BoJack Horseman: un cavallo più umano che cavallo

ATTENZIONE: questo reportage contiene spoiler relativi a tutte e quattro le stagioni di BoJack Horseman.

Come lo è stata per moltissimi –se non tutti- coloro nati negli anni Ottanta e  Novanta, l’animazione è stata una parte fondamentale della mia infanzia. C’erano i “cartoni animati”, definizione con cui noi bambini, spesso troppo piccoli per distinguerli, etichettavamo sia le serie animate statunitensi che quelle giapponesi (queste ultime, in particolare, erano motivo di a volte accese discussioni nei pomeriggi a scuola, quando si parlava con i compagni di classe degli avvenimenti dell’ultima puntata). Tali “cartoni animati” erano motivo di gioia per noi e spesso di disperazione per i nostri genitori, che ci compravano carte, pupazzi a tema e tutti i tipi di merchandise possibili e che ci sopportavano mentre cantavamo a squarciagola le ormai immortali sigle o mentre tentavamo di imitare una mossa di combattimento del nostro eroe preferito usando un cuscino come vittima. C’erano poi i film Disney, amati anche da molti genitori, il cui arrivo nei cinema era un evento attesissimo e al quale seguiva l’ovvio acquisto della videocassetta, che veniva guardata fino allo sfinimento imparando a memoria canzoni e battute fino a conoscerle meglio delle tabelline. L’ho fatto anche io, consumando la videocassetta di Mulan e de Il principe d’Egitto e non perdendomi neanche una puntata di Pokémon, Lupin o Dragon Ball. Per molti della mia età, me compresa, l’animazione è tuttora una passione, sotto forma di anime (quelli che per i noi bambini erano “i cartoni giapponesi”) o di serie animate statunitensi moderne, come Adventure Time, oltre che di film Disney o di altri studi, come la Pixar e lo Studio Ghibli.

Fatta questa introduzione, parliamo di BoJack Horseman, serie originale Netflix iniziata ad ottobre 2015, creata da Raphael Bob-Waksberg e disegnata dalla fumettista Lisa Hanawalt.

Quando mi imbattei in questa serie, il primo impatto fu di forte scetticismo. L’idea di una serie in cui normali esseri umani convivono con animali antropomorfi dall’intelligenza in tutto e per tutto umana mi sembrava abbastanza ridicola, pur avendo io visto e conosciuto la mia piccola fetta di serie animate strane. E lo stile di disegno, con quei personaggi che sembravano colorati con i pennarelli, non mi piaceva. Eppure se ne parlava fin troppo bene su Internet. Ho sempre pensato che se una qualunque opera viene coperta di elogi su Internet è un’opera o davvero bella o estremamente stupida. Decisi quindi, una sera, di dare una possibilità a BoJack Horseman e feci partire la prima puntata. E ammetto che questa serie è stata per me un’esperienza folgorante.

Iniziamo dal protagonista, ovvero BoJack Horseman, cavallo antropomorfo cinquantenne, ex star delle sit-com degli anni Novanta Horsin’ Around. BoJack è un personaggio tanto complesso ma anche definibile con una sola parola: contraddizione. BoJack denigra Horsin’ Around ma vive nel lusso grazie alla rendita che quello show gli dà e ne guarda di continuo le puntate per sfogare la nostalgia per il suo momento di gloria ormai finito. BoJack insulta i registi perché non riconoscerebbero il suo presunto talento da attore e non lo ingaggiano ma quando Princess Carolyn, la sua agente, gli procura un ruolo non lo ritiene mai degno della sua bravura e puntualmente lo rifiuta o abbandona il set dopo aver litigato con il regista. BoJack è egoista, egocentrico, ha problemi di alcolismo e tossicodipendenza. BoJack è autodistruttivo e spesso trascina chi gli è accanto nella propria spirale di distruzione, salvo poi arrabbiarsi se quelle stesse persone si allontanano da lui per salvarsi. BoJack è cinico, nulla è importante per lui, nemmeno i rapporti umani da lui tanto cercati, che vengono puntualmente rovinati dai suoi atteggiamenti. L’esempio migliore è quello della triste vicenda di Herb Kazzaz, sceneggiatore di Horsin’ Around e caro amico di BoJack. Herb venne licenziato dal network e BoJack non solo non fece nulla per impedirlo ma gli voltò le spalle non chiamandolo e non facendogli visita per decenni, per poi presentarsi ad Herb, malato di cancro e in punto di morte, chiedendogli scusa solo per placare il proprio rimorso. BoJack è cronicamente depresso, nato in una famiglia ricca e disfunzionale con genitori di fatto separati in casa, figlio indesiderato di una madre che lo sminuiva e lo insultava di continuo e di un padre distante che gli parlava solo per sminuirlo anch’egli. BoJack odia sua madre (a sua volta nata in una famiglia disfunzionale), ne parla continuamente male (anche al di lei funerale) ma le somiglia molto più di quanto possa immaginare. BoJack sembra odiare tutti, ma soprattutto odia se stesso.

Eppure, cosa che non avrei mai pensato di fare, ho riso alle battute ciniche di BoJack. Ho gioito dei suoi successi, come quando nella terza stagione ottiene di poter interpretare in un film Secretariat, il corridore eroe della sua infanzia. Ho tifato internamente per lui nei suoi momenti bui, ho provato rabbia e dispiacere quando lo vedevo trattare male il suo coinquilino Todd, probabilmente l’unico personaggio davvero positivo della serie. E’ nota la capacità di empatia che suscitano negli spettatori gli antieroi, ma non avevo mai visto un protagonista spinto così tanto al limite. L’ho odiato e l’ho amato contemporaneamente. A molti è successo e succede, in un momento di crisi profonda, di pensare cose orribili di se stessi e di credere che forse i nostri cari starebbero meglio senza di noi. A BoJack accade in particolare nella sesta puntata della quarta stagione, in un memorabile e doloroso monologo interiore in cui si insulta ripetutamente. E’ questa la corda che va a toccare BoJack Horseman, la corda più sensibile, quella che fa più male: la corda dell’odio per noi stessi, la corda dei momenti in cui pensiamo solo a noi e non pensiamo al prossimo, la corda del rimorso e dei rapporti umani perduti che non torneranno mai. Emblematica in questo senso è la frase che scrive BoJack alla regista Kelsey Jannings e che lei non leggerà mai, “Kelsey, in questo mondo terrificante ci restano solo i legami che creiamo”, testimonianza al tempo stesso dell’importanza che hanno per BoJack tali legami e della sua incapacità di costruirli e mantenerli.

Ma BoJack Horseman non è solo BoJack. Attorno a lui ruota un cast di personaggi, anche loro infelici a vari livelli. Abbiamo ad esempio Mister Peanutbutter, labrador ex star di una sit-com rivale di Horsin’ Around. Peanutbutter sembra essere l’esatto opposto di BoJack: è brillante, spiritoso, sempre sorridente, pieno di entusiasmo per ogni cosa, per lui tutto è bello e tutti sono simpatici (non credo sia un caso che sia stato scelto proprio il labrador, razza canina notoriamente docile, allegra ed amichevole); Mister Peanutbutter, nonostante BoJack esprima a gran voce e più volte la forte antipatia che prova nei suoi confronti, si comporta con lui come se fossero amici da una vita. Ed è qui la trappola del personaggio: Mister Peanutbutter non ascolta. Ogni volta che inizia una conversazione con qualcuno la tronca di colpo per andare a parlare con qualcun altro, dà per scontato che agli piacciano le stesse cose che piacciono a lui (come accade quando organizza alla sua ormai ex moglie Diane una sontuosa festa di compleanno a sorpresa anche se lei le odia), cerca l’approvazione degli altri a qualsiasi costo e si imbarca (spesso con Todd) in progetti insensati e puntualmente fallimentari in cui perde tantissimo denaro. Abbiamo anche Princess Carolyn, agente (ed ex fidanzata) di BoJack e poi anche di Mister Peanutbutter, tanto ambiziosa e infaticabile quanto sola, e Diane Nguyen, donna profondamente insicura alla perenne ricerca di se stessa. Nessuno dei protagonisti della serie è davvero felice e tutte le loro sofferenze ed idiosincrasie sono dolorosamente reali. Il perno centrale di BoJack Horseman è la depressione, che viene magistralmente dipinta senza essere edulcorata o romanticizzata come accade in molti prodotti soprattutto hollywoodiani ma di cui, anzi, vengono mostrati i lati più sgradevoli con onestà. Nella serie ci sono molti momenti bui, alcuni meno gravi, come la fine della relazione tra BoJack e Wanda nella seconda stagione, o come la morte per overdose di Sarah Lynn, probabilmente l’evento più tragico (per quanto presagito) finora dell’intera serie. Ma non tutto è buio, nella serie ci sono momenti di positività e speranza, come l’arrivo improvviso nella vita di BoJack della giovanissima Hollyhock, prima creduta sua figlia ma che si scoprirà essere sua sorellastra; e soprattutto il finale della quinta stagione, in cui si vede BoJack che viene accompagnato da Diane in una clinica per disintossicarsi.

C’è pero un’altra grande protagonista in BoJack Horseman, cioè Hollywood. O meglio, Hollywoo, come si chiama dalla fine della prima stagione per motivi di trama che non voglio “spoilerare” qui. La Hollywoo(d) dipinta in BoJack Horseman è spietatamente reale: vengono prodotti solo gli show che possono portare un guadagno non importa quanto siano sciocchi e frivoli (come lo show di Mister Peanutbutter, dall’emblematico titolo “Star e celebrità di Hollywoo: che cosa sanno? Conoscono le cose? Scopriamolo!”), i telegiornali invece che fare informazione tessono interi drammi sul comportamento delle celebrità, come accade a BoJack nella prima stagione, in cui viene accusato di odiare l’esercito americano dopo una sua frase poco felice nei confronti di un veterano (episodio che peraltro fa satira sulla suscettibilità del popolo americano riguardo all’argomento dei veterani e dell’esercito); un mondo in cui chiunque va avanti per la propria strada scavalcando il prossimo e in cui le battaglia più giuste perdono contro la fama (come accade a Diane nello scontro contro la celebrità dei talkshow Hank Hippopopalous). E’ un mondo che fagocita le persone più fragili e le distrugge, come è accaduto a Sarah Lynn, diventata star di Horsin’ Around a soli tre anni su costrizione della madre (si fa peraltro allusione al fatto che la madre di Sarah Lynn abbia fatto avere il ruolo alla figlia concedendo favori sessuali al produttore); dopo essere diventata da adolescente una celebre popstar tanto famosa quanto sola e dipendente da alcol e droghe, andrà “fuori moda” e morirà di overdose a soli trentuno anni senza aver potuto realizzare il suo vero sogno, ovvero diventare architetto. La vicenda tragica e commovente di Sarah Lynn allude chiaramente a quella di tante star, bambine e non, precipitate nello stesso tunnel, prima fra tutte Judy Garland, la Dorothy dello storico Il mago di Oz del 1939, morta suicida a quarantasette anni dopo una vita di dipendenza dalle droghe che era stata costretta da ragazzina ad assumere per sostenere i ritmi massacranti delle riprese del film che la rese famosa. Non c’è nulla di “bello e maledetto” nella vita e nella morte di Sarah Lynn, nulla di glorioso come vengono dipinte spesso le morti delle grandi rockstar del passato. C’è solo il vuoto della dipendenza e di una vita che Sarah Lynn non ha mai voluto davvero e in cui è stata incastrata in un’età in cui non poteva opporsi alle scelte di una madre interessata solo ai soldi.

Ci vuole un certo stomaco per guardare BoJack Horseman. Ci sono pochissime scene di violenza fisica, la violenza è tutta concettuale. Non lasciatevi ingannare dal fatto che sia una serie animata con protagonisti animali antropomorfi, BoJack Horseman è molto più reale e sincera di quanto potreste credere a prima vista. E’ una serie prettamente rivolta alle persone adulte: anzi, a mio parere più si è “avanti” con gli anni e meglio si può apprezzare questa serie, meglio si può empatizzare con i personaggi e, soprattutto, con il protagonista. Secondo me richiede solo lo sforzo di superare la prima stagione che, pur ponendo basi che saranno importanti per le stagioni successive, si rivela la più debole e meno incisiva delle cinque uscite finora; superato questo ostacolo BoJack Horseman si schiude in tutta la sua intensità, che raggiunge l’apice nella terza e quarta stagione. Mai avrei pensato di poter empatizzare con un cavallo antropomorfo cinquantenne depresso, alcolista e tossicodipendente immerso in una Hollywood cinica e superficiale e che vive alcune vicende che sono veri pugni allo stomaco dello spettatore, ma del resto la magia dell’animazione è anche questa: essere, nella sua finzione, terribilmente vera. A volte più di un film.

Valeria Di Tacchio

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