Non parlo politichese ma…un’Italia leghista mi fa paura

Con l’evoluzione causata dai social, la nostra fantomatica era digitale ha infranto ogni barriera eppure il mondo non mi è mai parso così fallace. Sarà colpa di Trump che ha distrutto “l’american dream” dei cuori liberi la cui aspirazione è percorrere la Route 66, relegando la terra delle promesse per antonomasia ad un subdolo retaggio elitario, sessista e xenofobo. Ma è soprattutto nell’Italia post europee che mi accingo a cogliere un vero lutto nazionale per i principi della Costituzione.

Ok, la nostra Italia non sarà mai un paese laico. E’, ineccepibilmente, intriso di quelle tradizioni che appartengono alla storia della nazione. Ma la nostra Italia non è un’Italia xenofoba. L’Italia che conosco e che amo è un paese solare, accogliente, verace. La xenofobia purtroppo è un concetto vecchio. La “paura dello straniero” affligge perché è radicata nella stereotipizzazione. Ma sapete cosa dicevano di noi quando attraversavamo l’Atlantico per approdare a Ellis Island? “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.Non hanno l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…”

La verità è che l’immigrazione non è un fenomeno emergenziale quanto strutturale della società. O meglio uno dei suoi costituenti. La vita, infatti, è iniziata in Africa e da quel territorio ha avuto origine un moto perpetuo verso gli altri continenti.
E se qualcuno fosse stato in un palazzo abusivo o a vedere un C.D.A si renderebbe conto di cosa si parla e di quali siano le condizioni di vita appartenenti a queste persone, profughi e/o clandestini. Non è filantropia, non è antropologia spiccia, è l’archetipo della nostra coscienza che ci dovrebbe suggerire quale sia la strada percorribile. Quello che mi fa paura,piuttosto, è imbattermi in una moltitudine di persone che nel quotidiano esultano per questo monocentrismo politico, questa egemonia racchiusa nella leadership di un solo uomo. Carismatico certo. Ma pur sempre un uomo. E in quanto uomo dedito alla soggettività.Non a caso, Salvini iniziò la sua lotta politica come militante comunista. Da studenti ,indubbiamente, siamo tutti un po’ sessantottisti ma assurgere ad un ruolo non implica il ribaltamento totale dei nostri valori.

Quello che mi fa ancora più paura è la costante ricerca di un capro espiatorio per le colpevolezze insite nella natura umana. Quella strana voglia di puntare il dito contro un colpevole universale, l’artefice di tutti i mali che affliggono la società.
La società,infatti, è già marcia perché gli individui sono sì, esseri senzienti ma soprattutto animali civilizzati, che obbediscono ai dettami dell’inconscio.

L’Italia che sogno, in breve, è ancora una póleis, variegata, multiprospettica. Una nazione senza frontiere.Una sorta di open space-e non vorrei sfociare nella mera utopia, mea culpa- in cui ci legittimiamo tutti perché “Cogito ergo sum”.

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