Le differenze nella tassazione dei profitti nell’Unione Europea: un’analisi tra vinti e vincitori

La Comunità Europea è formata da tanti stati, alcuni molto piccoli, altri modestamente grandi. Ognuno con una propria storia, una propria identità ed usi e costumi peculiari. Ma tutti gli stati che la compongono sono uniti da un filo comune, che rappresenta l’insieme dei valori che caratterizzano l’Unione Europea. Ogni stato ha pertanto caratteristiche economiche uniche. Accompagnate da un diverso livello industriale, frutto ovviamente della storia di quel territorio e delle risorse che esso offre ai propri abitanti. Per non parlare dei diversi livelli di specializzazione nella produzione di cui ogni stato gode. L’eterogeneità che emerge al livello economico è accompagnata dall’unicità di ogni ordinamento giuridico, che molte volte, può causare distorsioni tra i paesi comunitari. Determinante norme vigenti in un paese possono infatti causare una posizione di vantaggio dello stesso nei confronti degli altri stati. 

Media4tech di Claudio Palazzi

Il cuore del problema

Una delle cause delle distorsioni esistenti tra stati dell’Unione Europea è certamente la tassazione. Determinati paesi della Comunità Europea, accomunati per lo più dalle dimensioni ridotte, attuano infatti politiche fiscali aggressive. Che vanno a danneggiare gli altri paesi. E’ propria la caratteristica legata alle dimensioni contenute che le agevola, in un mercato comune, nell’attirare molti investimenti.

L’attrazione è dovuta alla tassazione favorevole, che permette a questi stati di perdere poco gettito fiscale rispetto a quanto ne guadagnano. Proprio attraverso l’attuazione di politiche fiscali che come già detto risultano aggressive. Sembra quindi opportuna l’introduzione di un pacchetto di misure che vadano a rendere maggiormente omogenea la normativa fiscale. Affinché l’allocazione delle risorse all’interno del mercato comune non risulti distorta e il mercato stesso possa funzionare in maniera efficiente.

L’approccio della Commissione Europea

La Commissione Europea classifica questi paesi come “ fiscalmente aggressivi”. Senza però che questa denominazione determini delle conseguenze. Vi sono invece penalizzazioni tangibili per i paesi “ non cooperativi a fini fiscali”, anche noti come paradisi fiscali.

Parliamo di otto paesi che non fanno parte dell’Unione Europea, e sono: Figi, Samoa, Samoa Americane, Isole Vergini, Trinidad e Tobago, Vanuatu, Oman e Guam. I criteri che ne determinano la denominazione di paradisi fiscali sono 3. Il livello di trasparenza fiscale, equa imposizione e l’aliquota dell’imposta sulle società pari a zero.

Non è necessario discutere se la concorrenza fiscale tra stati dell’Unione Europea sia giusta oppure no. Bisogna invece che sia trasparente e che dietro di essa non si celino aiuti di stato. Sarebbe opportuno agire sulla base imponibile del reddito, tentando la sua definitiva armonizzazione. Mentre la Comunità Europea ha già effettuato l’armonizzazione fiscale sui consumi e sulla raccolta di capitali. La commissione Europea tenta da quasi un decennio di trovare una soluzione, ma purtroppo la questione è estremamente tecnica e complessa. Entrando nel merito ciò che manca è un’armonizzazione delle aliquote, della base imponibile e dei regimi speciali derivanti da accordi amministrativi.

Gli effetti dei diversi livelli di tassazione dei profitti 

Tornando ai paesi dichiarati “ fiscalmente aggressivi “ dalla Commissione Europea, questi sono : Olanda, Cipro, Malta, Ungheria, Lussemburgo e Irlanda. Tali paesi concedono alle società vari tipi di benefici. Ad esempio l’Italia utilizza un’aliquota nel tassare le società del 28 %, mentre l’Ungheria del 9 %. Per non parlare dei trattamenti specifici che si possono concordare tra stati e società (tax ruling).

Attraverso i quali generalmente le multinazionali concordano che tipo di trattamento fiscale ricevere per un certo periodo. Questi tax ruling sono finiti molte volte nell’occhio del ciclone. Famosi sono stati infatti i casi di Starbucks, FCA, Amazon ed Apple. Tutte società finite sotto indagine da parte della Commissione Europea. Molto grave è stato il caso della Apple, alla quale l’Irlanda ha fatto pagare solo lo 0,005 per cento degli utili registrati nel 2014. In molti casi infatti i paesi dichiarano una determinata aliquota che poi sistematicamente varia al momento dell’applicazione. Questi paesi riescono a bypassare la norma attraverso deduzioni e detrazione, oltre che al già citato tax ruling

Tax ruling e transfer pricing

Ciò che accade è che molti paesi vanno quasi ad azzerare l’aliquota in svariati casi. Pertanto le multinazionali spostano i profitti nei paesi con una tassazione più bassa, servendosi in molti casi anche del transfer pricing. Tale tecnica si attua attraverso operazioni all’interno dello stesso gruppo societario. Ovviamente le società saranno inclini a spostare i profitti nei paesi aventi una tassazione più bassa. Ciò che emerge è quindi l’utilizzo di pratiche di elusione fiscale da parte di queste aziende. Il panorama delineato è quello di una presenza simultanea di politiche fiscali disomogenee e pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali. Il tutto determina gravi perdite di basi imponibili in molti paesi Europei.

La strada verso l’armonizzazione della base imponibile

Nel 2019 è entrata in vigore la direttiva contro l’elusione per tutte le tasse, incluse quelle sui redditi. La finalità è quella del raggiungimento dell’armonizzazione della base imponibile per la tassazione delle società, aumentando il coordinamento a livello Europeo. Ovviamente esiste un ampio dibattito tra gli economisti circa il livello di tassazione da utilizzare. Vari economisti sostengono che una tassazione ridotta possa spronare gli stati ad effettuare una spesa pubblica ridotta. Ciò che pare evidente però è che perseguire l’armonizzazione della tassazione per le società significa favorire l’allocazione di capitali per motivazioni di natura economica. Infatti in molti casi il paese in cui si concentrano gli investimenti è scelto a causa di distorsioni di natura fiscale.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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