La nuova partita africana delle superpotenze

Nel corso del ventesimo secolo è andato realizzandosi un graduale ma progressivo smantellamento delle istituzioni coloniali in Africa, un processo parzialmente già avviatosi in precedenza e in seguito alimentato anche da un clima, quello del primo dopoguerra, in cui il principio di autodeterminazione dei popoli sembrava assumere un ruolo chiave. Il nuovo millennio si è tuttavia aperto alla luce dell’abbandono del generale disimpegno e di un rinnovato interesse nei confronti del continente, la cui ricchezza in termini di risorse, lo sviluppo socioeconomico e il potenziale strategico hanno attirato l’attenzione all’interno del panorama mondiale.

Media4tech di Claudio Palazzi

Varie dunque sono le motivazioni, più o meno celate, alla base dell’interesse economico e geopolitico delle superpotenze nei confronti del continente africano. L’abbondanza di risorse naturali di diverso tipo presenti in gran parte del territorio è ben nota a tutti e costituisce da sempre un motivo di forte attrattiva. Ciò che di nuovo è emerso negli ultimi anni è un essenziale sviluppo economico, fortemente alimentato e sostenuto da un’impressionante crescita demografica. A ciò va aggiunta la preoccupazione per lo sviluppo di radicalismi e potenziali fenomeni terroristici, sorta soprattutto a partire dagli eventi accaduti nel settembre 2001.

Crescita demografica ed economica

Secondo uno studio effettuato dall’I-Com (Istituto per la Competitività) con riferimento ai dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 2015 la popolazione africana costituiva il 16,2% della popolazione mondiale. Stando alle previsioni, questa percentuale sarebbe destinata a raggiungere il 19,9% nel 2030 e il 25,9% nel 2050, portando dunque l’Africa a rappresentare da sola più di un quarto dell’intera popolazione mondiale. La crescita demografica è strettamente legata allo sviluppo dell’economia la quale, secondo i dati della Banca mondiale, nel nuovo millennio ha beneficiato di un forte impulso e di una crescita rapida e quasi costante, con un rallentamento soltanto tra il 2015 e il 2016. Tali dati mostrano come l’Africa stia avanzando verso l’integrazione nell’economia globale, acquisendo una diversa importanza e una nuova visibilità.

Instabilità e tensioni

Prestando attenzione all’altra faccia della medaglia, si scopre che il rapido sviluppo economico ha generato effetti negativi sul già instabile tessuto sociale africano, in cui le oligarchie nazionali si sono rafforzate, mentre una iniqua distribuzione delle ricchezze non ha fatto altro che accentuare le fratture economiche e sociali già presenti. Il conseguente incremento di instabilità e tensioni desta particolare preoccupazione nell’area del Corno d’Africa, particolarmente soggetta all’influenza di forze radicali e gruppi islamici di stampo jihadista e per questo guardata con forte sospetto da parte del mondo Occidentale.

Tensioni tra superpotenze – Cina, USA, Russia

Sfruttamento delle risorse, partecipazione e insediamento nel nuovo mercato, contrasto al terrorismo: sembrano dunque essere queste le principali ragioni dietro alle ingerenze straniere nel continente africano, provenienti da Occidente così come da Oriente, dal Vecchio continente e dal Nuovo. Alcuni Paesi hanno tuttavia una presenza e una influenza maggiore, e si trovano in alcuni casi anche a competere tra loro, come nel caso di Cina, Stati Uniti e Russia.

Un ruolo d’apripista in Africa è stato senz’altro svolto dalla potenza cinese, che già sul finire del secolo scorso aveva manifestato il proprio interesse, individuandovi una potenziale fonte di profitto economico. Oltre a trarre importanti risorse energetiche e minerarie, la Cina ha fornito al continente africano appoggio internazionale e importanti infrastrutture (si veda anche l’iniziativa Belt and Road

– BRI lanciata nel 2013 dal presidente cinese Xi Jinping). A partire dal Duemila, e di lì periodicamente ogni tre anni, si svolge il FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation) proprio allo scopo di promuovere la cooperazione fra le due aree in vista di un maggiore sviluppo economico e sociale. Negli anni i cospicui investimenti cinesi in Africa non hanno fatto che aumentare e a oggi il continente – in cui la Cina ha investito complessivamente più che in qualsiasi altra area del globo – assume un ruolo chiave nel contesto di realizzazione di progetti cinesi nel mondo.

Il sistema attuato dalla Cina in Africa è presentato come “win-win” e gode di una generale approvazione da parte dei leader africani, probabilmente anche per la manifesta volontà della Cina di non interferire negli affari interni della regione. Non sono tuttavia mancate anche critiche, soprattutto da parte delle potenze Occidentali, che hanno messo in guardia dallo sfruttamento attuato dal “nuovo colonialismo” cinese e dalla sua minaccia per lo sviluppo e l’affermazione della democrazia in Africa.

Anche la presenza degli Stati Uniti in territorio africano è gradualmente aumentata. Nel 2002, dopo l’attentato al World Trade Center, vi è sorta la prima base militare americana situata in Gibuti, un piccolo Stato del Corno d’Africa che si affaccia sul Golfo di Aden. Il Paese, a due passi dal Medio Oriente, è ritenuto particolarmente importante per il controllo delle aree circostanti e per le operazioni antiterrorismo svolte dagli USA in Africa e negli Stati mediorientali. Si tratta inoltre di una zona altamente strategica per il commercio mondiale e non è un caso che nel 2017 anche la Cina vi abbia inaugurato la propria base militare, alimentando le tensioni già presenti con gli Stati Uniti.

Il discorso americano ha il suo fulcro nella volontà di “esportare la democrazia” e difendere i diritti, e di tale atteggiamento farebbero parte anche gli sforzi per contrastare l’ingerenza di Pechino e la penetrazione cinese in territorio africano. Allo scopo di promuovere un commercio equo, l’amministrazione Trump ha promosso l’iniziativa Prosper Africa che dovrebbe favorire i legami commerciali fra le due aree in un contesto che si distacca da i programmi di aiuto stranieri in favore di una maggiore reciprocità. L’iniziativa pone inoltre l’accento proprio sulla volontà di aiutare le regioni africane a opporsi agli atteggiamenti definiti “predatori” della Cina, ma anche della Russia, il cui scopo sarebbe quello di ottenere un vantaggio competivivo sugli Stati Uniti.

Dopo un iniziale disinteresse, anche la Russia ha infatti tentato di rilanciare la propria presenza in Africa, prendendo parte alla partita delle superpotenze. A tal proposito, il summit Russia-Africa tenutosi alla fine dello scorso anno costituisce uno snodo fondamentale. Svoltosi a Sochi tra il 23 e il 24 ottobre, è stato presieduto da Putin e dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e vi hanno preso parte più di quaranta leader africani.

L’incontro è stato fortemente voluto dalla Russia e si lega all’intento di sviluppare le relazioni e il commercio fra le due aree e di incrementare la propria presenza politico-militare nel continente africano. Anche la Russia ha voluto sottolineare la differenza del proprio atteggiamento rispetto a quello delle altre potenze. Mosca ha infatti affermato che non prenderà parte alla nuova spartizione delle ricchezze del continente africano, piuttosto fornirà assistenza finanziaria senza alcuna condizione di tipo politico in un atteggiamento che ricorda quello cinese.

La partita africana sembra dunque ormai essere entrata nel vivo, con i giocatori che fanno le proprie mosse ognuno seguendo un diverso approccio, mantenendo un occhio sull’obiettivo e l’altro sugli avversari. C’è da augurarsi che i delicati equilibri non subiscano alterazione e ci si domanda se l’Africa sia davvero un soggetto attivo o soltanto l’oggetto della competizione.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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