REATE UMBILICUS ITALIAE: un po’ di storia

Ombelico d’Italia: chi avrebbe mai immaginato che la piccola cittadina di Rieti, situata nel Lazio orientale, ai confini con l’Umbria e l’Abruzzo, avrebbe guadagnato un titolo di tale prestigio. La paternità di questa importante qualifica si attribuisce a nientemeno che Marco Terenzio Varrone: letterato, grammatico, militare, fedele collaboratore di Pompeo (durante il tumultuoso periodo delle guerre civili contro Cesare), ritenuto dallo storico Quintiliano ‘il più istruito di tutti i Romani’, a cui Rieti diede i natali.

Rieti, o alla latina Reate, fu indissolubilmente legata al destino della vicina capitale: meta di villeggiatura per i patrizi che preferivano, già allora, allontanarsi dal tran tran cittadino per trascorrere le estati in tranquillità, dedicandosi all’otium (lo studio) immersi nella bellezza della lussureggiante campagna; città natale dell’imperatore Vespasiano, che nei suoi pressi aveva fatto edificare un esteso complesso termale, tutt’ora visitabile, per sfruttare le proprietà terapeutiche dell’acqua del Lacus Cutiliae; inoltre sembra che a Rieti sia passato addirittura il temibile Annibale, il condottiero di Cartagine che osò battersi contro i romani, durante la sua mitica marcia verso la capitale.

Ma facciamo un passo indietro…da cosa deriva il nome Reate? Per rispondere a questa domanda è necessario affidarsi alla fantasia in quanto non possediamo tesi certe circa la provenienza etimologica: alcuni sostengono che il nome sia da associare a quello di Rea Silvia (madre di quei due che fondarono Roma, Romolo e Remo) e che secondo una tradizione un po’ noir della storia sarebbe stata sepolta viva proprio a Rieti, altri piuttosto ritengono che si riferisca a Rea (la Era greca, moglie di Zeus e nientemeno che madre di tutto il pantheon olimpico ellenico), una terza ipotesi vuole che il nome derivi dal verbo greco ‘REO’ (scorrere, lo stesso verbo della locuzione “panta rei”? Vi suona familiare?) con un riferimento all’abbondanza di risorse idriche di cui la fertile piana reatina è ricchissima.

Il centro storico reatino è un dedalo di strette viuzze che si perdono l’una nell’altra, un dipinto multicolore e variegato, su cui, secolo dopo secolo, sono rimaste impresse le tracce del passaggio di molti avventurieri: le vestigia del periodo romano come le monumentali porte di ingresso alla città, l’imponente ponte romano, edificato nel 290 a.C., parte di un progetto edilizio volto a consolidare l’unione tra la capitale e l’allora provincia che, da quel momento in poi sarebbero state collegate dalla via Salaria (la quarta via strata romana che congiungeva le aree alpine con l’Adriatico). Le mura romane, che conobbero un significativo intervento di ampliamento intorno al XIII sec, sono tra i monumenti più caratteristici della città: i torrioni difensivi, i portali decorati, sembrano essere la materializzazione di una fantasia cavalleresca. Il medioevo fu un periodo di straordinaria fioritura per la città che, scampata alla terribile epidemia di peste del 1348 grazie alle poderose fortificazioni che impedivano l’accesso ai forestieri, fu inclusa tra le sedi della curia divenendo la dimora di molti papi che vi si stabilirono.

Rieti: crocevia di esistenze

Durante l’epoca medievale la storia della città si fonde con quella del patrono d’Italia: la valle reatina, da allora ribattezzata valle santa, ospitò Francesco d’Assisi dal 1209 al 1225. La quiete di quel locus amoenus, la genuinità della popolazione locale, la natura incontaminata catturarono il cuore di Francesco che a Rieti trascorse alcuni degli anni più pregnanti della sua esistenza. A Greccio, poco distante da Rieti, venne allestito il primo presepe al mondo nel Natale 1223; a Fonte Colombo, oggi uno dei quattro Santuari Francescani nella valle reatina, San Francesco trovò l’ispirazione per completare la sua Regola ad appena tre anni dalla sua morte. Da queste poche informazioni riusciamo ad intuire quanto il destino della città fosse indissolubilmente legato alla permanenza della corte papale in situ a cui Rieti rimase fedele fino all’arrivo dei patrioti risorgimentali ad infiammare gli animi dei locali. L’eroe dei due mondi, tra una tappa esotica e l’altra, si trattenne a Rieti, avamposto strategico, per qualche mese, durante le operazioni di recluta dell’esercito delle “camicie rosse” in vista dell’imminente attacco alla capitale. Come resistere al suo carisma? Come tirarsi indietro di fronte alla promessa di libertà ed indipedenza?

Neppure il popolo reatino seppe dirgli di no e le adesioni furono tanto numerose da far duplicare in breve tempo il numero dei soldati dell’armata Garibaldina. I legami tra Roma e Rieti si fecero ancor più stretti durante il ventennio fascista quando fu lo stesso Mussolini a posare gli occhi sulla provincia traboccante di ricchezze: risorse idriche sufficienti per soddisfare il fabbisogno dell’intera capitale; il Terminillo, fino ad allora ignoto ai più, divenne la montagna di Roma e meta di villeggiatura delle star dell’epoca e luogo dove Mussolini edificò una fastosa residenza invernale; e infine la fertile piana reatina, nuovamente bonificata al fine di potenziarne la capacità produttiva. Rieti fu crocevia di esistenze piuttosto affollato: uomini comuni e personalità illustri, che per ragioni differenti transitarono su questo territorio.

Nazareno Strampelli a Rieti

Spesso accade che alcune personalità, nonostante i contributi significativi e il passato successo, scivolino nell’oblio: questo è il caso di Nazareno Strampelli (1866-1942). L’illustre scienziato nativo di Macerata, laureato in scienze agrarie a Pisa con il massimo dei voti, intraprese dapprima uno studio approfondito sul grano autoctono della provincia, il ‘Rieti Originario’, e successivamente, nel 1903, si trasferì stabilmente a Rieti, dove elaborò molti dei suoi studi più notevoli. I primi mesi di convivenza con la città furono piuttosto tumultuosi: mancavano le risorse economiche per finanziare un laboratorio e adeguate sperimentazioni ma l’Italia, alle porte di un conflitto mondiale, moriva di fame e necessitava di grano che crescesse velocemente e che sopportasse senza troppo danno i parassiti.

I grani utilizzati all’epoca riportavano diversi problemi: difficilmente potevano essere ibridati per ottenere varietà più robuste e resistenti all’allettamento, quel fenomeno per cui le spighe di grano si ripiegano a terra per azione del vento o della pioggia. La via per il successo di Strampelli fu seminata di incidenti di percorso e insuccessi intermedi: dopo tanta insistenza riuscì ad ottenere i titoli per l’istituzione di una cattedra ambulante sperimentale di granicoltura, che consisteva fisicamente in una cattedra e uno sgabello, e fu dotato di un esiguo fondo per intraprendere i primi studi. Dopo le iniziali difficoltà iniziarono a farsi avanti i primi investitori che intravedevano il potenziale del brillante scienziato che ottenne dal principe locale, Ludovico Spada Veralli Potenziani, un appezzamento di terra dove condurre le sperimentazioni. Nel frattempo, iniziarono a circolare capillarmente in Europa le tesi di Gregor Mendel, il biologo tedesco attualmente considerato il precursore della scienza genetica moderna, e sulla scia di questi studi Strampelli prese a incrociare diverse specie di frumenti per creare delle varianti ibride. Il successo non tardò ad arrivare e ben presto Strampelli cadde sotto i riflettori del partito fascista: nel 1929 venne nominato senatore del regno per volontà di Mussolini in persona, nonostante le ritrosie dello scienziato che si diceva “assolutamente negato per la carriera politica ed interessato soltanto alla prosecuzione dei suoi studi”.

La morte lo raggiunse nel 1942, suscitando notevole commozione da parte del duce stesso che lo considerava il “campione” della battaglia del grano per arrivare all’autarchia economica. Eppure, ben poco rimane a commemorare il suo impegno e la portata rivoluzionaria dei suoi studi: Strampelli non vinse un Nobel all’epoca, forse nel dopo guerra sembrava sconveniente che un ex deputato fascista fosse insignito di un titolo tanto prestigioso, e, nonostante ciò, decenni dopo la sua scomparsa, il mondo continua ad ignorarlo. Oggi, a Rieti, esiste un museo dove è conservata l’eredità scientifica dello studioso: centinaia e centinaia di spighe di grano, molti di varietà rare e cadute ormai in disuso, le stesse che probabilmente hanno sfamato i nostri antenati, e che, qualora fossimo saggi custodi, sfameranno anche chi verrà dopo di noi.

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