THE HANDMAID’S TALE: LA REALTA’ IGNORATA

Quando una donna si sveglia la mattina sa che dovrà avere più coraggio di un uomo. Una donna sa che dovrà affrontare approcci non voluti, sguardi non cercati, commenti sulla sua apparenza, critiche sul suo modo di comportarsi, sul suo lavoro, sulle sue scelte di vita. Una donna sa che lavorerà come un uomo ma non verrà mai ricompensata alla pari; che dovrà dimostrare di essere forte il doppio di un uomo per raggiungere i suoi obiettivi; che non è brava abbastanza se non è bella abbastanza; che qualcun altro deciderà per lei su cosa fare del proprio corpo.

Non sono serviti a nulla anni di dimostrazioni, di parole, di esperienze per far capire tutto questo. Poi qualcuno ha pensato di utilizzare un nuovo metodo. Negli ultimi anni si è diffuso l’interesse per il mondo delle serie tv, e allora perché non provare ad usarle per far passare un messaggio agli spettatori? Da quest’idea nasce una delle più acclamate serie degli ultimi 5 anni: The Handmaid’s Tale.

UN APPROCCIO ALTERNATIVO

Visto che raccontare storie vere o presentare documentari sui temi legati a ciò che comporta essere donna non hanno creato un impatto soddisfacente, The Handmaid’s Tale prova una strada diversa. Un colpo di stato. Il capovolgimento della normalità. La nascita di un mondo distopico che riflette con spaventosa verità la realtà nascosta ai nostri occhi.

La protagonista June Osborne è un’ancella, una delle tante categorie in cui le donne vengono suddivise in questa nuova società. Il ruolo delle ancelle è quello di procreare. Loro sono le uniche donne fertili rimaste e soprattutto l’unica possibilità per garantire la continuazione dell’umanità. Vengono “adottate” da varie famiglie con l’obiettivo di dar loro almeno un figlio. Le altre donne, infatti, chiamate “le Mogli” e “le Marta” sono sterili e perciò si occupano unicamente delle faccende domestiche. Le Mogli sono le compagne degli uomini, i soli che possono lavorare e ricoprire i ruoli più alti nella società. Solitamente gli uomini che possono permettersi di avere un’ancella in casa sono i più importanti, come il comandante Fred Waterford nel caso di June.

Le ancelle sono talmente prive di qualsiasi identità personale al punto che il loro nome originario si tramuta in un appellativo che sancisce la loro appartenenza all’uomo che le ha letteralmente schiavizzate. Infatti la protagonista viene chiamata “Offred”, in italiano “Difred”, cioè di proprietà di Fred Waterford. Naturalmente Difred, così come tutte le altre donne sottoposte alla sua stessa condizione, è consapevole di vivere un incubo a cui non sa come ribellarsi. Ogni mese subisce uno stupro da parte del padrone di casa e alla presenza della Moglie. Viene definito come un rituale a cui tutte le ancelle sono educate prima di entrare in una casa. Ad un certo punto della serie una frase definisce perfettamente la visione di quella comunità nei confronti delle donne: ”Siamo uteri che camminano”. Oltre a questo si aggiunge il fatto che nessuna di loro ha la possibilità di assumere un atteggiamento che possa esprimere indipendenza: sguardo basso, testa fasciata da una cuffia che non permette di guardare nulla, vestito lungo che non lascia intravedere alcun tratto del corpo.

Il giorno si può fare la spesa, sempre accompagnate e mai da sole; la notte non si deve mai uscire di casa. La vita di un’ancella si svolge in questa maniera e qualsiasi tentativo di ribellione viene troncato sul nascere, con violenza e senza processi. E se tutto questo non fosse abbastanza, ogni azione, ogni comportamento viene svolto sulla base di precetti religiosi interpretati in maniera distorta, in modo da risultare sempre sfavorevoli per una donna.

Tra le varie scene che spiegano il funzionamento di questo mondo distopico, spesso compaiono dei flashback della vita precedente alla condizione attuale. E’ incredibile come questo alternarsi dei pensieri faccia percepire con forza inaudita la sofferenza che i personaggi vivono, in quanto consapevoli di non avere più la libertà né la speranza di un futuro migliore. Si ha letteralmente la percezione delle emozioni di ognuno, ci si sente immersi nel loro mondo e si prova una rabbia immensa come se lo spettatore fosse personalmente coinvolto. Ad un certo punto della storia qualcosa improvvisamente cambia. Un’altra ancella soprannominata Diglen, solita accompagnare Difred durante le sue compere quotidiane, rivela l’esistenza di qualcosa che potrebbe salvarle. Da quel momento in poi nulla sarà più lo stesso. L’unica cosa che resterà immutata sarà la rabbia per una vita decisa da qualcun altro.

LA REALTA’ DIETRO LA FINZIONE

The Handmaid’s Tale è considerata una serie fortemente innovativa, si potrebbe anche dire che abbia un carattere di protesta. La figura delle ancelle è stata spesso utilizzata come simbolo durante svariate manifestazioni femministe e non si può negare che la forza della vicenda raccontata sia orientata proprio ad influenzare la coscienza di chi guarda. Ma quali sono esattamente i simboli che rimandano alla realtà? Si potrebbe cominciare sottolineando la questione del nome che viene assunto dalle ancelle. Loro non sono più persone, sono solo una proprietà.

Questo fa pensare a come molto spesso le donne vengano considerate come un oggetto che appartiene ad un uomo. Non sono più “June”, diventano solo “Difred” o “di qualsiasi altro uomo accetti di averle per sé”. Si potrebbe perfino fare riferimento all’usanza consolidata nel tempo che porta la moglie ad assumere il cognome del marito. Attualmente si tratta solo di una scelta da parte della donna ma resta pur sempre una possibilità che nega la propria identità di persona e si assoggetta alle condizioni di una vecchia società patriarcale. Invece se guardassimo all’abitudine delle ancelle di muoversi sempre almeno in coppia, noteremmo certamente delle analogie con ciò che accade a qualsiasi ragazza nel mondo. “E’ pericoloso per una ragazza uscire da sola” è una frase che viene detta perfino alle bambine. E non c’è niente di più vero e di più desolante.

Se si domandasse a qualsiasi donna se si sia sempre sentita al sicuro e mai a disagio uscendo da sola, anche di giorno, sicuramente non ne esisterebbe una in grado di rispondere in maniera affermativa. A questo si ricollega anche il simbolismo nascosto dietro l’abbigliamento delle ancelle. La loro cuffia, disposta intorno al volto, impedisce di vedere e di essere vista. Il vestito largo per nascondersi il più possibile. Proprio così come ci si aspetta da una donna, che per non causare attrazione in un uomo deve mantenere lo sguardo basso e non mostrare il suo fisico. Perché tutto questo? Le donne a volte sembrano non essere persone, ma solo corpi sessualizzati fino all’esasperazione. La cosa peggiore è che la sessualità viene percepita solo come un piacere orientato alla soddisfazione dell’uomo che si sente come in diritto di pretendere l’attenzione di una donna.

Se questa non dovesse venire concessa allora è la parte femminile a sbagliare. In Handmaid’s Tale, la protagonista viene accusata di non essere in grado di dare un figlio alla famiglia e per questo viene punita. Le viene persino detto che, forse, non è abbastanza attraente per il suo padrone e viene costretta a lavarsi e profumarsi profondamente prima di ogni rituale. Tutto questo non per lei, ma solo per Waterford. Naturalmente non si può non parlare della simbologia dietro il già citato rituale. Si tratta di veri e propri stupri. In questo caso ci sarebbe molto da dire e al contempo qualsiasi parola non sarebbe sufficiente per descrivere la brutalità e l’impatto che un crimine di tale portata comporta su una persona. Sono infinite le testimonianze di chi è stato vittima di tali violenze e spesso, così come accade nella serie, queste avvengono tra le mura di casa. Inoltre l’idea di utilizzare queste donne come degli strumenti per ripopolare il mondo sembra rimandare alle diverse prospettive in relazione al tema dell’aborto.

La società dipinta dalla serie non si cura della salute fisica e psicologica delle ancelle ma dà peso solo alla vita che portano in grembo. Purtroppo questo è un parallelismo con la realtà in quanto la maggior parte dei Paesi non ha mai votato a favore del diritto ad abortire o al massimo è stato concesso con misure molto restrittive. Per di più la maggior parte dei medici risulta essere obiettore di coscienza. Per di più chi continua a prendere decisioni è sempre un uomo. Ancora una volta la prospettiva assunta va a scapito delle donne.

Ovviamente il ruolo dell’uomo è ben chiaro nella serie, ed è anche ben chiaro nella realtà così come sottolineato fino ad ora: non esiste società in cui essere uomo non sia un privilegio. Questa posizione è accentuata anche dal ruolo dominante della religione. In apparenza la sua influenza può sembrare marginale ma il modo di pensare di gran parte della società è modellato anche dai precetti religiosi. Le figure femminili incluse, per esempio, nella Bibbia, non sono altro che madri, mogli, custodi della casa e sempre e solo accondiscendenti, mai ribelli. La religione nella serie permea fino ad infettare la legge e viene usata come diversivo per formulare giudizi durante i processi i quali, altrimenti, non avrebbero nessuna base logica. Tutto ciò che si discosta dallo standard è equivalente a “peccato”. D’altronde, è solo colpa di Eva se non esiste più un paradiso terrestre.

LA RABBIA

Guardare The Handmaid’s Tale non è un’esperienza facile. Indubbiamente la storia è originale, la sceneggiatura è meravigliosa e gli attori sono degli interpreti perfetti. La difficoltà si ritrova nel riuscire a seguirla senza sentirsi impotenti e sopraffatti dalla rabbia. Nel momento in cui i ricordi dei personaggi ci appaiono agli occhi ci rendiamo conto che questi corrispondono perfettamente alla realtà così come la percepiamo ogni giorno. Tuttavia, il mondo distopico è la proiezione esatta del lato della società che continuiamo ad ignorare.

Fa così male perché è proprio ciò che le donne provano e non sanno più come comunicarlo. Vengono zittite e vengono messe le une contro le altre. I movimenti femministi, le Women’s March e i sacrifici di milioni di attiviste vengono riassunti con ignoranza da frasi come “il femminismo è inutile”. Tutte le richieste legate alla difficoltà di essere donna sono considerate con leggerezza non solo dalla società nel suo complesso ma perfino dalle autorità. La parola di una donna che subisce violenza e discriminazione non è sufficiente per far scattare l’allarme. Non è più sostenibile una vita vissuta in questa maniera.

Non si tratta di pretese, si tratta di riconoscere dei diritti fondamentali in quanto esseri umani. Nessuno dovrebbe sentirsi costantemente in pericolo per la colpa di essere nata donna.  Proprio per questo una serie tv non può cambiare il mondo, può magari provare a far cambiare prospettiva. E la rabbia che viene fuori, il senso di ingiustizia che pervade chi guarda, non deve rimanere chiuso all’interno di uno schermo. Comprendere porta le persone ad agire e questo è quel che serve in questo momento. Per fare in modo che una donna, la mattina, si possa svegliare e sapere che non dovrà più avere paura.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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