Al giorno d’oggi ormai diamo per scontato il diritto alla libera circolazione fra i Paesi dell’Unione Europea, che è divenuto in pochi anni un elemento di notevole semplificazione sia dei trasporti per sé, sia dei loro costi. Tuttavia, a causa dell’emergenza migranti degli ultimi anni, i politici europei si trovano a dibattere se sia ancora il caso di mantenere in piedi un sistema che ha permesso, in appena 30 anni, la mobilità di oltre 100 milioni di persone.

Per meglio comprendere la portata che avrebbe una simile decisione, occorre però rivedere le tappe che hanno portato all’introduzione dell’Area Schengen, come questo trattato sia divenuto parte integrante del corpus giuridico dell’Unione, e di conseguenza della vita di coloro che vivono e/o transitano nei suoi territori.

Il 14 Giugno 1985, Benelux, Francia e Germania Ovest sottoscrivono un documento noto come Accordo di Schengen (dal nome della località in cui fu firmato) che prevede la graduale abolizione di barriere doganali e dei controlli a merci e persone alle frontiere comuni, con l’obbiettivo di stabilire un regime di libera circolazione che riguardasse non solo i cittadini dei cinque Paesi firmatari, ma anche quelli provenienti da altri Stati della Comunità Europea o da Paesi terzi.

Nel 1990, i cinque Stati ratificano un nuovo documento, la Convenzione di Schengen, la quale stabilisce le norme, le condizioni e le garanzie attuabili per la corretta entrata in vigore dell’Accordo di libera circolazione; si apre agli altri Stati Europei la possibilità di aderire al trattato, come farà l’Italia nel Novembre dello stesso anno.

Per l’entrata in vigore del Trattato di Schengen si dovranno attendere altri cinque anni: quindi a una decade dalla firma, il trattato acquista finalmente validità giuridica; inizialmente l’area in cui è assicurata la libera circolazione comprende Benelux, Francia, Germania, Spagna e Portogallo.

Ma è solo il 2 Ottobre 1997, che si ebbe l’Adozione dell’Acquis di Schengen nel quadro normativo dell’UE: in aggiunta al Trattato di Amsterdam, che riformò le istituzioni europee per agevolare l’allargamento della Comunità, si integrò il Trattato di libera circolazione, come procedura di “cooperazione rafforzata”, che entrò in vigore due anni più tardi per quei Paesi dell’UE che ancora non ne facevano parte.

Nei primi anni Duemila ratificarono il trattato anche i Paesi scandinavi e quelli dell’Europa Centro-Orientale, portando a 26 il numero dei Paesi membri, mentre ancora sono in corso i preparativi per l’adozione in Bulgaria, Romania e Croazia.

La questione della libera circolazione non ha mai mancato si sollevare reazioni palesemente contrastanti: bisogna notare infatti che, se da un lato, dell’Area Schengen sono entrati a far parte anche Paesi non membri dell’Unione Europea, come Svizzera, Islanda, Norvegia e Liechtenstein, dall’altro vi sono invece nazioni come Regno Unito e Irlanda che ne sono rimaste fuori pur accettandone alcune clausole, ovvero mantenendo delle riserve in settori specifici.

Ma in cosa consta effettivamente l’appartenenza all’Area Schengen? Quali possibilità offre?

Come riportato anche dal Portale Eurlex, per la Trasparenza delle norme dell’Unione, le azioni principali adottate nel quadro di Schengen prevedono: l’abolizione dei controlli sulle persone alle frontiere interne; un insieme di norme comuni da applicare alle persone che attraversano le frontiere esterne degli Stati membri UE; l’armonizzazione delle condizioni di ingresso e delle concessioni dei visti per i soggiorni brevi; il rafforzamento della cooperazione tra la polizia (compresi i diritti di osservazione e di inseguimento transfrontaliero); il rafforzamento della cooperazione giudiziaria mediante un sistema di estradizione più rapido e una migliore trasmissione dell’esecuzione delle sentenze penali; la creazione e lo sviluppo del sistema d’informazione Schengen (SIS).

In particolare, il sistema SIS è utile alla definizione ed identificazione di problematiche riguardanti le segnalazioni sui singoli individui o su determinati oggetti, e funge da “sentinella” a guardia della sicurezza all’interno dell’area. Essendo un elemento di cruciale importanza, subisce continui updates, tanto che si è passati dalla versione originale al SIS1+, e poi nel 2013 è entrato in funzione il sistema SIS II, che si avvale anche delle ultime innovazioni nel campo informatico e della biometria, ed è programmato per coordinare in tempo reale i database nazionali con quello comunitario, agendo congiuntamente all’EUROPOL.

Da questa piccola disamina parrebbe un sistema ideale, che nasce riflettendo gli ideali su cui si fonda l’Unione Europea, che prende forma grazie al clima pacifico dato dalla cooperazione fra Stati, e che prospera grazie all’influsso positivo che ha sul mercato comune. Tuttavia la realtà risulta essere molto più complessa, poiché il Trattato è stato concepito anche come mezzo di contenimento delle minacce esterne, e, data la situazione attuale, ciò non sembra essere un compito a cui si è dimostrato adatto.

Per tutelare la sicurezza nazionale, secondo le norme di Schengen i Paesi aderenti possono procedere a reintegrare i controlli alle frontiere interne per un lasso di tempo di 10 giorni, qualora si renda necessario per ragioni di “ordine pubblico o di sicurezza nazionale”.

Se il problema permane, i controlli, che sono comunque da considerare misure eccezionali e limitate nel tempo, possono essere mantenuti per periodi rinnovabili fino a 20 giorni e per un massimo di 2 mesi; inoltre, qualsiasi Stato che sospende temporaneamente Schengen, non può agire in modo totalmente indipendente, in quanto deve informare i vertici di Bruxelles e consentire il monitoraggio e i controlli da parte dell’UE.

In passato la sospensione del Trattato è stata invocata da alcuni Paesi per periodi brevi, nell’ambito circostanze eccezionali e specifici eventi, come ad esempio avvenuto in Francia nel 2000 in concomitanza con il Consiglio europeo tenutosi a Nizza dal 7 al 9 Dicembre, poi nel 2005 a seguito degli attentati di Londra, e dal 13 novembre 2015 al 26 febbraio 2016, a seguito degli Attentati del 13 novembre 2015 a Parigi.

Ed è proprio dalla data degli attentati francesi che alcuni Paesi dell’UE hanno deciso di applicare la norma che prevede la sospensione della libera circolazione, reintroducendo i controlli alle frontiere; in particolare, oltre alla già citata Francia, si tratta di Austria, Danimarca, Germania, Norvegia e Svezia, le quali hanno giustificato la decisione come azione volta a limitare l’immigrazione internazionale irregolare.

È innegabile che il 2015 ha visto un incremento dell’arrivo di migranti alle frontiere europee, quantificato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni in una stima di 432.000 persone, solo nei primi nove mesi dell’anno, una cifra raddoppiata rispetto all’anno precedente, e che è dovuta alla situazione di forte instabilità in Africa e Medio Oriente.

Il 70% dei migranti è sbarcato in Grecia, in fuga dai conflitti che infiammano Siria, Afghanistan ed Iraq, generando un flusso di rifugiati che può essere paragonato soltanto all’esodo causato dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo il problema dell’immigrazione in questi casi coinvolge più Paesi, poiché sempre più di sovente il Paese d’arrivo non è la destinazione finale del migrante. La maggioranza di loro infatti si sposta verso i Paesi dell’Europa centrale: è stato calcolato dal Ministero dell’Interno tedesco che la sola Germania dovrà far fronte a ben un milione di richieste di asilo nei prossimi anni.

Per far fronte a quella che è una vera e propria emergenza sono state stabilite dall’UE delle quote di accoglienza per ogni Paese, in base a parametri standard quali il PIL, la popolazione residente, la percentuale di disoccupazione e il numero dei rifugiati già ospiti: in base a questa ripartizione ai primi posti troviamo Germania, Francia ed Italia,con la differenza però che il nostro Paese ha già raggiunto un numero di rifugiati pari alla sua quota, e dunque non ne accoglierà altri,e per agevolare gli Stati, l’UE ha elargito fondi pari a 2,4 Miliardi di Euro, di cui oltre 560 milioni solo all’Italia.

Il problema fondamentale dato dalle recenti sospensioni della libera circolazione però, non è determinato dalla volontà di salvaguardare gli interessi nazionali da parte degli Stati che l’hanno richiesto, bensì è da ricercare nel pericolo che la situazione diventi permanente, poiché essi hanno ipotizzato una modifica ai termini del Trattato, che renda il periodo di sospensione allungabile fino a 2 anni, ed addirittura la Svezia si accinge ad espellere 80.000 migranti dal proprio territorio.

Appare chiaro che in un tale scenario l’Europa, che già appare provata, non riuscirebbe a gestire flussi migratori così ingenti, e si verrebbero a formare delle divisioni fra Europa del Nord (con le frontiere chiuse) ed Europa dell’Est (con i Paesi che ancora non sono nell’Area Schengen), che escluderebbero pericolosamente i Paesi dell’Europa del Sud, che si ritroverebbero soli ad affrontare le richieste di assistenza ed asilo, e che alle richieste di allungamento dei termini si oppongono strenuamente.

In realtà questa prospettiva non andrebbe solo ad avere conseguenze per coloro che in Europa arrivano, ma anche per chi già ci vive: come affermato dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schultz: «Gli effetti della fine di Schengen sarebbero catastrofici per l’Unione, portando a danni economici massicci, una minaccia per la crescita e per i posti di lavoro».

Il rischio reale è dato dal ritorno dei controlli doganali anche per le merci, cosa che produrrebbe non solo rallentamenti nelle spedizioni ed incolonnamenti stradali, ma proprio grazie a questi ultimi, anche un conseguente incremento del dispendio di denaro per il carburante.

Ovviamente i tempi si allungherebbero clamorosamente anche per i voli internazionali sul continente, che prevederebbero controlli ben più approfonditi di quelli a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, e che probabilmente avrebbero dei riscontri nell’innalzamento delle tariffe dei biglietti anche per le compagnie low-cost, a cui occorrerebbero più fondi per fronteggiare queste nuove spese, generando però un calo del turismo, settore portante dell’economia dell’UE.

Si possono peraltro facilmente prevedere maggiori difficoltà per quanto riguarda i lavoratori che vogliono stabilirsi all’estero, i quali dovrebbero sicuramente sottoporsi ad un nuovo iter burocratico, quanto mai tortuoso; lo stesso discorso vale anche per i programmi di scambio studenteschi gestiti dall’UE, quali l’ERASMUS, che solo nel 2014 ha consentito la mobilità a 650.000 Europei.

Non resta che attendere la decisione sulla discussione che nei prossimi giorni si terrà in seno al Consiglio dei Ministri dell’Interno ad Amsterdam, ed in cui si tenterà di mediare fra la linea dura proposta dai Paesi del Nord Europa, e la richiesta di flessibilità e sostegno dei Paesi mediterranei, che, nel timore di dover provvedere da soli ai rifugiati, già si affannano a cercare soluzioni “alternative”.

Come sottolineato dal viceministro dell’Interno Filippo Bubbico: «Noi stiamo facendo la nostra parte, e per questo ci auguriamo che non prevalgano gli egoismi nazionali. Se dovesse cadere il trattato di Schengen saremmo costretti a rivolgerci all’Onu visto che noi abbiamo la responsabilità della difesa del Mediterraneo. Importante è trovare un’intesa su tutti i punti in discussione, tenendo conto che anche sugli hotspot abbiamo rispettato tutte le richieste».

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