Basta un ciack per sognare

Il rapporto tra attualità e fiction nell’epoca moderna è qualcosa di estremamente complesso. Fino a dove una fiction è finzione e quando tocca la realtà? Quante volte vedendo la scritta “questa fiction è tratta da una storia vera” si pensa al rapporto tra realtà e finzione? Quante volte vedendo una fiction  sembra che parli all’oggi, a volte dicendo cose in grado di far riflettere ed aprendo persino nuove prospettive? Quante volte le persone del passato raccontate dalle fiction, sembrano più vere nella quotidianità di quelle che popolano il mondo di oggi? La fiction è un veicolo che apre gli occhi di ciascuno sul mondo; eppure davvero l’uomo di oggi è pronto a vedere se stesso allo specchio e soprattutto ad accettare uno sguardo che lo guarda in maniera “romanzata”?

Media4tech di Claudio Palazzi

Un mondo distorto

Cosa racconta una fiction? Le persone nel bene quanto nel male. Il 18 settembre 2011 il giornale web “varesenews.it” ha pubblicato un articolo ove viene riportata una lettera che parla di una serie. Questa lettera è molto importante parla della serie “I Borgia”, ma nel farlo racconta la corruzione sociale e dunque racconta un malessere che l’uomo viveva nel 2011 e che forse 9 anni dopo vive ancora di più. L’autore della lettera infatti scrive: “Come può una società vivere con dei modelli che mettono davanti all’etica e alla morale al valore personale un bel c…! Cosa raccontiamo ai nostri figli quando è più utile avere un bel seno rispetto ad un cervello vivace? quando l’educazione è solo un ostacolo, quando la spigliatezza, la spietatezza, l’assenza di vergogna è una virtù?”.

L’abbattimento degli stereotipi: la fiction “Ognuno è perfetto”

La fiction però non è solo un veicolo per denudare la società mostrandone solo le imperfezioni, ma anche un veicolo per inviare messaggi. Un grande messaggio è sicuramente “Ognuno è perfetto” una fiction che parla di autismo e racconta la storia di bambini autistici che, innamoratisi sul posto di lavoro e poi separatisi, si ricercano ed affrontano impervie avventure per ritrovarsi. È una fiction che parla del coraggio di questi bambini senza manifestazioni di patetismo e del coraggio dei loro genitori che partono per cercarli e che creano per loro l’habitat migliore, adattando il loro stile di vita a quello dei loro piccoli. A rendere questa fiction straordinaria è il fatto che gli attori protagonisti: gli esordienti Gabriele Di Bello, Alice De Carlo, Aldo Arturo Pavesi, Matteo Dall’Armi e Valentina Venturin abbiano la sindrome di Down e altre disabilità intellettive. Inoltre è rilevante un’intervista riportata su “coordown.it” di una mamma che ha anche lei un figlio autistico e raccontando la serie afferma: “Sono mamma di una ragazza con la sindrome di Down, ho visto “Ognuno è perfetto” e sono convinta sia un passo importante per diffondere una vera cultura dell’accoglienza e del rispetto, in quanto porta il pubblico della prima serata nel mondo della disabilità. E lo fa senza strizzare l’occhio agli spettatori, come spesso accade, ma con onestà, senza pietismo, offrendo uno sguardo sulla diversità ampio, sfatando falsi miti e pregiudizi.”

Dunque una serie che parla di cose quotidiane: genitorialità, sesso, matrimonio, possibilità di una vita indipendente, senza negare fragilità e debolezza e ponendo tutto questo da un punto di vista inedito e vero: quello dei bambini che con la loro spontaneità riescono ad esprimerlo al meglio. Bambini che, come tutti, hanno pregiudizi, per esempio verso i gay e che come tutti cercano l’amore mostrando una realtà che il mondo di oggi si rifiuta di vedere o che forse ancora è oscurato per poterla vedere completamente. Uno sguardo inedito che amplia confini ed orizzonti, una fiction bella, proprio perché istruttiva, perché parla a grandi quanto a piccini,  capace di insegnare il valore dell’accettazione e della condivisione con chi si vede come diverso mostrando la grande umanità che ci lega all’altro.

La Rai e la fiction: “un racconto del vissuto del nostro paese”

La Rai sul suo sito ha dedicato una sezione al  “progetto editoriale della fiction” e, nel paragrafo 1.2 si è soffermata sul valore del “raccontare il nostro paese”. Subito se si legge questo “progetto” si nota la seguente frase: “La fiction Rai è il racconto del vissuto del nostro Paese”, che riassume il contenuto dell’intero paragrafo. Questo testo racconta la fiction come la voce dello “spirito del tempo”, come qualcosa che parla al paese, guardandolo e vivendolo. La Rai inoltre ribadisce il valore del rispetto per le persone che la fiction deve trasmettere, del suo essere una voce contro la discriminazione, contro gli stereotipi. Importante dunque questo piccolo testo, perché mostra il vero volto di ciò che si guarda oggi in T.V. quello del racconto, un racconto che è fatto dalle persone che lo vivono. Come riportano le ultime righe infatti: “Il racconto, quindi, deve essere inclusivo e sorprendente, moderno e responsabile, innovativo e visionario: un grande romanzo popolare, articolato e adeguato al tempo in cui viviamo, che si offre a tutti, con una nuova e spiccata attenzione ai linguaggi visivi.”

Una fiction ispirata ad una storia vera: “Doc. Nelle tue mani”

Un filo sottile sembra dunque legare realtà e finzione, ma è davvero così sottile come fin qui si è sottolineato? “Doc. Nelle tue mani” è una fiction ispirata ad una storia vera, che ha come protagonista un medico tormentato, un medico che ha visto 12 anni della sua vita svanire dalla sua memoria come fumo. Ma l’attore Luca Argentero è davvero lo specchio perfetto di Pierdante Piccioni il medico che quella folle storia la ha vissuta realmente sulla pelle? Gli eventi narrati sono esattamente la riproduzione di quelli realmente accaduti? Il riflesso dello specchio è davvero uguale al dipinto originale oppure è distorto? “Fanpage.it” si è dedicato alla risposta a queste domande. La prima cosa rivelata su questo interessante articolo è che l’espediente che causa l’amnesia non è quello reale: infatti non è uno sparo che fa perdere la memoria di Pierdante Piccioni, ma un incidente stradale avvenuto il 31 maggio 2013 sulla tangenziale di Pavia. Dunque nonostante sia vera la perdita di memoria il veicolo che la ha causata è stato distorto. Un altro avvenimento falso è la morte del figlio Mattia di cui l’autore non si ricorda dopo il trauma e che apprenderà con grande dolore, infatti non è lui ad essere morto, ma la madre del medico.

E non finisce qui: anche la crisi coniugale del medico è falsa ed anche le storie di dottori, specializzandi e pazienti. Però e questo è decisamente rilevante vera è l’empatia tra medico e paziente. Questo ultimo dettaglio non è da sottovalutare perché è forse la chiave per capire come mai nonostante le differenze il vero medico abbia apprezzato enormemente la fiction e si sia sentito rappresentato da essa. Riporta Fanpage le parole di Piccioni: “Ovviamente Andrea Fanti è un po’ più eccessivo, ma è uno duro nei rapporti con i pazienti. Luca Argentero è bravissimo a rappresentarmi.” C’è una scena in cui dice: “Il medico sono io e tu fai quello che dico”. Io ero un po’ così. Ora, invece, ho imparato ad ascoltare, a condividere, a entrare in empatia con i pazienti”. In queste poche righe emerge il vero valore di questa fiction: quello di dare voce all’insegnamento di vita che il medico ha vissuto, la vera rappresentazione, il vero riflesso, il gossip sulla storia e sulla vita personale del protagonista, che da una serie si può ricavare e che vengono inseriti per movimentare la storia. Quello che conta veramente è il messaggio che si vuole lanciare, il senso che si scopre negli eventi della vita previsti quanto in quelli imprevisti. Questa fiction rispecchia la realtà non perché tratteggia e pone sullo schermo una persona nuda e cruda con la sua realtà, ma perché dentro a questo essere nudo e crudo pone un’anima ed un cuore che batte.

La Fiction storica: I Medici

Trasmessa dal 18 ottobre 2016 all’11 dicembre 2019 su Rai 1 la fiction storica “I Medici” è forse una delle più conosciute. La famiglia Medici dal punto di vista storico rappresenta tre secoli di dominio incontrastato che di spunti per una serie televisiva ne ha offerti in quantità illimitate: inganni, congiure, lotte per il potere, guerre, storie d’amore clandestine, senza dimenticare l’incantevole sfondo di una Firenze resa immortale dall’arte rinascimentale. Ma fare una fiction capace di esprimere tale molteplicità di eventi attenendosi al loro valore storico e senza distorcere le fonti storiche che ce li riportano, è davvero così semplice? Riesce questa fiction a cogliere ed esprimere in pieno il valore storico di questo periodo storico? La risposta a queste domande la fornisce “Studenti.it”, attingendo da molte fonti tra le quali si evidenziano l’“Ansa” ed “IStock”. Questo sito ha dedicato al tema un’ampia ricerca spiegando che la serie contiene più di un errore storico, dei quali un esempio degno di nota è la Morte di Giovanni De’ Medici per avvelenamento, quando invece è morto di vecchiaia il 20 febbraio 1429. Ma questo è solo uno di molti errori: Cosimo De’ Medici viene ritratto con particolare attenzione alla sua passione artistica, sfumando il suo aspetto di principe machiavellico ante litteram.

L’antipapa Giovanni XXIII non è stato eletto a Roma come riporta la serie, ma la sua elezione è frutto del Concilio di Pisa, che si tenne nella città toscana nel 1410. Gli errori inoltre non riguardano solo i personaggi, ma anche la rappresentazione della città di Firenze. All’epoca raccontata dalla fiction televisiva, indicativamente gli anni intorno al 1429, alcune delle opere che appaiono nella serie tv non erano ancora state realizzate: è il caso della facciata del Duomo, che venne completata solo nel 1887; della cupola di San Lorenzo, sulla sommità della cappella dei Principi, commissionata all’architetto Matteo Nigetti nel 1604; ma anche del corridoio vasariano, aperto del 1565.  Infine la Presa di Siena di Giorgio Vasari, che inquadrata all’inizio della seconda puntata in una scena svolta all’interno di Palazzo Vecchio essendo stata realizzata solo tra il 1554 e il 1560, non poteva essere lì nel periodo storico in cui è ambientata la serie. Il sito però non si limita a mostrare gli errori della serie, ma si premura anche di sottolineare il vero valore della fiction storica. Essa infatti ha il dono di raccontare la storia allo studente moderno in una chiave nuova che forse sente più sua, più vicina al suo mondo e dunque più stimolante. Quindi questo tipo di fiction, al di là degli errori, ha comunque un fine didattico, quello di far conoscere un “vecchio volto storico” con un “nuovo volto moderno inedito”, capace di parlare al cuore ed alla mente delle nuove generazioni.

Il vero volto della fiction tra critiche ed insegnamento

La fiction ovviamente, come è stato già detto, è spesso vittima di critiche, in particolare di scarsa aderenza alla realtà in alcuni dettagli. È questo il caso delle fictions “Che Dio Ci Aiuti” e “Tutta la musica del cuore”, che sono state accusate di aver stravolto il luogo in cui sono state svolte.  Le due fiction sono state trasmesse su Rai 1 e sono molto note e seguite. Le critiche sono per lo più della popolazione o dei politici del paese in cui si sono svolte le riprese. “Che Dio ci Aiuti” è accusata in un articolo di “Modenatoday.it” del 23 gennaio 2012 Tv,  di aver creato  un ritratto distorto della città di Modena. In questa “strana città” infatti, come afferma il sottotitolo dell’articolo: “non solo si mangiano cappelletti, ma si parla romanesco e bolognese, il Palazzo dei Musei è un carcere su via Emilia Centro e il Policlinico di Baggiovara è una struttura polifunzionale”.

L’articolo dunque presenta un’aspra critica, che si focalizza nella domanda: “Modena c’è negli esterni, ma negli interni?”. Dunque luoghi presenti, ma deformati nelle loro caratteristiche essenziali e dialetti distorti come spiega l’articolo dimostrando come “Sorbole” e “Sòccia” nel mondo reale sono in voga a est del Panaro, mentre nella fiction sono inserite nel modenese, unite inoltre, alla cadenza romanesca dei diversi interpreti presenti. Le critiche però sono altrettanto forti contro la fiction “Tutta la musica del cuore”, che in un articolo di “Baritoday.it” del 5 febbraio 2013, è accusata di “parlare di Puglia mafiosa” e di dare un’immagine negativa della regione. La voce delle accuse in questo secondo caso è Rocco Palese, capogruppo Pdl in Consiglio regionale. L’accusa di Palese ha questa volta parole molto dure che si riportano: “150mila euro. Tanto hanno speso inconsapevolmente i cittadini pugliesi per vedere l’immagine di una Puglia ‘mafiosa’ in prima serata e per sei serate su Raiuno nella fiction ‘Tutta la musica del cuore’ ambientata a Monopoli, anche se nel film il Comune si chiama Montorso, forse proprio per evitare querele, cofinanziata da Apulia Film Commission, quindi dalla Regione Puglia, nel 2010 e in onda da ieri in prima serata su Raiuno”. Come reagire a tali violente accuse? Le serie lo hanno fanno o esplicitamente o implicitamente, sottolineando il valore del lavoro delle persone della produzione, il valore che il lavoro del “fare serie” porta con sé. “Che Dio Ci Aiuti” ha risposto con il grande valore morale della sua fiction, della suora complice di un omicidio che impara il valore della sua conversione e dell’amare gli altri accettandoli per quello che sono con le loro piccole imperfezione ed insegnando al prossimo ed a sé stessa ad amare la vita che, nonostante i suoi apparenti e vari problemi, è ricca di bellezze tutte da scoprire. Anche “Tutta la musica del cuore” non ha esitato a prendere parola, rivelando una storia di esaltazione degli artisti del Sud e di un piccolo conservatorio, che diventa un polo di eccellenza.

Conclusione

La fiction dunque non è proprio lo specchio della realtà e forse è proprio questo il suo valore. Se davvero l’uomo vedesse se stesso nudo e crudo e dovesse scontrarsi direttamente con un essere così imperfetto, senza paragonarcisi attraverso uno specchio, davvero continuerebbe a guardare? Si può dire con sicurezza che, se la fiction raccontasse tutto dell’uomo e lo ponesse anche in un luogo perfetto, questi, spaventato, non spegnerebbe subito la televisione? La fiction ha quindi proprio questo significato intrinseco, quello di presentare un essere umano “diverso”, ma, nonostante questo, “famigliare”. Un individuo ricco di contraddizione come chiunque, ma anche con un proprio “io” personale specifico, che lo contraddistingue e gli offre uno statuto di persona diverso da chi guarda. Un personaggio dunque che sappia parlare toccando con i suoi famigliari, gesti mente e cuore senza sbattere però in faccia al pubblico in modo violento i suoi piccoli difetti e tabù. Un protagonista dunque che sia il suo pubblico, senza esserlo, un’immagine di attualità distorta che però offre un grande sguardo all’occhio del cuore umano ed alla sua piccola quotidianità.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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