Lo spread sale e fa sempre più paura, ma i politici minimizzano: è solo uno strumento speculativo

La parola chiave che più ricorre nel linguaggio mediatico e politico recente è “spread”. In questi ultimi mesi si sente dire che lo spread ha ripreso a salire vertiginosamente. Il governo cerca di minimizzare la questione definendo lo spread un mezzo speculativo usato dai poteri forti per controllare la nostra economia. Gli italiani, però, non danno più credito a simili affermazioni. E nemmeno gli investitori si lasciano ingannare dalle dichiarazioni di Lega e Movimento 5 Stelle. Ma per comprendere meglio la situazione è necessario capire in cosa consista questo spread e perché faccia così paura il suo andamento instabile.

Cos’è lo spread e chi ne determina il corso

Il termine “spread” in inglese significa divario. In campo economico è la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani con valenza poliennale (BTP) e quella dei titoli pubblici tedeschi (Bund). In altre parole, lo spread illustra quanto sia più rischioso prestare i soldi all’Italia rispetto alla Germania. Il rendimento di titoli è un buon indicatore della situazione economica di uno Stato. Più il rendimento è basso e l’acquisto di titoli meno rischioso, più è solida l’economia di un Paese e viceversa.

Quando lo spread sale, come nel caso italiano, l’economia si trova in un momento di debolezza. Comprare titoli italiani diventa rischioso e di conseguenza i vari investitori fanno di tutto per venderli e liberarsene. Lo Stato di conseguenza si trova costretto a spendere di più per finanziare il proprio debito pubblico, cioè per pagare gli interessi a chi ha acquistato BTP, creando un circolo vizioso da cui non è facile riprendersi. Con l’aumento dei tassi d’interesse, vi sono poi più difficoltà nell’accesso al credito da parte delle aziende italiane, rendendole così meno competitive rispetto a quelle straniere. In generale si innesca una nuova stretta su acquisti e investimenti dalla quale il nostro Paese si è appena liberato, dopo una crisi iniziata nel 2008 e durata un decennio.

Chi determina il corso dello spread? A decidere del suo andamento sono i “mercati”. Si tratta soprattutto di banche, fondi comuni e fondi pensione, assicurazioni. Si parla quindi di grandi e medie imprese, mentre i cittadini privati che acquistano direttamente titoli di stato sono molto pochi. Queste imprese valutano quanto sia affidabile spendere e investire nei titoli italiani, tenendo conto di diversi fattori economici. Se le riforme per migliorare l’andamento dell’economia e diminuire il debito pubblico non sono sufficienti, le banche in primis tenderanno a vendere i titoli, segnalando così l’inaffidabilità dello Stato. Dunque, oltre ai mercati, sono anche i governi a far sì che lo spread aumenti o diminuisca. E qui ci si trova ad analizzare quanto le iniziative politiche lo influenzino e quali possono essere le conseguenze di tali iniziative, anche in futuro.

La politica economica del governo condiziona lo spread, ma il futuro non è incoraggiante.

Come già accennato, è anche in base agli atti di un governo che si determina lo spread e quelli di Lega e Cinque Stelle preoccupano non poco gli investitori. Anzitutto sottovalutare lo spread considerandolo mero strumento dei poteri forti per controllare l’economia italiana. Poi l’intenzione di espandere il debito pubblico, che è già stata contestata più volte in sede europea. La manovra finanziaria, in cui rientrano la riforma delle pensioni (quota 100) e il reddito di cittadinanza, non è stata ugualmente giudicata stabilizzante. I risultati si sono visti subito con lo spread ha ripreso ad aumentare.

L’iniziativa politica che più di tutte ha scosso i mercati è stata però un’altra: la presenza di tecnici euroscettici nella compagine del governo. Ciò ha reso maggiormente inaffidabile l’economia italiana e ha causato da subito una forsennata vendita di titoli di Stato da parte dei maggiori investitori. Perché questo accade? Perché ciò che più li spaventa riguarda le prospettive future dell’economia italiana: un aumento vertiginoso del debito pubblico in un momento di grave stagnazione economica. Lo Stato non sarebbe più in grado di pagare gli interessi dei titoli e presto si ritroverebbe nell’insolvenza. La conseguenza più disastrosa sarebbe l’immediata uscita dall’euro. Volenti o nolenti.

È chiaro perciò che proseguendo su questa strada gli scenari futuri non sono incoraggianti. Non solo l’uscita dall’euro diverrebbe inevitabile, ma l’instabilità economica potrebbe diventare presto politica. Nel momento in cui i cittadini non si potranno permettere nemmeno l’acquisto dei beni di prima necessità si creerà il caos. Viene da chiedersi come sia possibile non rendersi conto di cosa ci aspetta e per quale motivo non si cambi marcia. La risposta, in realtà, è anche troppo semplice. In un momento come questo prevalgono gli interessi elettorali: un governo che appena eletto aveva promesso un cambiamento radicale, specie sul fronte economico, perderebbe troppi consensi. I buoni propositi del governo giallo-verde andrebbero incontro a un evidente fallimento, causando l’ennesima delusione degli elettori. Ma considerando ciò che è previsto per l’Italia, non sarebbe meglio fare retromarcia a costo di perdere qualche voto? Probabilmente se lo chiedono in tanti. Per il momento però, nessuno ha abbastanza coraggio per proporre qualcosa di ragionevole, anche se non rispettasse le promesse fatte in precedenza. Purtroppo, per gli italiani la situazione si fa sempre più critica e di tempo per rimediare ne resta sempre meno.

Francesco Bernardoni
Nato a Roma il 6 Febbraio 1993, mi sono diplomato al Liceo Scientifico Statale Cavour. Ho conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne all'Università Sapienza di Roma e sono un laureando in Storia Moderna e Contemporanea nella stessa università. Questo tirocinio è la mia prima esperienza in campo giornalistico.

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