FARÒ UN MESTIERE CHE NON ESISTE

Oggi viviamo in un mondo in costante ‘aggiornamento’. La parola “vecchio” è stata sostituita con “obsoleto” e stare al passo con i tempi significa cambiare, innovarsi e rinnovarsi. In una realtà che va avanti senza preoccuparsi di chi resta indietro, il futuro si scrive ogni giorno e le capacità di adattarsi e di restare al passo con le novità diventano fondamentali. Come influisce tutto ciò sul lavoro del futuro?

Tutti da bambini abbiamo fantasticato sul mestiere che avremmo voluto fare. Tutti ci siamo immaginati la nostra vita. Eppure, secondo uno studio del World Economic Forum, il 65% dei bambini di oggi svolgeranno dei lavori che ancora non esistono. I bambini di oggi insomma svolgeranno i mestieri del domani. Ma se da sempre la scuola e l’università sono stati il mezzo attraverso il quale acquisire le abilità lavorative, attualmente come ci si prepara ad un futuro così nuovo?

In Italia esistono oltre 2 milioni di giovani che non studiano, non lavorano e non sono iscritti a nessun corso di formazione professionale. Vengono chiamati NEET (not in education, employment or training). Un potenziale esercito di forze lavoro che per il momento resta immobile, aggravando ancor di più il problema dell’invecchiamento del nostro paese. Se da un lato il fenomeno dei NEET potrebbe essere riconducibile a casi particolari e circostanziali, una chiave di lettura potrebbe essere rintracciata nell’allontanamento fra la preparazione scolastica e le skills richieste dai nuovi lavori.

Il denominatore comune ai mestieri del futuro è la tecnologia. È indubbiamente vero che viviamo in una società digitalizzata. La tecnologia, da internet agli smartphone, è cresciuta a tal punto da smettere di essere un semplice strumento nelle mani dei consumatori. Se ormai è impossibile pensare ad una vita senza computer, tablet o telefonino, anche il mercato del lavoro si adatta alla modernità e sfrutta la tecnologia per migliorare efficienza e qualità. L’automazione di alcuni settori, fra tutti l’industria manifatturiera, e l’esponenziale crescita dell’e-commerce hanno come inevitabile conseguenza la scomparsa di vecchi mestieri. Sempre secondo lo studio di Davos del WEF, entro il 2020 si prevede la perdita di più di 7 milioni di posti di lavoro. Ciò verrebbe in parte controbilanciato dalla creazione di nuovi posti di lavoro, i cosiddetti mestieri del futuro. Ma quali sono? Basta guardare al presente per rintracciare tre processi che con loro porteranno richiesta di nuovi specialisti: la tecnologia, i problemi ambientali, l’invecchiamento della popolazione.

Anche se l’elevato tasso di invecchiamento (soprattutto in Italia) e la fortissima criticità ambientale hanno come necessaria conseguenza la creazione di nuovi mestieri, in ambito lavorativo i più grandi cambiamenti ruoteranno inevitabilmente attorno alla tecnologia. Chi avrà alte conoscenze specializzate in programmazione, e-commerce e gestione dei Big Data troverà facile via d’accesso al mercato del lavoro.

Investire sull’acquisizione di tali abilità diventa priorità assoluta per chi cerca o cercherà lavoro. Ma non solo. Ad investire nella formazione professionale in questi ambiti devono essere anche e soprattutto le istituzioni. In Italia il 30% dei cittadini non ha competenze digitali mentre nelle scuole c’è solo un computer ogni 8 studenti. Investendo solo l’1.3% del PIL in ricerca e sviluppo siamo 1.6 punti percentuali sotto alla Germania. Inoltre, la scarsa formazione professionale limita gli insegnanti e l’acquisizione di abilità tecnologiche dipende solo dall’interesse personale. Tutto ciò crea un pericoloso circolo vizioso trasformando lo sviluppo da opportunità a problema.

Siamo in piena fase ascendente dell’era digitale. Non è difficile immaginare un domani dominato dalla tecnologia. Può però risultare utile evidenziare il ruolo che dobbiamo assumere. Rimanere al passo con il progresso sarà fondamentale, così come è importante iniziare da subito a creare un futuro più sicuro e costruttivo rispetto all’attuale presente. I più giovani e le prossime generazioni devono investire su sé stessi, attraverso formazione ed istruzione. Guardare lo sviluppo come un’opportunità significa comprendere che la conoscenza della tecnologia può essere un’arma in più nel mercato del lavoro. A ciò va accompagnata la consapevolezza che vecchi mestieri quali medico, avvocato o psicologo non potranno mai essere totalmente sostituiti dalle macchine. Questo oltre ad infondere fiducia nel futuro significherebbe anche muoversi insieme al mondo che cambia.

Eppure l’Italia resta immobile. Parlare in campagna elettorale di questi temi in questi termini, forse potrebbe migliorare il problema dei giovani NEET. Sappiamo che il futuro sarà animato dalla tecnologia e che la digitalizzazione spesso è diventata un requisito indispensabile per chi voglia lavorare. Ora siamo ad un bivio: guidare il progresso, o esserne travolti.

Lorenzo Perrotti

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