Crisi di governo: come ci siamo arrivati e dove stiamo andando

Da settimane, tutti i principali organi d’informazione in Italia si occupano della più bizzarra crisi di governo che l’Italia Repubblicana abbia mai visto. In effetti, gli eventi che si sono messi in moto a cominciare dall’8 Agosto, data in cui è cominciata la crisi, hanno dell’incredibile.

Diciassette mesi di compromessi

Ma ripercorriamo un attimo il cammino che ci ha portato fino a qui. Già diverse settimane fa, Matteo Salvini, dalla Conferenza dei Ministri dell’Interno, avrebbe dichiarato che “il governo va avanti solo se fa cose, altrimenti è inutile”. I problemi erano diversi: innanzitutto, c’era la questione del “Russiagate”, cioè sostanzialmente un accordo siglato tra esponenti della Lega per 65 milioni di dollari, tra l’ormai famigerato Savoini e alcuni interlocutori russi. Tale informazioni erano state divulgate sotto forma di audio dal sito web Buzzfeed. Fatto sta che al momento c’è un’inchiesta giudiziaria aperta dalla magistratura per corruzione internazionale.

A minare i rapporti tra i due partner di governo c’era anche un altro caso di presunta corruzione: quello Arata-Siri. Alcune intercettazioni, infatti, avevano fatto emergere la spasmodica ricerca, da parte di Paolo Arata, imprenditore ed ex consigliere per l’energia della Lega, di un ruolo nel Governo per Armando Siri, in modo tale da favorire i suoi interessi. Siri era poi stato nominato sottosegretario alle Infrastrutture del governo gialloverde. Com’è naturale, la situazione ha inasprito gli attriti tra i due partiti, con il Movimento che ha addirittura chiesto le dimissioni di Siri e gli ha rivolto quattro domande per chiedergli di chiarire i suoi rapporti con Arata e spiegare meglio la sua versione dei fatti. Nel frattempo, Arata si trova nel carcere di Regina Coeli, mentre Armando Siri è al momento indagato dalla procura di Roma.

Fonte di tensione è anche l’Unione Europea, almeno dall’elezione di Ursula von Der Leyen alla Commissione. A votarla è stato quasi tutto il parlamento, compreso il Movimento 5 Stelle, suscitando le ire del suo alleato di governo. Secondo Di Maio, c’era un patto con la Lega per votare Von Der Leyen in cambio di un commissario europeo, ma la Lega si sarebbe poi tirata indietro.

Ulteriori motivi di dissidio venivano anche dal fronte TAV. Una parte rilevante del Movimento 5 Stelle ha sempre mostrato opposizione a tale opera, al contrario della Lega Nord, decisamente a favore. Tre settimane fa, a Palazzo Madama, il Senato aveva approvato le mozioni a favore dell’opera, respingendo quella contraria presentata dal Movimento. In quella sede, il governo era apparso decisamente spaccato nelle due anime che lo compongono: da un lato il Movimento 5 Stelle con i voti di 110 senatori e dall’altro la Lega, questa volta appoggiata dal Partito Democratico, da Forza Italia e da Fratelli d’Italia. In quell’occasione, Zingaretti parlò di crisi, sostenendo che Conte dovesse andare a riferire dello stallo che si era creato.  

Ma forse l’aspetto che più di tutti ha diviso i due alleati di governo è stato quello dell’autonomia regionale. Secondo il Movimento, le modalità con le quali sarebbe stata introdotta tale autonomia avrebbe messo a dura prova l’unità nazionale. Il vicepremier Di Maio, in quell’occasione avrebbe dichiarato che “Un bambino non sceglie in quale regione nascere, non è giusto che si dica che siccome una regione ha più soldi quei bambini che nascono lì hanno più diritto all’istruzione di altri bambini che nascono in una regione con meno soldi. I bambini non c’entrano niente, dobbiamo garantire l’unità della scuola come l’unità nazionale. L’autonomia si deve fare, ma non si deve fare male”. L’autonomia prevista dalla Lega avrebbe quindi potuto allargare ed aggravare il divario regionale, cosa assolutamente avversa alla base elettorale dei 5 Stelle, che proviene in buona parte dal Sud Italia.

Uno dei punti più a cuore ai 5 stelle era quello riguardante l’assunzione degli insegnanti, che doveva rimanere a base nazionale, per evitare una “regionalizzazione” dell’istruzione che avrebbe comportato un ulteriore aumento delle diseguaglianze. Sebbene, su questo fronte i 5 Stelle l’abbiano spuntata, rimangono ancora punti molto importanti per quanto riguarda il capitolo finanziario, dove il Movimento vuole evitare che le Regioni meridionali perdano quote importanti di gettito a scapito di quelle del Nord. 

La fine del Governo e il dibattito in parlamento

Questi e anche altri sono stati i nodi che sono venuti al pettine nei giorni scorsi, quando il vicepremier e Ministro dell’Interno ha deciso di staccare definitivamente la spina al governo, allo scopo di capitalizzare il consenso di cui il suo partito gode, secondo i sondaggi, da diverse settimane.

Con un comunicato stampa, l’8 Agosto 2019, il leader della Lega ha fatto sapere che riteneva inutile continuare l’esperienza di governo in presenza di tali divergenze. Subito, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha fatto sapere che avrebbe portato la questione in Parlamento, invece che dimettersi seduta stante. Anche Luigi Di Maio ha colto l’occasione di una riapertura delle Camere allo scopo di proporre la riduzione del numero di parlamentari.

Così, il giorno seguente, la Lega ha presentato una mozione di sfiducia. Il lunedì seguente è stato stabilito invece il giorno della relazione di Conte davanti al Senato. Durante la relazione, si sono susseguiti attacchi e accuse da tutte le forze politiche. Da una parte, Conte ha attaccato Salvini e ne ha denunciato l’opportunismo politico; dall’altra, il leader della Lega sostiene l’esistenza di un accordo tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico alle sue spalle.

La sera seguente, Mattarella, con un discorso piuttosto conciso, ha spiegato l’esigenza di formare un governo in tempi brevi a causa della difficile congiuntura politico-economica internazionale, non escludendo tuttavia un ritorno alle urne in caso di difficoltà nella formazione del nuovo esecutivo.

Le prossime consultazioni, ha dichiarato il Presidente, avverranno martedì prossimo. Ciò significa che proprio in questi giorni le forze politiche stanno cercando di sondare il terreno e trovare punti in comune sui quali poter governare.

Quali sono i possibili scenari?

Uno dei possibili scenari è quello della formazione di un governo formato dal M5S e dal Partito Democratico. Uno dei promotori più influenti di questa soluzione sarebbe proprio l’ex premier Romano Prodi. L’ex premier ha parlato di una “Coalizione Ursula”,  formata dai partiti che hanno votato la candidata alla Commissione. Ad unire questi diversissimi attori sarebbe proprio una certa lealtà alle istituzioni europee, in contrapposizione all’euroscetticismo della Lega Nord.

Secondo Berlusconi tuttavia, è necessario un ritorno alle urne, per dare al paese un governo forte del sostegno popolare. Alcuni nomi in vista di questo scenario sono già stati proposti. Per Berlusconi, il ruolo di Forza Italia è fondamentale e Salvini deve imparare a riconoscerlo. Con una dichiarazione rilasciata ieri sera, il Cav si è espresso decisamente contro un possibile accordo tra PD e 5 Stelle definendo le idee sulle quali questo poggerebbe come le idee della più vecchia sinistra pauperista, statalista e assistenziale”.

Anche Giorgia Meloni rimane di quest’opinione, sostenendo fortemente le elezioni anticipate. Il suo partito ha anche lanciato una petizione dal nome “Elezioni Subito” per “ridare la parola agli italiani”.

Da parte del Movimento 5 Stelle, al momento, la posizione prevalente è quella di un governo Conte bis, come anticipato con un post dallo stesso Beppe Grillo. Proprio su questo, al momento, si sta scontrando col Partito Democratico. Zingaretti, infatti, ha sostenuto la necessità di una “discontinuità” col governo precedente. 

Inoltre, il Segretario del PD ha anche affermato con forza la sua contrarietà alla politica dei “due forni”, cioè alla possibilità che il Movimento continui le sue trattative con la Lega. In realtà, sebbene alcuni esponenti abbiano smentito tale eventualità, non è un mistero che ad altri piacerebbe continuare a governare con la Lega.

Insomma, è difficile prevedere lo sviluppo della questione, almeno fino a quando Sergio Mattarella non chiarirà la situazione dopo le ultime consultazioni. Per il momento, i vari ostacoli che si frappongono alla formazione di un governo PD-5S, rendono improbabile la nascita di un nuovo esecutivo a breve. Ciò potrebbe convincere il Capo dello Stato ad indire nuove elezioni.

Edoardo Ragaglini

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