Sembrerebbe ormai sempre più evidente come la guerra in Ucraina sia stata generata da una volontà propagandistica imperialista del leader russo, piuttosto che da fondati motivi di preoccupazione verso una politica di influenza messa in atto dalla Nato.

Il presidente russo ha deciso di attaccare un paese già drammaticamente diviso al suo interno e ha dichiarato di sentirsi preoccupato dell’allargamento verso est della Nato che legge essere in funzione antirussa. Ma ha senso preoccuparsi di una alleanza ormai profondamente rinnovata dopo il contesto della guerra fredda in cui è sorta, ed eventualmente quali ragioni spiegano allora la sopravvivenza della Nato fino ad oggi? Putin ha un reale motivo di sentirsi minacciato o si tratta piuttosto di una mossa da scacchista prima della fine della sua carriera politica?

Sicuramente non si può prescindere dal considerare prima di tutto il contesto storico-politico che caratterizza il teatro di questi eventi drammatici, in particolare notando anche come uno spostamento di truppe al confine, come è avvenuto nell’area del Donbass, crea necessariamente anche una questione geopolitica.
Il 24 agosto 1991 l’Ucraina proclamò l’indipendenza, passando da “membro della famiglia delle nazioni sovietiche” a stato sovrano e iniziando un lungo, non privo di intoppi e ancora in evoluzione cammino verso la democrazia.

La Rivoluzione arancione
Nel 2004 sorse un movimento di protesta pacifico scatenato dalla vittoria per soli tre punti percentuali di Janukovič candidato filorusso, che provocò l’immediata reazione dello sconfitto Juščenko, il quale denunciò brogli e irregolarità nello svolgimento del voto, invitando i propri elettori a mobilitarsi attivamente per manifestare contro il risultato. Centinaia di migliaia di manifestanti vestiti di arancione (simbolo dell’opposizione occidentale) scesero nelle piazze principali di Kiev per chiedere lo svolgersi di nuove elezioni. La protesta si acuì quando effettivamente l’OSCE (organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa) certificò la non regolarità della tornata elettorale e Stati Uniti ed Europa scelsero di non riconoscere il neoeletto presidente, costringendo il parlamento ucraino a sfiduciare il governo e indire nuove elezioni. Queste ultime videro come netto vincitore proprio Juščenko, il quale formò il nuovo governo filoeuropeo. Non mancarono le divisioni interne e un anno dopo il governo cadde, mentre gli scandali che hanno investito alcuni dei suoi membri fecero tramontare definitivamente quella pagina rivoluzionaria, la quale palesò la netta frattura e polarizzazione ideologica tra chi vedeva nella Russia un alleato e partner commerciale e chi invece prospettava una maggiore integrazione con l’occidente e in particolare con l’Unione Europea.

Rivoluzione del 2014
Anni dopo il leader dagli stretti contatti con Mosca venne rieletto ma ben presto nacquero nuove proteste da parte del movimento dell’Euromaidan quando egli rifiutò la firma di un importante patto commerciale con l’Unione Europea, e più in generale contro il governo filorusso del paese, accusato di corruzione. Dopo mesi di tensioni, nell’inverno del 2014, Janukovič decise di rispondere duramente e a Kiev ci furono violenti scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti, con decine di morti e centinaia di feriti. In particolare L’Unione Europea chiedeva una serie di impegni sul fronte della lotta alla corruzione e rispetto dei diritti umani, comprese la liberazione di Julija Tymošenko (primo ministro nuovamente dal 18 dicembre 2007 al 3 marzo 2010 e prima donna a ricoprire tale carica) condannata per malversazione di fondi pubblici e abuso d’ufficio. Nel 2013, la Corte Europea per i Diritti Umani (CEDU) aveva stabilito che il suo arresto e la sua condanna erano “arbitrari e illegali”. Inoltre Julija aveva co-organizzato le rivoluzioni arancioni del 2004, e fu scarcerata in questa fase solo dopo la deposizione di Janukovič. Tali proteste violente condussero infatti alla rimozione del presidente e all’instaurazione di un governo ad interim sotto la guida di Turcynov.

Il 22 Febbraio Janukovič lasciò il paese e scappò in Russia, anni dopo sarebbe stato condannato da un tribunale ucraino per alto tradimento. Putin definì la rivoluzione ucraina “un colpo di stato incostituzionale e una presa del potere militare”. Poco dopo invase e occupò militarmente la Crimea e Sebastopoli con un referendum plebiscitario, ritenuto illegittimo dalla comunità internazionale. Contestualmente le regioni (oblast) di Luhansk e di Donetsk, nell’area orientale del Donbass, si proclamarono indipendenti. La Russia armò, aizzò, aiutò e finanziò gruppi militari dell’est dell’Ucraina, permettendo quindi ai ribelli del Donbass di prendere il controllo di parte del territorio.

Guerra del Donbass
Come molti paesi dell’Europa orientale, la storia dell’Ucraina e dei suoi legami con Russia, Polonia e Lituania è complessa. La società ucraina è significativamente divisa, tra nostalgici dell’Urss, patrioti, anarchici e filo-occidentali. L’ucrainizzazione forzata della popolazione russofona ha incontrato molte resistenze. Ma sarebbe un errore sovrastimare la quota di persone che accetterebbe un’ulteriore frammentazione dello stato o l’annessione alla Russia senza battere ciglio.
Anche i ribelli del Donbass non rappresentano tutto il territorio e in quest’area conflittuale Putin, con la decisione di invadere e occupare ha impedito sempre più l’unificazione delle due repubbliche separatiste che Zelens’kyj stava cercando di far rientrare verso il governo centrale.
Inoltre i separatisti prima di essere filorussi si dichiarano indipendentisti, si crogiolano in un certo orgoglio nel decidere il proprio destino e si sentono importanti per aver apportato una certa ricchezza all’intero paese, soprattutto grazie allo sviluppo industriale e maturando tuttavia una volontà di alienazione dalla capitale che si inasprì nel tempo. In particolare dopo la rivoluzione arancione si resero conto che anche loro potevano fare lo stesso proclamando la nascita delle repubbliche, poi confermate dai referendum popolari.

Con il protocollo di Minsk si giunse, ma solo momentaneamente, a porre fine alle ostilità accordando un decentramento del potere a favore delle autonomie.

Il ruolo della Nato
L’organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord ha sperimentato la sua esistenza in due contesti storici e ordini internazionali molto diversi tra loro. Il primo quello caratterizzato dalla guerra fredda e dal bipolarismo e il secondo quello della pace, della globalizzazione e del multipolarismo.
L’Ucraina fino a questo momento ha giustificato il non ingresso nella Nato in quanto paese ancora non risolto al suo interno, per il principio di non interferenza. L’alleanza non può infatti ammettere nessun paese membro che abbia al suo interno situazioni in corso di separatismo e conflitti di vario tipo o rapporti con altre nazioni extra-Nato. Anche Putin guarda a questo motivo come il solo che ha impedito l’effettivo ingresso, mentre concepisce l’alleanza minacciosa in quanto “in funzione antirussa”.

L’espansione a est della Nato è stata più volte utilizzata come giustificazione delle violazioni di diritto internazionale compiute dalla Russia e alimenta una narrazione vittimista in base alla quale se la Russia si comporta aggressivamente fino all’invasione di uno stato sovrano è soltanto perché si sente a sua volta minacciata dall’aggressività occidentale. Sembrerebbe però una visione piuttosto semplicista e parziale di un processo più complesso che ha avuto varie evoluzioni nel corso degli ultimi decenni e peraltro influenzata su molti aspetti dalla propaganda. Il fenomeno dell’allargamento sarebbe piuttosto il risultato di una concomitante ambizione dell’occidente ad allargare la propria sfera di influenza includendo anche paesi dell’ex blocco sovietico, ma del resto anche della volontà di questi paesi di allontanarsi e proteggersi dalla super presenza russa, dalle sue ingerenze e aggressività. Si può così parlare, sintetizzando, di un duplice processo di avvicinamento da parte dell’Ucraina alle posizioni occidentali (elemento della volontarietà) e al contempo tendenza espansionistica dell’alleanza stessa.

Secondo le teorie liberali nell’ambito del diritto internazionale esiste una vera e propria tendenza delle Democrazie ad allearsi tra loro, non si tratta dunque solo di questioni economiche e rapporti di potere ma anche di ideali, seguendo un principio di allineamento di logiche ideologiche. Questo porterebbe le tradizionali democrazie e quelle ancora in fase di rodaggio ad allearsi con gli Usa piuttosto che con la Russia. Basta guardare alla cooperazione pacifica tra le grandi potenze (ad esempio Usa e Germania) per notare come le democrazie non siano solite farsi guerra fra loro.

Gli Usa dal canto loro si sono posti per i propri interessi in una posizione di leadership benevola, basata però sul consenso piuttosto che sulla coercizione. Anche senza la minaccia sovietica, avrebbero avuto lo stesso incentivo a perseguire un ordine occidentale.
Emergono così delle ragioni di sopravvivenza della Nato anche dopo il sistema bipolare, come il sorgere di nuovi rischi per la pace (si pensi al terrorismo internazionale) e la proliferazione di armi di distruzione di massa (utilizzate dagli stessi usa come arma di deterrenza) ma anche per lo stesso interesse degli stati membri a mantenere in vita questa istituzione per ragioni di sicurezza nell’ordine internazionale, partendo da presupposti cinici ma sicuramente realistici. Questo sistema di sicurezza collettiva si fonda inoltre su alcuni principi e obiettivi comuni (anche economici e sociali) e sul valore della pace ritenuto come presupposto irrinunciabile. Gli stessi criteri o comunque linee guida da seguire per l’adesione al patto riguardano questioni politiche come la democrazia e i diritti umani, fornendo un’identità comune fondata sui medesimi valori di libertà, solidarietà e cooperazione anche militare.
Nella Nato gli alleati cooperano per la sicurezza ed esercitano a vicenda una reciproca influenza politica.
Rispetto al momento storico in cui l’alleanza è nata sono sorti alcuni assunti propri dell’ordine occidentale, oramai quasi universalmente riconosciuti e accettati: la democrazia, l’economia di mercato, la tolleranza e le libertà personali.
Essa si è inoltre adattata nel tempo aggiornando strumenti e strutture e attirando attorno al suo polo nuovi stati e generando un processo di allargamento. Si noti che la stessa Russia voleva aderire nel 1994, periodo in cui nacque la PfP (partnership for peace) firmata dalla Russia e considerata come l’anticamera del formale ingresso alla Nato. Mai come prima la Russia sembrava così vicina all’ovest ritenendo che l’ingresso formale fosse ormai solo questione di tempo.

La sindrome di accerchiamento
Il patto atlantico, estendendo le sue missioni anche ad interventi per scopi umanitari e svolgendo compiti nuovi oltre quelli prettamente difensivi, si è resa un’alleanza solida e meno suscettibile ai cambiamenti quali la scomparsa di una minaccia. Anzi, le sue molteplici funzioni la rendono più propensa ad adattarsi ai cambiamenti del contesto internazionale incoraggiando l’integrazione politica ed economica.
Appare allora improbabile come Putin avrebbe ragione di temerla né sembrerebbe realistico un suo reale interesse per il Donbass, eppure è stato piuttosto abile nell’alimentare lo spettro dell’invasione armata, ora incarnatosi. L’Ucraina costituisce sicuramente un terreno di scontro strategico per motivi squisitamente geopolitici, una bella vetrina di cui la Russia può disporre per esplicitare la sua potenza, sebbene al prezzo di un rischioso dispiegamento di forze nel territorio. In particolare nella zona del Donbass è concentrata non solo la presenza di materie strategiche come carbone e acciaio, ma si tratta di luoghi importanti per l’identità ucraina.
E’ assai più probabile che Putin non voglia essere ricordato come il leader che ha portato la Nato più in là di quanto si fossero spinti precedentemente, in termini di giudizio storico.
Egli al contrario vorrebbe proporre al mondo l’immagine non di una Russia in declino ma di una grande potenza capace di proiettare ancora una certa influenza politica al suo esterno e di orientare le trattative a proprio favore. Del resto le “sanzioni mai viste” di queste ultime settimane nei suoi confronti sono proprio il segno di una debolezza politico-ideologica.

Da sempre il paese ha oscillato tra diplomazia verso un’Europa vista come corrispondente che si è però oggi dimostrata “infedele” e sfiducia per l’occidente, in un’ambivalenza tra ricerca del dialogo con i leader europei e il considerarla come intermediario dipendente dagli Usa.
Una precisazione poi consiste nel considerare l’adesione all’Ue diversa rispetto alla questione Nato che al contrario non era affatto tra i lavori all’ordine del giorno e peraltro nemmeno voluta da alcuni stati membri, come la Francia. A questo si aggiunge come sopra detto l’impossibilità dell’alleanza di accogliere paesi ad un così elevato livello conflittuale interno e in cui sono in corso attività belliche.
Pertanto la “sindrome di accerchiamento” non pare essere fondata stando a questi elementi, e risulta discutibile anche dal fatto che l’alleanza tende ad accogliere i paesi che lo richiedono, non in un programma di espansione, ma per tutti coloro che temono una minaccia alla propria sicurezza.

E’ chiaro che di fronte ai fatti nudi e crudi, la guerra non può che accertare il fallimento della diplomazia anche da parte dei paesi Nato, vuoi anche per un paese come la Russia che oggi rifiuta le regole del diritto internazionale di fronte alle sue pretese. Una diplomazia che, se non ancora del tutto fallita, non viene di certo favorita dall’atto di ripescare un passato storico superato o dal ricordare gli orrori commessi in fondo anche da altre potenze, prima fra tutte quella a stelle e strisce.

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