Ricordi di un viaggio in Marocco

Spesso si viaggia per noia, altre volte per scoprirsi, ed altre volte ancora per scoprire qualcos’altro. Questo viaggio più che di me parla di una cultura in cui non mi ero mai affacciata, dove riscopro realmente il senso di fare tante ore di viaggio per poi sentirmi appagata di un ‘qualcosa’ che non mi appartiene.

L’esperienza che voglio raccontarvi è quella vissuta l’estate scorsa in Marocco, dove i miei compagni di viaggio sono stati i “berberi” incontrati lungo la via, che mi spiegavano il giusto modo di acquistare le cose e dove era meglio fermarmi a mangiare.

Ricordi di un viaggio in Marocco

Era sera tardi, il mio Ryanair aveva ritardato, ed all’aeroporto di Marrakech sono stata ‘piacevolmente’ trattenuta da un’ora di fila per i controlli dei passaporti; la mia prima esperienza extraeuropea ha iniziato a farsi sentire così. Arrivati al centro della città, un ragazzo marocchino che poi ci avrebbe portato al nostro hotel, ci rassicura sul fatto che probabilmente ‘noi europei’ non saremmo passati inosservati, e quindi di non preoccuparci nel caso qualcuno ci fosse venuto a chiedere dei soldi con la scusa di indirizzarci verso casa.

Passata la notte nel “riad”, la tipica struttura presente nella medina di Marrakech, usciamo finalmente all’avventura; la mia attenzione si sofferma subito su dei banchetti chiamati “souk”, che vendevano di tutto. A partire dalla spezie, oli, creme, fino ad arrivare a sandali, zaini, ed addirittura arredi per la casa, tra cui delle scacchiere in vetro bellissime. Il mio primo pensiero è stato: “Cavolo avrei dovuto portare una valigia più grande!”.

Già, perché in realtà le cose non avevano un prezzo, ma eri tu stesso l’ideatore del prezzo di quello che avresti comprato, grazie a quella che noi chiamiamo ‘contrattazione’.

“Ma come non ci sono i prezzi? E come faccio a decidere quanto costa una cosa?! Ma soprattutto in che lingua ci parlo?”. Alla paura di esser fregata mi metto subito all’opera passeggiando continuamente tra un souk e l’altro, chiedendo qua e là “How much is this?!”.

A metà mattinata avevo già preso i regali a metà famiglia e ricevuto i complimenti dai marocchini che mi davano della “berbera”, per i miei ottimi metodi contrattuali; chissà magari lo dicevano a tutti, pensai.

Quando il giorno successivo andai a vedere come venivano prodotti i capi di abbigliamento, mi resi conto che per quanto io possa esser stata brava a comprare roba, loro lo sarebbero stati sempre un gradino in più di me.

Per la prima volta mi rapportai con un campo sterminato di pelle di animale, che oltre a darmi una nausea notevole, mi fece capire da dove partisse la produzione del mio zainetto comprato il giorno prima. Non mi era mai successa una cosa simile. Per la prima volta vidi come veniva assemblato un prodotto che poi sarebbe divenuto mio.

Oltre alla “fabbrica naturale di pellame”, fui colpita dalla gentilezza estrema dei residenti indigeni marocchini, che nonostante i continui flussi turistici, ci tenevano a parlarmi della loro storia e dei posti che visitavo in loro compagnia. Ai miei occhi la popolazione si divideva tra i marocchini che cercavano di guadagnare qualcosa dalla mia presenza, e quelli che mi prendevano a cuore invitandomi a prendere un thè alla menta a casa loro.

Così come nella mia testa, anche loro avevano più o meno gli stessi pensieri su di me; a noi turisti ci vedevano più o meno tutti uguali, se non come una fonte di denaro, forse come una di disturbo. In effetti non avevano tutti i torti.

Me ne resi conto quanto andammo a fare un’escursione fuori città per vedere delle meraviglie naturalistiche. Era mattina presto, saranno state le 7:30, e le donne erano già a lavorare i campi con asinelli e sacchi giganti di stoffa. La prima cosa che feci, da turista europea quale ero, fu scattarle una foto. Un anno non è bastato per scordarmi la rabbia che le provocai.

La guida mi rassicurò dicendomi “tranquilla è normale, attaccano a lavorare ai campi dalla mattina presto”. Le sue parole non bastarono per farmi sentire meno sciocca, ma almeno da quel momento evitai di fotografare le persone in volto e mi soffermai sui paesaggi.

Ricordi di un viaggio in Marocco

Il giorno successivo partimmo ancora in nuova scoperta dalla mattina presto, ed alla prima pausa di viaggio mi resi conto che di pullman ce ne erano veramente tanti. Ed io che volevo fare un viaggio “alternativo”, pensai.

La cosa divertente fu vedere che nel pullman accanto al mio, vicino alle valigie dei passeggeri, c’erano degli altri passeggeri che viaggiavano in ‘stiva’: le pecore.

Queste situazioni mi divertivano molto. Dopo la risata arrivava sempre un momento di riflessione, dove la comparazione con la mia vita di tutti giorni veniva spontanea. Mi piaceva vivere queste scene così diverse dal quotidiano, ma allo stesso tempo mi soggiungeva un po’ di amarezza che era difficile da buttare giù. Vivere il Marocco da turista mi faceva sentire estremamente ricca; non potevo più riuscire a pensare che le loro abitudini per me fossero solo intrattenimento.

Per questo i momenti più belli furono quelli in cui entrai realmente in contatto con i residenti, riuscendo ad abbattere quel muro di divergenze sociali tra me e loro che mi portò ad una parvenza di conoscenza reale della loro cultura, estremamente contrapposta alla mia.

Ricordi di un viaggio in Marocco

Instaurare un confronto effettivo non è stato facile; c’erano persone che te lo permettevano ed altre di cui giustamente non glie ne importava molto di te. Personalmente mi accontentavo di poco, e le conversazioni spaziavano dalla situazione politica del paese, al “ma quante sigarette fumi al giorno?!”.

Cadrò nel banale, ma il viaggio nel deserto fu sicuramente il momento più suggestivo. Arrivati con il pullman, facemmo il tragitto del deserto del Sahara in sella ai dromedari, muniti di bottiglione di acqua e pazienza per l’arrivo alle tende. Qui potei sfatare il più grande stereotipo di sempre: nel deserto d’estate non fa freddo, neanche di notte. Anzi, sentimmo così tanto caldo che alla fine dormimmo fuori dalle tende, cercando di sfruttare quelle poche ondate di venticello e sabbia che accompagnavano i nostri sonni.

Ricordi di un viaggio in Marocco

È vero che la luna è sempre la stessa, ma lì aveva un carattere particolare. Sdraiati sulla dune di sabbia, contornati dal nulla, la luna era la sola protagonista di quel meraviglioso spettacolo. Oltre che in primo piano, era l’unica fonte di luce che avevamo, ed effettivamente non serviva nient’altro. Ricordo ancora quel momento come pochi, in cui nonostante l’immensità dello scenario desertico in cui ero, era difficile sentirmi sola.

Mi fermai del tempo a pensare cos’era a darmi quella calma ed indifferenza in un contesto così differente e lontano dal mio. Trovai risposta in ciò che effettivamente non otterrei mai dalla mia vita metropolitana: l’assenza di rumore. Ma non solo rumore, forse è meglio dire l’assenza di suono, perché in quel momento non c’era proprio nulla a farmi compagnia.

La sveglia arrivò presto per evitare la traversata col dromedario nelle ore più calde del giorno.

Le giornate successive furono anch’esse piene di emozioni, sicuramente distanti da quelle odierne, ma dopo l’eccitazione delle prime scoperte e con due settimane alle spalle, iniziava a mancarmi la mia amata metropoli.

Ricordi di un viaggio in Marocco

Ancora oggi ricordo quel viaggio col sorriso. Ero partita intimorita per un’esperienza fuori-porta, per poi scoprire che il Marocco era più pronto di me ad accogliermi, poiché aveva già un milione di turisti che avevano avuto la mia stessa idea; a volte mi risultò difficile pensare che fossi in Africa, ma almeno non ero sola.

Elena Fazio

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