Il significato della riconversione di Santa Sofia

Lo scorso 10 luglio, il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan ha firmato un decreto attraverso il quale la basilica di Santa Sofia è stata riconvertita in una moschea. La decisione era nell’aria – dopo una campagna popolare portata avanti per quattro anni e l’appoggio di Erdoğan arrivato solo nell’ultimo anno – ma è comunque molto significativa da un punto di vista simbolico. Nonostante le rassicurazioni del presidente turco – che ha promesso che Santa Sofia rimarrà aperta a tutti e sarà gratis – sia l’opposizione interna che molti attori internazionali hanno espresso non poche perplessità sulla faccenda, che rimane comunque in linea con la politica che Erdoğan porta avanti ormai da anni.

Santa Sofia e la Turchia moderna

Santa Sofia è stata costruita sotto l’imperatore bizantino Giustiniano I nel 537. È stata per lungo tempo un ponte tra il Cristianesimo di Occidente e quello di Oriente, sino al 1453, quando gli Ottomani conquistarono Istanbul. Hagia Sophia divenne dunque una moschea, fu circondata da minareti e i mosaici bizantini vennero coperti da intonaco bianco. La caduta dell’Impero ottomano portò incertezza nella regione, sin quando nel 1923 fu riconosciuta con il trattato di Losanna la nuova Repubblica di Turchia. Il padre della Turchia moderna è Mustafa Kemal, noto come Atatürk, ovvero “Padre dei Turchi”.

È sotto di lui che Santa Sofia divenne un museo nel 1935, attraverso un atto recentemente definito illegittimo dal Consiglio di Stato turco. Il laicismo è stato per il leader del Partito Repubblicano del Popolo una delle sei frecce per il processo rivoluzionario volto alla modernizzazione del Paese. La basilica sconsacrata divenne dunque il simbolo della Turchia moderna, laica e con lo sguardo verso Occidente. Il laicismo turco differisce però da quello occidentale. Non consiste infatti in una separazione completa tra la sfera temporale e quella religiosa, bensì nell’assoggettamento della seconda al volere dello Stato. Kemal è riuscito a rendere la Turchia un Paese moderno, ma non ha risolto il conflitto latente tra l’identità laica (difesa dall’esercito) e quella sunnita (difesa da alcuni gruppi turchi e rafforzata dal proliferarsi delle scuole “imam-hatip”, precedentemente osteggiate da Kemal) presente nella popolazione turca.

Queste contraddizioni di fondo sono emerse chiaramente tra il 1996 e il 1997. Necmettin Erbakan vinse le elezioni con il suo “Partito del Benessere”, ma fu costretto a dimettersi a seguito delle pressioni dell’esercito. La sua visione della politica turca era infatti caratterizzata dal ritorno al nazionalismo, dall’allontanamento dall’Europa e soprattutto da una nuova lettura islamica della politica turca, considerata una minaccia dai militari. È stato il suo braccio destro Erdoğan a raccogliere la sua eredità politica.

Dopo esser rimasto in prigione per quattro mesi – giudicato colpevole di incitamento all’odio religioso – Erdoğan comprese che per diventare Primo Ministro avrebbe dovuto cambiare linguaggio e temi politici. L’ex sindaco di Istanbul fondò dunque un nuovo partito – l’AKP – e vinse le elezioni del 2003. Il suo problema principale continuò ad essere rappresentato dai militari e per questo iniziò ad avvicinarsi sempre di più all’Europa, portando avanti riforme giudiziarie, sociali ed economiche necessarie per entrare nell’Unione Europea.

A causa di una serie di scandali relativi a tangenti, della poca trasparenza del governo e in generale delle molte perplessità sull’effettiva democratizzazione islamica della Turchia, da parte soprattutto della Merkel e Sarkozy, nel 2007 divenne chiaro che la Turchia non sarebbe entrata nell’UE. Questo è stato lo spartiacque delle politiche di Erdoğan. Da quel momento, infatti, la Turchia ha iniziato ad uscire dall’orbita occidentale, sebbene sia necessario ricordare che tuttora riceva miliardi di dollari da parte dell’UE per bloccare la tratta balcanica dei migranti. Gli interessi di Erdoğan si sono spostati verso il Medio Oriente e questo è avvenuto in concomitanza con l’avvicinamento al predicatore Fethullah Gülen, figura controversa, molto seguita e simbolo di un Islam moderato.

I suoi rapporti con Erdoğan sono crollati nel 2013 – a seguito di alcune vicende giudiziarie in cui sono stati implicati dei membri dell’AKP – e da quel momento il primo ministro turco ha iniziato un processo di accentramento dei poteri nelle sue mani che ha subito una netta accelerata dopo il fallito golpe del 2016. Al centro del suo nuovo e attuale piano politico – definito neo-ottomanismo – sono presenti una serie di obiettivi da comprendere e leggere anche alla luce della riconversione di Santa Sofia.

Medio Oriente

È una regione storicamente molto complessa, abitata soprattutto da islamici e tornata al centro della politica internazionale. Gli USA – dall’amministrazione Obama e il suo “pivot to Asia” – stanno progressivamente abbandonando la regione e la Turchia sembra essere l’unica potenza in grado di controllarla, anche a causa del dietrofront di Trump rispetto alla politica di apertura all’Iran e agli sciiti portata avanti da Obama. L’obiettivo turco è sconfiggere i Curdi e spingersi da Aleppo a Mosul e la riconversione di Santa Sofia sembra poter essere un ottimo strumento di “ islamico” per avvicinare i sunniti, ma momentaneamente non sembra essere particolarmente efficace. Gravano, infatti, sulla Turchia il passato da potenza imperialista e i rapporti con la Fratellanza Musulmana, considerata un’associazione terroristica da molti Paesi della regione.

Europa

Il soft power islamico sembra aver portato invece molte simpatie in Europa, in particolare in Albania, in Kosovo, in Bosnia ed Erzegovia e in Macedonia, dove ci sono importanti comunità islamiche. Riguardo all’UE, i rapporti si sono raffreddati. Erdoğan tiene sotto scacco l’UE, terrorizzata dalla prospettiva di dover accogliere dalla Siria i profughi della guerra contro l’ISIS, chela Turchia ha combattuto da alleata dell’UE, ma che ha sfruttato per bombardare il loro vero nemico: i Curdi. Questo popolo vive tra Iraq, Siria, Turchia e Armenia e da decenni sta tentando di formare un proprio Stato – il Kurdistan – ma viene considerato un gruppo terroristico da Erdoğan a causa della presenza in Turchia del PKK che lotta per l’indipendenza curda.

Stati Uniti e Cina

Gli Stati Uniti sono storicamente un alleato della Turchia nella NATO. Come già menzionato, la Turchia sta sfruttando gli spazi lasciati dagli USA in Medio Oriente e molti vedono la riconversione di Santa Sofia come una risposta al riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele. I rapporti con il Celeste Impero invece si stanno rafforzando sempre di più. La Cina è poco interessata all’aspetto religioso, ma molto interessata alla posizione della Turchia, tappa fondamentale della “Nuova Via della Seta”.

Mediterraneo

La difesa dello stretto di Dardanelli e del Bosforo è una strategia dello scorso secolo, ormai gli scontri nel Mediterraneo orientale riguardano invece le zone economiche esclusive. La Turchia è molto attiva in Libia per assicurarsi le risorse energetiche delle coste. Un possibile corridoio turco-libico preoccupa significativamente Grecia e Cipro, le due nazioni che si sono mostrate più irritate dalla riconversione di Santa Sofia. Uno degli obiettivi di Erdoğan è infatti quello di sfruttare la Repubblica turca di Cipro del Nord (non riconosciuta dalla comunità internazionale) e diventare il principale fornitore di gas in Europa, essendo già titolare del passaggio del gas russo e dei giacimenti dell’Azerbaijan. Questo piano va contro però l’Eastmed, ovvero il gasdotto voluto dall’UE che interessa la Grecia, Israele e la stessa Cipro.

Politica interna

Se da un punto di vista internazionale la riconversione di Santa Sofia ha riaffermato delle tendenze che sono presenti ormai da anni, da un punto di vista interno la scelta di Erdoğan è molto più interessante. Il Covid-19 ha colpito duramente l’economia turca e la legittimazione di Erdoğan passa soprattutto attraverso il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. La crisi economica rischia dunque di mettere in discussione la leadership dell’ex sindaco di Istanbul, già minata da alcuni passi falsi in recenti elezioni amministrative. Secondo l’opposizione infatti, Erdoğan avrebbe deciso di riconvertire Santa Sofia proprio per distogliere l’attenzione mediatica dal Covid-19 e dal calo di consensi. Il governo turco ovviamente nega tale visione, continuando a portare esempi del passato in cui delle moschee sono state trasformate in chiese, posti pubblici o addirittura abbandonate. È il caso della Grande Moschea di Cordova o altri esempi della vicina Grecia.

Le conseguenze della riconversione

La maggior parte dei Paesi occidentali hanno espresso il loro dissenso e la loro preoccupazione per la scelta di Erdoğan, così come Papa Francesco, il patriarca russo Kirill, il patriarca della chiesa greco-ortodossa Elpidophoros d’America e l’UNESCO. Il 24 luglio si è tenuta la prima preghiera nella “nuova” Hagia Sophia. Erdoğan era ovviamente presente, i mosaici bizantini sono stati coperti da veli bianchi e un gran numero di fedeli si sono riuniti – obbligati a portare le mascherine e rispettare le zone adibite alla cerimonia – per pregare.

Le immagini provenienti dalla Turchia segnano la fine dello stato laico voluto da Atatürk. Altri quattro musei sono tornati ad essere moschee negli ultimi dieci anni, ma Santa Sofia era il simbolo di uno Stato diventato laico. Il numero di imam-hatip continua a crescere, mentre nei programmi scolastici turchi Atatürk viene marginalizzato sempre di più, sostituito dallo studio dell’Impero ottomano e dell’arabo. Anche la data non sembra essere casuale. Il 24 luglio del 1923 è infatti la firma del trattato di Losanna.

La situazione sanitaria mondiale è in continuo divenire e questo non aiuta a poter leggere la situazione interna della Turchia. Erdoğan sta aumentando sempre di più il suo stile autoritario, ma le difficoltà economiche potrebbero far venir meno la legittimazione popolare dell’ex sindaco di Istanbul. Anche per la politica estera turca saranno dei mesi cruciali ed imprevedibili. A novembre negli USA si eleggerà il presidente e una possibile sconfitta di Trump potrebbe nuovamente cambiare le carte in tavola, con un possibile riavvicinamento democratico agli sciiti e l’Iran nuovamente in grado di essere competitivo per la leadership della regione. 

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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