Harry Potter: una magia lunga più di vent’anni

ATTENZIONE: questo reportage contiene spoiler relativi a tutte la saga di Harry Potter

Il concetto di “saga” è ormai entrato da molto tempo nella cultura popolare. Negli ultimi otto anni il mondo è stato incantato dalla saga Il trono di spade, grandiosa epopea televisiva (ma prima ancora letteraria) che non ha di certo bisogno di presentazioni. Prima ancora vi era stata la trilogia Il signore degli anelli, trilogia di film tratta da altrettanti libri di John R.R. Tolkien che ha consacrato alla fama del grande pubblico il regista Peter Jackson. Anche noi che eravamo bambini negli anni Novanta abbiamo avuto le nostre piccole “saghe”. Ai nostri occhi cosa era Pokémon, se non l’epopea di un bambino come noi che viaggiava all’inseguimento di un sogno? C’è stata però una saga che ha fatto da spartiacque nella vita di un’intera generazione, della mia generazione. Quella saga è Harry Potter.

Harry Potter è stata per moltissimi della mia età la prima vera saga, se non addirittura il primo vero romanzo. Ricordo piuttosto bene quando mia zia mi regalò il primo volume, quando non avevo più di sei o sette anni ed ero pronta per i libri “da bambini grandi”. Il primo capitolo di Harry Potter e la pietra filosofale porta il titolo “Il bambino sopravvissuto”: tre parole che catturarono immediatamente la mia attenzione e non la lasciarono più. E soprattutto Hogwarts. La Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Una scuola in cui, invece della matematica e della geografia, si studiavano gli incantesimi: per un bambino era il più grande dei sogni, la più bella delle fantasie.

Il primo volume di Harry Potter era perfettamente a misura di bambino, non mancava nulla: gli amici conosciuti per caso e con cui condividere avventure incredibili, il bullo arrogante che mette i bastoni fra le ruote e si pavoneggia perché ha la famiglia ricca, il maestro (anzi, professore) che prende in antipatia il protagonista a prescindere, il mistero della pietra filosofale custodita nella scuola e forse in pericolo. E infine l’oscurità e il male: Voldemort, l’assassino dei genitori di Harry e potente mago oscuro, è ancora vivo e, anche se debole, potrebbe tornare; una minaccia latente ma concreta (che si concretizzerà appieno solo nel quarto libro). Chiuso Harry Potter e la pietra filosofale si restava quasi con l’amaro in bocca, in attesa di poter tornare ad Hogwarts. E finalmente il secondo libro, che diventava quasi un giallo: chi è che sta pietrificando gli studenti di Hogwarts e perché? C’è un legame tra questi eventi e Voldemort? Viene svelata la storia della fondazione di Hogwarts e il vero nome di Voldemort, che viene sconfitto per la seconda volta. E si andava avanti, i libri crescono con noi, e si arriva a tematiche ben più adulte: l’ipocrisia del potere, il vero significato di bene e male, il sacrificio, l’inganno.

I personaggi si fanno più complessi e grigi: quasi traumatico fu scoprire che Silente, preside di Hogwarts visto da noi lettori bambini come grande saggio, ha un passato tutt’altro che irreprensibile e che ha spesso manipolato le persone in nome del “bene superiore”, che aveva nascosto per anni ad Harry la verità sul suo legame con Voldemort.

Magistrale antagonista nel quinto libro fu Dolores Umbridge, personaggio odiato più di Voldemort, emblema del potere conservatore che vuole impedire alle nuove generazioni di sviluppare il pieno potenziale nel timore di una ribellione (sia fisica che ideologica). E dal quarto libro iniziarono ad arrivare le morti: prima Cedric Diggory, studente di Hogwarts, poi nel quinto Sirius Black, padrino di Harry, una delle morti più sentite dai fan; nel sesto libro persino Silente stesso, ucciso da Severus Piton, lo stesso professore tanto odiato, un omicidio il cui retroscena verranno svelati solo nel settimo e ultimo libro in un colpo di scena straordinario. E infine la strage del settimo libro, in cui molti personaggi, tra cui Piton stesso, vengono uccisi (ricordo benissimo quando, a undici anni, lessi la morte di Fred Weasley e ne rimasi sconvolta); e il mistero dell’immortalità di Voldemort, che divise la sua anima in sette (numero assai ricorrente nella saga) parti, gli Horcrux, e la rivelazione mozzafiato sull’identità dell’ultimo Horcrux, ovvero Harry stesso. E dopo dieci anni (escludendo i film) la storia si chiude, sui binari del treno per Hogwarts, quasi dove era iniziata.

Harry Potter ha avuto il merito di introdurre molti di noi ad una storia davvero complessa, che cresceva assieme al lettore. Man mano che gli anni passano e i volumi procedono la storia si stratifica, i retroscena aumentano, i misteri si accumulano. Harry, il protagonista, cresce insieme al lettore e da bambino lo vediamo diventare adolescente, con i suoi primi amori e suoi momenti di insicurezza e ribellione, e infine a diciassette anni, quasi adulto ormai. Prima di Harry Potter, che io ricordi, non c’era stato nulla del genere per i bambini: nei cartoni animati spesso i protagonisti evolvevano ma restava un’evoluzione circoscritta, e quasi sempre la loro età restava invariata. Harry Potter ha insegnato a molti bambini il concetto di ambiguità morale: un personaggio dalla parte del bene può aver commesso azioni riprovevoli (esempio perfetto è Silente) e che un personaggio dalla parte del male o comunque dal comportamento sbagliato può agire per il bene (come Piton, forse il personaggio più ambiguo e complesso della saga); ciò dava al piccolo lettore un’importante lezione: in ciascuna persona non esiste solo il bene o il male, siamo tutti composti da entrambe le parti, ed è giusto così. Il mondo di Harry Potter, pur con le sue lacune e le sue falle logiche, è ben costruito e le sue sfaccettature vengono introdotte gradualmente: nel primo libro conosciamo Diagon Alley, la via di Londra dove si trovano i negozi di articoli magici, e Hogwarts con le sue quattro Case; nel secondo e terzo libro viene introdotto il Ministero della Magia, l’organo di governo e controllo del mondo magico britannico; nel quarto libro scopriamo che esistono almeno altre due scuole di magia oltre ad Hogwarts, in un moto crescente che si allarga dal microverso della scuola fino al mondo intero. E’ un mondo pieno di dettagli: ci viene spiegato come è composta una bacchetta magica, gli ingredienti di molte pozioni, i materiali usati per i calderoni e viene presentato persino uno sport magico, il Quidditch, con tanto di campionato mondiale e conseguenti piccole digressioni sulle scope volanti. E’ un mondo tanto ben costruito da apparire quasi plausibile, il che gli dà un fascino che tuttora conserva e che conquistò me e milioni di altri bambini e ragazzi. Dal finale del quarto libro si ha la svolta matura e “oscura” della saga (anche se si aveva qualche accenno di ciò già nel terzo capitolo), i misteri sulla natura di Voldemort e sulla sua connessione con Harry si accumulano, ricevendo nel quinto e sesto libro risposte che mi lasciarono senza fiato quando lessi i libri la prima volta, fino al travolgente finale in cui tutte i misteri vengono sciolti e si ha lo scontro definitivo fra bene e male nell’epica Battaglia di Hogwarts.

Il successo di Harry Potter è stato esplosivo: oltre alle trasposizioni cinematografiche sono stati creati innumerevoli gadget, dalle riproduzioni delle bacchette e degli oggetti più celebri della saga (come il medaglione di Salazar Serpeverde o il Calice di Fuoco) ai vestiti (io stessa possiedo una sciarpa della Casa Corvonero), fino alla creazione di un parco a tema ad Orlando, in Florida e all’organizzazione di tour nei luoghi delle riprese dei film. Harry Potter è stata molto più di una semplice saga di libri: è stata (ed è tuttora) un fenomeno di culto e un vero e proprio brand che ha reso J.K. Rowling la scrittrice più ricca del mondo. Nuovi prodotti vengono tuttora creati, prima fra tutti la saga Animali fantastici e dove trovarli, ambientata nella società magica degli Stati Uniti degli anni Trenta, e lo spettacolo Harry Potter e la maledizione dell’erede.

Ci sono però vari avvenimenti recenti che hanno compromesso il rapporto tra la Rowling e i suoi fan. Prima fra tutti fu l’uscita proprio di Harry Potter e la maledizione dell’erede, rifiutato da larga parte dei lettori in quanto contenente grandi incongruenze con la trama della saga (prima fra tutte il fatto che Voldemort abbia avuto una figlia), polemica fomentata da un tweet della Rowling che dichiarava tale sequel canonico. Si aggiunse il comportamento tenuto della scrittrice negli ultimi anni, che continua ad aggiungere via Twitter dettagli sui personaggi e sul mondo di Harry Potter, volendo mantenere su di esso un controllo assoluto limitando la creatività degli scrittori di fanfiction e tentando di adeguare alle tematiche moderne una saga che, per quanto innovativa, resta figlia degli anni Novanta, con dichiarazioni ad esempio sull’omosessualità di Albus Silente.

E’ spesso difficile separare l’autore dall’opera e in questo caso lo è ancora di più: la Rowling ha intessuto nel corso degli anni un rapporto molto stretto con il proprio fandom anche grazie al sito Pottermore, oltre che al contatto diretto via Twitter. Io personalmente non seguo la scrittrice su Twitter, il che rende la divisione per me molto più facile, e non ho letto di Harry Potter e la maledizione dell’erede (mi è bastato leggere un dettagliato riassunto in Internet per considerarlo non canonico). Ciononostante comprendo chi si è sentito deluso dalla Rowling e ha preferito allontanarsi da lei. Per quanto mi riguarda, quei sette libri in prima edizione resteranno sempre sul mio scaffale e, con tutti i loro difetti, mantengono la loro magia e i ricordi della mia infanzia e prima adolescenza.

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