L’NBA E LA LOTTA AL RAZZISMO

Lo scorso 26 agosto, i Milwaukee Bucks sono stati protagonisti di una decisione storica: la squadra non si è presentata alla palla a due della partita contro gli Orlando Magic in segno di protesta contro l’ennesima aggressione della polizia nei confronti di un afroamericano, Jacob Blake, a Kenosha, Wisconsin. In pochi minuti, tutta la famiglia NBA ha appoggiato la scelta dei Bucks – in realtà preceduta da rumors che parlavano di un possibile boicottaggio da parte di Boston e Toronto – e il proseguo della “bolla” ad Orlando e dei playoff è sembrato a rischio.

Anche altri sport hanno deciso di seguire la NBA, come l’MLS, la WNBA e l’MLB. Le ore successive sono state caotiche. L’uniformità di opinione per il boicottaggio delle partite di mercoledì è venuta meno quando si è trattato di decidere come proseguire la protesta. Alcune squadre – Dallas, Clippers e Lakers – si sono dette disponibili a non concludere la stagione, mentre altre hanno ritenuto importante sfruttare la vetrina mediatica della bolla e non gettare via gli sforzi fatti per concludere il campionato. Il 28 agosto l’NBA e i giocatori sono riusciti a raggiungere un accordo: la stagione si concluderà, ma a determinate condizioni. La prima è rappresentata dalla creazione di un fondo – si parla di almeno 500 milioni di dollari – stanziato da tutti i proprietari delle franchigie NBA per combattere le diseguaglianze sociali, che sarà accompagnato da una serie di iniziative delle franchigie nelle loro città.

La condizione più importante è invece rappresentata dal fatto che i proprietari delle squadre metteranno a disposizione le arene NBA affinché possano essere usate come seggi per votare. Uno degli aspetti più subdoli del “razzismo sistemico” statunitense è rappresentato proprio dalla limitatezza del numero di seggi in cui è possibile votare nelle zone maggiormente abitate dagli afroamericani. Le lunghe file ai seggi, infatti, possono disincentivare il voto. La speranza dei giocatori NBA – in primis LeBron James che ha creato “More than a vote” proprio per questo – è quella di spingere il maggior numero possibile di afroamericani a votare. E in questo caso, votare significa votare Biden. Trump infatti non si è lasciato sfuggire l’occasione per attaccare la NBA: “Non so molto della protesta, so che gli ascolti televisivi sono molto bassi perché francamente la gente è un po’ stufa della NBA. Sono diventati come un’organizzazione politica e non è una cosa positiva”.

BOB DOUGLAS E I PIONIERI DELLA PALLACANESTRO NERA

L’NBA è considerata attualmente la lega professionistica statunitense più progressista e democratica, ma non è sempre stato così. Mentre la NFL accolse il suo primo atleta di colore nel 1946 e la MLB nel 1947, la NBA nacque solo nel 1949 dalla fusione della BAA e della NBL. Sino a quel momento l’unico giocatore non caucasico ad aver giocato in una lega di basket professionistico statunitense era il nippo-americano Wataru Misaka, protagonista di tre partite nei New York Knicks nella stagione BAA 1947/48. Il basket era un gioco per bianchi e tale doveva rimanere. Non era di questa idea Robert L. “Bob” Douglas. Bob nacque a Saint-Kitts – isola delle Piccole Antille Britanniche, nel Mar dei Caraibi – nel 1882. Nel 1922 si fece interprete di un sentimento di rinascita culturale, musicale e artistica appartenente alla comunità nera di Harlem attraverso la nascita della prima squadra professionistica statunitense composta solo da afroamericani: i New York Renaissance, nati cinque anni prima dei più famosi Harlem Globetrotters. La squadra fallì nel 1949, chiudendo la sua storia con un record di 2318 vittorie e 381 sconfitte e i Rens sono tuttora gli unici ad esser rimasti imbattuti per 88 partite consecutive. La loro vittoria più importante è stata però quella di dimostrare che i neri non solo possono giocare a basket, ma possono anche essere dei vincenti. I Rens riuscirono a mettere le basi per quanto sarebbe accaduto il 25 aprile 1950.
Il draft del 1950 fu il primo della storia della NBA e con la scelta numero 12 i Boston Celtics di Red Auerbach selezionarono – ad insaputa del loro proprietario Walter Brown – Henry “Chuck” Cooper. Cooper è stato il primo giocatore afroamericano scelto da una squadra NBA. A pochi mesi di distanza, i Knicks minacciarono la NBA di lasciare il campionato se non gli avessero concesso di far firmare a Nat “Sweetwater” Clifton il primo contratto firmato da un afroamericano nella storia della lega. Per ragioni di calendario però, il 31 ottobre 1950 Earl Lloyd fu il primo giocatore di colore ad esordire in una partita NBA, divenendo poi nel 1970 il primo allenatore (a tempo pieno) di colore. Nel 1953 Don Barksdale fu il primo giocatore di colore convocato ad un All-Star Game. Un primo muro era stato abbattuto, ma la situazione continuava ad essere pesante. I pionieri del basket nero venivano insultati e sputati ad ogni partita, negli stati del Sud continuavano ad esser costretti a dormire in alberghi per neri e andare nei bagni per neri.

BILL RUSSELL

Il 30 aprile 1956 con la scelta numero 2 del draft venne scelto dai Boston Celtics di Red Auerbach il centro dei San Francisco Dons, che stava dominando da anni in NCAA: William Felton Russell. Boston era – e per molte persone è tuttora – una delle città più razziste degli USA. Se da un punto di vista cestistico Bill Russell ha fatto nascere la leggenda dei Celtics – 11 titoli in 13 anni, divenendo anche il primo allenatore/giocatore di colore della storia NBA – il feeling con la città non è mai completamente sbocciato a causa di una serie di episodi di razzismo. Questo spinse Russell ad impegnarsi ancor più attivamente nella lotta contro le ingiustizie sociali. Recentemente ha ricordato come il primo caso di boicottaggio di una franchigia NBA risalga al 1961, quando lui, quattro suoi compagni di squadra e due giocatori dei Saint Louis Hawks decisero di non giocare un’amichevole per il trattamento da loro ricevuto a Lexington, in Kentucky. La stessa Kentucky che nel 1966 vide perdere i suoi invincibili Wildcats contro una squadra composta da 7 giocatori afroamericani, i Miners della Texas University at El Paso, che vinsero il torneo NCAA.

Gli anni ’60 furono anni di importanti lotte sociali e il 4 aprile 1968 è certamente una delle date più importanti di quel decennio. L’assassinio di Martin Luther King segnò inevitabilmente la vita di molte persone e Bill Russell tentò, attraverso una votazione anche con la squadra avversaria, di non presentarsi alla gara-1 della Finale di Eastern Conference contro i 76ers di Wilt Chamberlain, ma perse ai voti. L’episodio più significativo dell’impegno sociale di Bill Russell risale però al 4 giugno 1967. Comparve di fronte ai microfoni con Lew Alcindor e Muhammad Alì per appoggiare la decisione di non prender parte alla guerra del Vietnam maturata dal campione di boxe il 28 aprile dello stesso anno. Nonostante ci siano tuttora molte teorie relative alla natura di quella conferenza, ciò che è certo è che la compresenza di tutti i principali atleti afroamericani del periodo abbia dato un’immagine suggestiva dell’unità di intenti della comunità afroamericana. Bill Russell è tuttora molto attivo sui social e il suo attivismo lo ha portato a diventare nel 2010 il primo cestista ad essere insignito della medaglia della libertà, massima onorificenza per un civile negli USA.

DA KAREEM ABDUL-JABBAR AL DUEMILA

L’eredità di Russell è stata raccolta dall’altro cestista presente alla conferenza di Cleveland. All’epoca Lew Alcindor frequentava ancora UCLA, ma era già molto noto. La sua incredibile abilità nel far canestro aveva convinto l’NCAA a vietare le schiacciate, così in quegli anni iniziò ad affinare il suo “gancio cielo”. Nel 1968 decise di boicottare le Olimpiadi in segno di protesta contro il razzismo presente negli USA. Entrato in NBA, si convertì all’islam sunnita, cambiando il suo nome in Kareem Abdul-Jabbar. Durante la sua carriera NBA è diventato il miglior realizzatore di ogni epoca, ha vinto con i Bucks e con i Lakers, e ha visto aumentare il numero di afroamericani nella Lega al punto di superare il numero dei bianchi. Dopo essersi ritirato, ha iniziato un lungo percorso che lo ha portato ad essere uno dei principali simboli della lotta alla discriminazione razziale. Ha coperto alcuni ruoli di rappresentanza degli Stati Uniti ed è tuttora molto attivo nelle battaglie sociali.

La carriera di Kareem Abdul-Jabbar ha fatto da ponte tra l’NBA degli anni ’60-’70 e l’NBA degli anni ’80, ovvero tra una lega poco seguita e con giocatori con problemi di alcool e droga e una lega in salute grazie al nuovo commissioner David Stern e alla nuova rivalità tra i Celtics di Larry Bird e i Lakers di Magic Johnson. Bird è un figlio dell’Indiana rurale e bianca, mentre Johnson è figlio di un operaio nero del Michigan. In piena epoca Reagan, i Boston Celtics di Bird, Walton, Ainge e McHale rappresentavano gli USA rurali, bianchi, conservatori, grandi lavoratori e pragmatici, mentre i Lakers di Johnson, Abdul-Jabbar e Worthy rappresentavano la voglia di riscatto della comunità nera, attraverso lo showtime e il sorriso del loro leader. Questa retorica venne meno negli anni ’90. Michael Jordan divenne il padrone indiscusso della Lega e tutti i giocatori più forti erano ormai di colore. MJ divenne il nero che tutti i bianchi avrebbero voluto essere. La tematica del razzismo sembrava ormai archiviata. Emblematica in tal senso è una frase che è stata trattata anche in “The Last Dance”, la docu-serie sui Bulls di Jordan.

Nel 1990 gli venne chiesto se avrebbe appoggiato un attivista per i diritti civili contro Jesse Helms, senatore segregazionista della North Carolina. “Anche i Repubblicani comprano le scarpe da ginnastica” fu la risposta di Jordan. Nonostante le dure critiche nei suoi confronti, sembrava ormai chiaro che gli USA avevano voltato pagina, che il razzismo non era più una piaga sociale e che da quel momento gli atleti avrebbero sfruttato la loro notorietà per monetizzare e non per portare avanti messaggi politici e sociali.

GLI ANNI DUEMILA E LE NUOVE LOTTE

L’eredità di Jordan è stata raccolta ad inizio millennio da Kobe Bryant. Durante la sua carriera, l’ex giocatore dei Lakers è stato ossessionato dalla pallacanestro, ma ha comunque trovato del tempo per essere socialmente attivo. Tra le tante iniziative a cui ha preso parte, è da evidenziare l’importante sostegno economico che ha fornito al National Museum of African-American History and Culture. La sua scomparsa prematura non ci ha permesso di assistere alla sua vita post-NBA, ma nel breve periodo che ha avuto a disposizione si è impegnato a sostenere numerose battaglie di genere accanto a sua moglie Vanessa.

Oggi la NBA è in mano a LeBron James e la sua leadership ha rimesso al centro dell’agenda NBA l’impegno sociale. LeBron ha compreso sin da subito le potenzialità della sua notorietà e sin dai primi anni in NBA si è espresso su alcune delle questioni più controverse della politica interna ed estera statunitense. Nel 2008 ha appoggiato Obama, nel 2016 ha appoggiato Clinton ed ora sta apertamente sostenendo la campagna elettorale di Biden.
Nel 2014 il canale televisivo TMZ diffuse una registrazione di una conversazione tra il presidente dei Los Angeles Clippers Donald Sterling e una sua amica, Stiviano. Sterling si lamentava del fatto che la sua amica frequentasse pubblicamente persone di colore e che le invitasse alle partite della sua squadra. Tutta la NBA si unì contro Sterling che fu poi cacciato. Questo fu il primo episodio che ha riaperto una ferita mai rimarginata del tutto e che adesso è al centro del dibattito politico.
Nel 2016 Carmelo Anthony, Chris Paul, Dwayne Wade e LeBron James hanno aperto la serata degli ESPYS con un discorso che in pochissimo tempo è entrato nella storia. “Enough is enough”, la comunità afroamericana non può più sopportare di vedere fratelli, zii, genitori, cugini uccisi perché neri. Purtroppo, i recenti avvenimenti hanno evidenziato quanto quel discorso risulti ancora attuale.
Il 2016 è stato anche l’anno di Kaepernick, l’ex quarterback dei San Francisco 49ers che si è inginocchiato più volte durante l’inno americano per protestare contro un paese in cui la minoranza nera è ancora oppressa. Mentre la NFL lo ha ostracizzato, LeBron James e molti esponenti della NBA hanno solidarizzato con Kaepernick. Questo è stato uno dei primi episodi che ha messo in conflitto il mondo dell’NBA e la presidenza di Donald Trump. Il presidente si è schierato infatti contro il giocatore di football.

Un ultimo importante episodio di razzismo è avvenuto la scorsa stagione nei confronti di Russell Westbrook. Già l’anno precedente, l’ex Oklahoma City Thunder aveva avuto un alterco con dei tifosi, ma l’episodio avvenuto nel marzo 2019 è stato ripreso e documentato, lasciando poco spazio all’immaginazione. Da quanto raccontato da Westbrook, un tifoso degli Utah Jazz gli avrebbe rivolto frasi razziste. Non è l’unica volta in cui sono volate delle frasi razziste dagli spalti negli ultimi anni e la NBA si è detta pronta a trovare una soluzione per evitare che questi fatti si ripetano.

QUAL SARÀ IL FUTURO DELLA LEGA?

Adam Silver è diventato commissioner NBA il primo febbraio 2014 e da quel momento ha dovuto affrontare numerose difficoltà: il caso Sterling, il caso Morey, il Covid e non ultima, la crescente centralità del tema del razzismo negli USA. La decisione di riprendere a giocare è logica da un punto di vista economico, ma molto complessa sotto altri punti di vista. Se dovesse esserci un altro omicidio ingiustificato come si dovrà procedere? Ci sarà un nuovo stop per poi finire la stagione? La soluzione non è semplice da trovare, soprattutto perché chiaramente gli eventi non dipendono solo dalla NBA. L’unica certezza è che la volontà della Lega e dei giocatori è quella di cercare di finire la stagione corrente.
Nel frattempo, la NBA sta continuando ad evolversi e sarà molto interessante vedere come verrà portato avanti questo processo di evoluzione. La sempre maggiore apertura all’Europa e il crescente interesse verso l’Africa e l’Asia sembrano indicare un futuro sempre più internazionale per la Lega, ma l’attivismo in campo sociale dovrà fare i conti con le realtà politiche e sociali dei nuovi mercati. La sfida della Lega sarà dunque riuscire a portare avanti le proprie battaglie sociali senza mettere in crisi i propri interessi economici.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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