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Germania VS BCE: chi vince e chi perde

La Corte costituzionale tedesca ha ipotecato il Quantitative Easing con una sentenza che potrebbe avere grosse conseguenze sul futuro dell’Europa. I giudici tedeschi hanno dato tre mesi alla Bce per dimostrare che il PSPP non è sproporzionato nei suoi effetti economici e di bilancio. Qualora il chiarimento non arrivasse, la Bundesbank non potrà partecipare più al PSPP. La sentenza ha generato risposte immediate dei mercati, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e dei politici anche italiani. Quali saranno le conseguenze nel medio e lungo periodo per l’Italia? Torneranno a levarsi voci anti-europeiste?

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La sentenza del Tribunale tedesco e la risposta della Corte di Giustizia dell’UE

La Corte costituzionale tedesca è intervenuta il 5 maggio su una questione risalente al 2015, quando Mario Draghi avviò il Quantitative Easing, il programma di acquisti di debito pubblico. Allora una petizione aveva chiesto alla Corte costituzionale di chiarire se il QE fosse in linea con i Trattati e con le finalità della BCE. In una lunga querelle giudiziaria, la Corte tedesca si era infine rivolta alla Corte di giustizia UE, la quale nel 2018 aveva dato ragione alla BCE e al programma.

Il Quantitative Easing o PSPP, pone due vincoli agli acquisti. Essi, infatti, non possono essere superiori alla quota che ogni Stato ha nel capitale della BCE, e comunque a una certa percentuale di debito pubblico. Per i giudici tedeschi, però, le valutazioni del Consiglio della Bce sugli effetti del piano non sono affatto chiare. Sarebbe pertanto impossibile verificare se la Banca Centrale Europea abbia davvero rispettato il suo mandato. A tal proposito, le ha chiesto di dimostrare che il PSPP non sia sproporzionato nei suoi effetti economici di bilancio e che rientri nelle sue competenze.

Secondo il Tribunale, la Corte di Giustizia UE avrebbe dovuto verificare nel dettaglio le conseguenze in termini di politica monetaria del PSPP e la “proporzionalità” delle misure. Uno dei principali profili emersi dalla sentenza riguarda proprio il rapporto tra diritto interno e diritto dell’UE. La Corte di Giustizia dell’UE ha chiarito con una nota che soltanto essa, essendo istituita a tal fine dagli Stati membri, è competente a constare che un atto di un’istituzione dell’Unione sia contrario al diritto dell’Unione. Per giunta, “una sentenza pronunciata dalla CGUE in via pregiudiziale vincola il giudice nazionale per la soluzione della controversia dinanzi ad esso pendente”.

Rilevanti appaiono le conseguenze istituzionali e giuridiche. I giudici della Corte tedesca hanno demandato al Bundestag e al governo il compito di monitorare la Bce, mettendone quasi in discussione l’indipendenza. E poi c’è l’umiliazione inflitta alla Corte di Giustizia Europea. La sentenza del 2018 a favore della BCE è stata definita dal Tribunale tedesco “insostenibile”.

Le conseguenze della sentenza per l’Italia

La sentenza genera una grande incertezza sulla possibilità per la Banca Centrale Europea di proseguire il programma di acquisti di titoli di Stato da 750 miliardi di euro connesso all’emergenza sanitaria, il PEPP. In gioco c’è anche la possibilità di erogare un’altra tranche più ampia di questo programma. È chiaro infatti che sollevare perplessità sul PSPP impatti anche sul PEPP.

Il PEPP è un piano d’acquisti portato avanti dalla Bce in deroga a due criteri, uno dei quali è relativo alla “capital key. Ed è proprio questa deviazione che la Corte tedesca ha messo in discussione. Se la BCE non annunciasse un’estensione temporale del PEPP e/o un ampliamento dell’ammontare di titoli acquistabili, già nei prossimi mesi potrebbe decidere di acquistare meno titoli dall’Italia. Se poi non rafforzasse o proseguisse nel suo programma di acquisto dei titoli tramite il PEPP, l’unico aiuto a un Paese membro verrebbe dal cosiddetto “bazooka” (OMT). In sostanza la BCE potrebbe acquistare titoli di uno stato membro in difficoltà senza alcun limite, passando per il MES.

La BCE, poi, con il PSPP ha fino ad ora mantenuto in bilancio circa 2300 miliardi di debito pubblico dai Paesi dell’Eurozona. Lo ha fatto rinnovando i bond che progressivamente scadevano con nuovi acquisti: anche qui i giudici hanno posto un freno. Il rischio è che possa tramontare allora l’ipotesi che sia la BCE a farsi carico della crisi.

Anche perché la Germania è il maggiore acquirente di titoli di Stato tramite il PSPP, e un’eventuale sua ritirata annullerebbe di fatto il programma, che vede tra i suoi principali beneficiari l’Italia. Il ministro dell’Economia Gualtieri non ha tardato a sottolineare che la sentenza non avrà conseguenze, tuttavia lo spread italiano, nell’immediato, è balzato subito a 244.

La tentazione anti-europeista

In questi giorni l’Unione Europea si sta muovendo con un piano comune attraverso il SURE, i prestiti BEI e quelli speciali del MES, ma soprattutto con la delineazione del Recovery Fund. La sentenza torna a dare nuova voce alle critiche all’Unione Europea e al peso della Germania. L’Italexit, spesso tuonata anche in piena crisi sanitaria, rischia di essere nuovamente propagandata.

Tortuga, un think tank di studenti nato nel 2015 alla Bocconi, ha analizzato le conseguenze di un’Italexit in un’indagine dal nome Scenari di un’Italia senza Euro: il post-Italexit. L’impatto è stato studiato sulla base di cinque fattori spesso citati dalla polemica: bilancia commerciale, occupazione, conti pubblici, diseguaglianze, welfare.

Lo studio ha dimostrato come l’uscita dall’Euro potrebbe comportare ritorsioni da parte dei Paesi partner quanto a importazioni di beni necessari alla produzione made in Italy. Potrebbe poi innescare un aumento generalizzato dei prezzi e un calo dell’occupazione. Ha evidenziato anche come l’Italexit porterebbe a un incremento delle diseguaglianze sociali sofferte in primis dalle fasce meno abbienti.

Infine, ed è questo forse l’aspetto che più interessa, è vero è che si uscirebbe dai vincoli di bilancio imposti dall’UE, ma l’Italia dovrebbe comunque attingere a capitali in arrivo dai mercati finanziari. L’esito paradossale sarebbe quello di trovarsi costretta a implementare le stesse misure di austerity contestate all’establishment europeo.

La sentenza della Corte sul PSPP potrebbe far vacillare le sorti della ripresa post-coronavirus. Il diritto dell’UE e, dunque l’UE, rischiano di uscirne indeboliti. Così come le capacità d’azione della BCE nel finanziamento alla crisi, e di conseguenza quelle dell’Italia nel sanare il suo debito. Tuttavia, l’Italexit non sembra essere la giusta strada da percorrere. L’austerity tanto odiata, uscita dalla porta dell’UE, finirebbe per rientrare dalla finestra della finanza mondiale. Per ora, attendiamo il responso della BCE.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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