo”.

Lo scintillio accecante stava prendendo il sopravvento, mentre, da ignote lontananze, i versi di Dino Campana riecheggiavano nel sogno come un’interferenza, disturbandolo.

Provai a mantenere l’inconscia concentrazione, a distendere quella tela onirica dalla tenue ed inebriante firma impressionista, prima che si stropicciasse del tutto, confondendo persone e paesaggi: distolsi lo sguardo da quel tanto agognato viso, che non riuscivo più a mettere a fuoco, tentai di oppormi all’inesorabile svanimento delle figure, fissandomi su quelle mani calde, morbide, dalle quali era partito il romantico contatto.

Le strinsi con dolcezza, ma il tocco fu vacuo, perché il sogno stava perdendo lentamente quei preziosi connotati di vivacità che lo rendevano quasi reale; mi affidai al potere meditativo del silenzio, per ristabilire la connessione con quella dimensione parallela, nella quale le fisionomie, già labili, continuavano a colare senza sosta, come le pennellate di colore troppo diluite.

Queste ultime si intensificarono nel delineare il moto nervoso del fiume e, per spontaneo meccanismo di difesa, chiusi gli occhi: il sonno e le sue surreali elucubrazioni si sovrapposero, nella speranza di rendere nitida, in un terzo strato scavato ancora più a fondo nell’anima caotica, quella visione tanto utopica quanto veridica.

Fermai la rincorsa alla focalizzazione dell’istante, sospesi ogni sforzo; il salvifico miraggio sembrò ricomporsi, almeno nell’olfatto: l’aria odorava ancora di gelsomino e spezie esotiche, i capelli di quella ragazza misteriosa, in verità molto più simile ad un’angelica presenza che ad una fanciulla in carne ed ossa, mi solleticarono le narici.

Aprii le palpebre, più per curiosità che per riflesso somatico, certa che la mia proiezione immaginaria fosse abbastanza forte da non soccombere agli scherzi di un cervello troppo sveglio e diffidente verso ciò che non era filtrato dalla vista della ragione; un cervello che si rivelava negativamente attivo di notte, mentre di giorno, quando avrebbe dovuto vigilare sulle mie alienazioni mentali, risultava più distratto che mai.

Intravidi la curva radiosa di un sorriso o, forse, mi stavo illudendo che il sogno stesse proseguendo nella giusta direzione: indugiai nella poetica ricostruzione della protagonista, che aveva concentrato su di sé i riflettori di quell’avventura immaginaria; seppur con fatica, il suo sorriso si stava ampliando, il suo corpo sfocato si protendeva verso di me, e io stavo facendo altrettanto…

“La lunga notte piena degli inganni delle varie immagini”.

“Tutto era di un’irrealtà spettrale”.

“La seguii dunque come si segue un sogno che si ama vano: così eravamo divenuti ad un tratto lontani e stranieri dopo lo strepito della festa, davanti al panorama scheletrico del mondo”.

I Canti Orfici ebbero definitivamente la meglio: l’universo confuso del sogno si sfaldò, il corso d’acqua si espanse, portandosi appresso ogni traccia visibile di quel contesto, a partire dalla giovane dalla capigliatura odorosa e dai presunti occhi profondi e ridenti; la visuale circostante arretrò in una nuvola di luci distorte, che la resero ancor meno identificabile, semmai ne fosse emerso anche il minimo palese segno di riconoscimento.

Dopo aver inghiottito gli ultimi avanzi di sponde anonime e comunità urbane solo vagamente familiari, la mente inconscia si oscurò, livellandosi al buio della stanza e lasciando scricchiolare anche la barriera più solida e naturale del sonno.

Stavolta i miei occhi si aprirono realmente: la lavatrice aveva completato il suo ultimo giro di centrifuga da un pezzo, il fruscio sommesso delle lenzuola non induceva più in bizzarre e disperate analogie; gli appigli ad un mondo altro erano scomparsi, come se la polvere magica che trasformava persino gli oggetti più stupidi in inconsuete fonti di ispirazione si fosse esaurita all’improvviso, cancellandone anche l’entusiasmo e la fervida immaginazione.

Tuttavia, alcune sensazioni erano rimaste intatte e, ovviamente, non erano di quelle destinate a donare conforto e chiarezza sulla situazione che stavo vivendo, al limite dello sdoppiamento: ero divisa tra la meraviglia iniziale suscitata dal viaggio onirico e la sua ingiusta trasformazione in un sentimento di emarginazione, di inspiegabile paura nei confronti delle mie pericolanti impalcature mentali; al momento, era troppo presto per far conciliare le due contrapposte fazioni.

Il tumulto interiore che mi attanagliava aveva una consistenza collosa, somigliava ad un impasto ben miscelato, che celava i suoi ingredienti alla perfezione, ma, contemporaneamente, donava al prodotto finale un sapore insipido, né prelibato, né disgustoso…

Le mie palpebre si mossero obbedendo a questa indefinita condizione: esse non si spalancarono né per sorpresa né per timore, ma per apatico sbigottimento; facendosi largo tra le ciglia appiccicate di stanchezza, le mie pupille vagavano nella notte e, probabilmente, se mi fossi guardata allo specchio in quegli istanti, mi sarei ritrovata faccia a faccia con un’espressione rintronata.

Ne feci volentieri a meno; alzarmi dal letto in quel frangente era l’ultima delle mie volontà, anche perché mi sentivo del tutto svuotata, incapace di compiere qualsiasi azione sensata, compresa quella di riaddormentarmi subito: passare dalla ricchezza di un quasi incontro meraviglioso al vuoto di una memoria perduta, priva di elementi evidenti, mi aveva immobilizzata.

Un fatto era chiaro: non ero riuscita a scorgere il viso della ragazza angelicata in tutti i suoi particolari nemmeno durante il sogno; mi ritrovai a biascicare qualcosa, più che altro flebili monosillabi incompiuti, contro Dino Campana e i suoi scritti, che proprio non aiutavano a fornire risposte a certi quesiti, anzi, fomentavano intrecci e improduttive supposizioni.

Misi da parte le ansie contenute nei Canti Orfici e ripensai a quei frammenti che il sogno aveva abbandonato dietro di sé: delle schegge vitree, opache e taglienti, che ferivano e segnavano l’anima nonostante la loro identità annebbiata.

Mi ostinavo a scavare dentro di me, alla ricerca di ulteriori dettagli, perché non potevo far finta di niente davanti a quelle palesi corrispondenze; non mi ero lasciata suggestionare da capelli soffici e profumati, né dal profilo irresistibile di ciglia naturalmente sinuose: era evidente che la fanciulla incontrata non molti giorni prima al supermercato coincideva con la donna apparsa nelle mie peregrinazioni notturne…

Si trattava della stessa persona: forse era filtrata dalle nebbie di un’incoscienza dormiente, grazie alle quali veniva un po’ nobilitata, un po’ arricchita di quella spirituale delicatezza nel corpo che forse, in concreto, nemmeno le apparteneva, per non parlare della sua indole caratteriale, a me del tutto sconosciuta; tuttavia, la fugace realtà si era unita alle involontarie riflessioni della notte, e ciò non poteva essere solamente un caso.

Avrei voluto conoscere di più quelle fantasie oniriche, ma le lacune erano troppe per essere sovrastate con la sola forza del ricordo, con l’urgente ma vana esigenza di andare oltre le superficiali impressioni…

Fu soltanto buio.

Buio nella mia testa, buio in quella sordida stanza, ben prima dell’alba; il pallore lunare che si intrufolava dalle persiane serrate non mi avrebbe aiutata ad illuminare tutte quelle sciagurate zone d’ombra che si accalcavano intorno a me, confinandomi in uno spazio sempre più piccolo, in quei minuti che parevano senza fine.

Sembravo una disagiata, una disturbata: tutte le migliori intenzioni, rivolte a superare la questione con fredda indifferenza e a dare importanza alla quotidianità, furono vane; se il destino mi si parava davanti con quella complicata deviazione, se faceva di tutto per creare coincidenze e produrre in me pensieri grotteschi, probabilmente era arrivata l’ora di ascoltare il suo richiamo.

Ma non avevo i mezzi giusti per sondare quel territorio psicologico che ancora consideravo sconosciuto, anche se, probabilmente, molto più coerente con il mio modo di essere, a prima vista incomprensibile e sconclusionato

Già, la coerenza: ero stata veramente sincera con me stessa finora, vicina alle mie più recondite e pure attitudini?

Gli indizi provenienti dall’interiorità facevano intendere il contrario e, finalmente, cominciavano a bussare con martellante decisione.

Stanca, quasi annoiata da tutto quel meditare in tondo, senza vie d’uscita, espressi una momentanea resa rilasciando i muscoli; affondai svogliatamente la testa nel cuscino, ma subito dopo la premetti con forza crescente contro la federa di cotone, come a volermi creare una nicchia protettiva, ma alquanto inefficace: arretravo, centimetro dopo centimetro, mentre morbose congetture mi venivano incontro, fino a soffocarmi.

I miei occhi risposero velandosi di lacrime, una sorta di reazione disperata che mi avrebbe aiutata a sfogarmi: uno sfogo solitario, che non aveva né la pretesa né l’opportunità di essere accolto e capito.

Se non altro, il pianto leniva le ansie, dilavava l’ambiente intorno, tingendolo di quelle tremolanti sfumature che sono proprie di una psiche quasi addormentata…

Però non volevo sognare: desideravo soltanto dormire, riposarmi, spegnere l’interruttore di qualunque fonte mi costringesse ad un moto cerebrale più o meno consapevole.

Il cuscino si distese, insieme alla mia fronte corrucciata, disperdendo le pretese di un’affrettata conoscenza di un futuro ancora tutto da immaginare; anche la folla asfittica delle memorie di un passato incompreso si allontanò: avvertii la rinnovata regolarità del mio respiro, la quale, sebbene non sarebbe durata in eterno, almeno in quegli attimi mi faceva sperare in un imminente sonno tranquillo.

Dopo tanta solinga e accaldata costernazione, la frescura generata dalle gote umide, bagnate dai rigagnoli del pianto, mi donò un insperato sollievo.

Era ancora notte, il suo cuore più sepolcrale e tenebroso: giù in strada non passava un’automobile da almeno tre quarti d’ora; udii, in lontananza, il ticchettio dell’orologio appeso in cucina, la goccia ribelle che dal rubinetto cadeva ritmicamente nel lavandino profumato di limone.

La luce della luna si legava al bagliore assai ridotto della sveglia digitale, dei suoi numeri squadrati, pieni di spigoli; era un piccolo ma fastidioso lumicino rossastro, per mezzo del quale, tra le lacrime in equilibrio sulle mie palpebre, intravidi il diario: quell’agenda incriminata e premonitrice.

Maledetto diario, ansimò la mia mente; la dispettosa foto, rimasta da sola, della mia attrice preferita faceva ancora capolino tra le pagine, con un angolo spiegazzato, sul comodino sempre più fragile e distante, finché il buio, a poco a poco, lo disintegrò del tutto.

La notte infinita giunse finalmente al termine: la luce del giorno si affacciò alle imposte con promettente energia, svegliandomi alquanto presto; avevo ancora le lacrime notturne cristallizzate sulle ciglia, ma lo sconforto che le aveva scatenate era ormai scomparso.

Mi augurai il buongiorno con un ampio pacato sorriso, mi stiracchiai allungando il corpo il più possibile, pronta ad accogliere qualunque stimolo proveniente dall’esterno.

Adesso era quella la mia priorità: cercare, indagare, comunicare con il mondo circostante, ascoltando innanzitutto me stessa, per poi lasciarmi trasportare dalle sorprese che avrebbe potuto riservarmi l’esistenza, senza fare tanti superflui paragoni con il modo di pensare del resto dell’umanità; forse un aiuto sarebbe stato gradito, ma dovevo sostenere il mio istinto da sola, senza condizionamenti.

Carica di curiosità e di vita, dopo i consueti rituali della mattina, uscii di casa quasi saltellando; il pronto responso di quella giovane giornata sembrò darmi ragione: l’aria mi solleticava la pelle con il fervore della primavera, che rilasciava correnti calde e gentili, nubi trasparenti di rinnovamento, volte al superamento della fredda stagione.

Al di là del traffico dell’ora di punta, mi lasciai coinvolgere da una superiore armonia, che pareva notassi soltanto io; seguivo ad occhi chiusi, mediante le capacità sensoriali della mente, l’effluvio di una mimosa tardiva, i fiori gialli smembrati in sottilissimi pulviscoli che cedevano agli sbuffi mutevoli del vento: l’aria spargeva una dolcezza ritemprante, difficile da ignorare…

Il primo desiderio che mi sovvenne fu quello di andare ad allargare i polmoni nell’area boschiva a ridosso del centro cittadino, ma mi ricordai immediatamente dei quaderni e dei libri lasciati all’università, così scelsi di fare prima quella tappa quasi forzata, per poi godermi i festosi echi della primavera; d’altronde, questi ultimi non rischiavano di essere sovrastati dal fragore di una metropoli, alla quale Bamberga non rassomiglia affatto.

Nei pressi della facoltà, un’acacia danzava tra le luci del mattino già maturo, facendo oscillare le fronde floride e le foglie filiformi, nello spazio saturo di vita, mentre il chiacchiericcio degli studenti si confondeva nel cinguettio ostinato di decine di volatili; un’euforica mescolanza di vitalità scrosciava nelle orecchie dei passanti, simile ad un accordo prolungato che collegava ogni suono in un’unica armonia, nella quale non c’era posto per le dissonanze.

Abbandonai quella digressione sonora, poco propensa a farmi rimanere con i piedi per terra, ed entrai nell’edificio universitario, non prima di aver accolto un’ultima gioviale carezza del sole; il grande atrio era ben illuminato: somigliava ad un grande salone da ricevimenti reali, rischiarato dalla potenza di centinaia di candele accese, sospese in aria su lampadari di vetro della Boemia, capaci di rendere lucidissimo e impeccabile persino il pavimento di marmo ombrato dalla consunzione…

Mi fermai in tempo, per non cedere alle ulteriori costruzioni della mia immaginazione e proseguii su per le scale, con l’unico intento di recuperare la mia roba.

Avevo fatto i gradini due alla volta, in fretta e furia, tant’è che, alla fine della scalinata, avevo un visibile fiatone, ma almeno non avrei dovuto farmi largo tra la folla con aria ansimante; i frequentanti erano già delusi dalla frenetica routine e, a metà settimana, il loro transito si dimezzava, complici anche la sensualità primaverile e il fisiologico sfinimento del secondo semestre, un vero e proprio accumulo di lezioni sovrapposte ed esami arretrati.

Nel corridoio semivuoto, mi diressi senza più fermarmi verso lo stanzone degli armadietti: le mie scartoffie, con le preziose annotazioni a margine in lingua italiana, erano ancora là, nel vano numero 12.

Che strano, oggi è proprio 12 aprile, pensai.

Mi è sempre piaciuto dare un senso alle coincidenze, leggerci un disegno provvidenziale o, semplicemente, fantasticarci sopra; era un modo per donare un significato a tutto ciò che, disperso nella nullificante banalità del caos, avrebbe potuto rivelarsi differente, forse importante, anche se tendevo ad indugiare un po’ troppo in queste immaginifiche alienazioni: a modo suo, il sotteso richiamo verso quello ed altri universi, più o meno realizzabili, non trovava pace, e sfruttava qualsiasi espediente per emergere.

Frenai l’ennesimo subdolo tentativo di straniamento individuale ed abbandonai la stanza; il tempo fuori era stupendo ma, impaziente di avere una mia piccola personalissima anticipazione sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, in vista della lezione di poesia contemporanea del giorno seguente, rimasi lì, ancora in affanno per la corsa di poco prima.

Solo una mezz’oretta, giusto il tempo di leggere qualche lirica; la biblioteca si trovava proprio accanto al guardaroba.

Avevo già il capo chino sulla raccolta poetica, ma la lettura fu breve, perché mi scontrai con lo stipite della porta, prendendolo in pieno non solo con il piede sinistro ma anche con la faccia; il colpo non fu fortissimo, ma ero sicura di ritrovarmi un bel livido al centro della fronte nel giro di poche ore.

Imbarazzata per aver attirato l’attenzione con una delle mie solite figuracce, mi costrinsi a soppesare i respiri, fino ad ammutolirli, e a mantenere lo sguardo basso, sfruttando anche il pretesto dei miei occhiali da sole che, scivolati dalla mia testa a causa dell’impatto, erano caduti a terra.

Attesi qualche altro secondo, richiusi il libro e alzai gli occhi: la sala era tranquilla, con molti tavoli vuoti; i pochi presenti avevano ignorato la mia disavventura, e non erano interessati al mio imminente ingresso nell’aula, pervasa di una luce piacevole, ma insolitamente intensa per il giovane, mattutino esordio di quel 12 aprile…

Qualcuno mi guardava: la ragazza senza nome del supermercato era a pochi metri dalla mia persona, l’ignota fanciulla del trip onirico aveva finalmente mostrato il suo volto, abbandonando i veli fedifraghi dell’incoscienza.

Il mio respiro si bloccò, condensando la sua stessa energia nell’aiutarmi a fotografare quell’apparizione, alla cui veridicità non volevo ancora dar credito; preferivo affidarmi ai postumi negativi della botta contro lo spigolo, causa dell’ennesima dannosa distrazione.

Ma il confine astratto del sogno era stato definitivamente superato, non c’erano tenebre né ambientazioni sfocate: il fascio luminoso mi guidò consapevolmente verso la reale limpidezza di colei che continuava a fissarmi, incuriosita dalla mia probabile espressione esterrefatta.

Non avevo dimenticato i dettagli, né la fantasia aveva deformato o nobilitato i miei ricordi legati a lei: i lunghi e scuri capelli sciolti, non più ribelli, si nutrivano del riflesso dei suoi occhi marroni, ravvivati dalle calde tonalità dell’ambra baltica, rendendoli ancora più profondi ed espressivi, protetti da quelle ciglia dall’eterea consistenza della seta; il rimmel le vestiva di volume e di carattere, sottolineando la loro unicità, dalla quale tutto aveva avuto inizio.

Forse lei aspettava che mi scuotessi dallo stato pietrificato nel quale mi trovavo; parallelamente, anelavo ad un cenno, non mi importava la sua natura, che mi spingesse ad avanzare in biblioteca, oltre il confine dell’ingresso.

Le mie ciglia fremettero all’unisono con le sue, finché la leggiadra fanciulla non spalancò il sipario del suo travolgente sorriso adamantino; il più discreto e spassionato gesto di accoglienza che io avessi mai ricevuto, privo di forzature e inganni nascosti.

In quell’istante, sarebbe potuto crollare il mondo e non mi sarei accorta di nulla, né mi ero resa conto se il mio cuore avesse smesso di battere, per dare la precedenza ad una corrente infuocata e tumultuosa, che gli argini di una gioiosa naturalezza addolcivano in fiamma ancor esuberante ma bonaria.

Non indugiai oltre: feci qualche piccolo passo, seguitando quell’attrazione tanto ignota quanto incontenibile, un afflato amoroso che mi sospingeva verso di lei; più che una meta, un viaggio dagli innumerevoli scorci, prodigiosi e possibili.

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