I social media fanno parte della nostra vita, specialmente con la pandemia quando abbiamo dovuto mettere in pausa i rapporti offline e coltivarli sono online. La moda non è esente da questo cambiamento, anzi ha abbracciato questo nuovo modo di vivere online. Sebbene si cerca di mantenere una modalità mista in questo settore, la digitalizzazione e l’utilizzo dei social media sono fondamentali per le aziende di moda, che non possono più sottrarsi a questo mondo. Come non si può prescindere dall’avere un e-commerce per la propria attività.

Da un lato abbiamo la generazione Z, i cosiddetti nativi digitali, coloro nati all’interno di questa dinamica digitale e si muovono liberamente in questo mondo. Dall’altro lato le generazioni precedenti, chi con il digitale ci è cresciuto, in un certo senso lo ha plasmato e chi ancora fa fatica a giostrarsi in questa babele.

Per capire meglio come è percepito e cambiato il mondo della moda in relazione ai social (Instagram, Tik Tok e Facebook), ho riportato due opinioni differenti di due donne esperte del settore moda. Da un lato abbiamo Ilaria una rappresentante della generazione Z, studente di moda, dall’altra Antonella una millennial, che si occupa di design.

La pandemia ha comportato uno spostamento dall’offline all’online anche nel settore delle vendite. Il suo modo di acquistare è cambiato oppure è rimasto lo stesso?

 I: Già prima della pandemia preferivo effettuare ordini online, con la pandemia effettuo il 90% degli acquisti online.

 A: Personalmente la predilezione per gli acquisti online è antecedente alla pandemia ed è motivata da ragioni di tempo, possibilità di scelta e di reso di un articolo in caso di acquisto sbagliato. Lavorando il tempo da dedicare allo shopping disponibile si riduce al weekend e si somma ad impegni extra lavorativi, per cui, sebbene una passeggiata rubata tra i negozi sia sempre piacevole, paradossalmente trovo l’acquisto online più “rilassante”, soprattutto considerato il fatto che, in caso di ripensamento, è possibile effettuare il reso senza dover essere costretti al cambio (cosa che richiederebbe altro tempo) come avviene in un negozio.

Gli acquisti in rete sono un trend destinato ad aumentare, per lei la vendita al dettaglio quali strategie dovrebbe adottare per essere considerata una modalità di acquisto ancora valida?

 I: La vendita al dettaglio, per essere valida, dovrebbe essere affiancata da commessi competenti in grado di aiutare il cliente ed aggiornarsi sui trend del momento, spesso si trovano articoli superati nei negozi.

A: Ricollegandomi a quanto detto precedentemente, sicuramente consentire ad un cliente di effettuare resi, oltre che cambi (ovviamente laddove possibile), potrebbe essere un incentivo alla vendita, oltre all’attivazione di strategie di vendita/ business alternativi, come ad esempio i loaning (noleggio/prestito di vestiti).

Le aziende investono sempre più nei social media, crede che sia una strategia efficace quella di affidare la promozione dei prodotti a dei content creators e non affidarsi solamente a metodi pubblicitari tradizionali?

I: È una strategia efficace se si affidano i prodotti a creators competenti, altrimenti è un danno per la promozione, secondo me.

A: Beh, sicuramente l’evoluzione del linguaggio pubblicitario deve andare di pari passo con il naturale evolversi di quello dell’audience di riferimento e, per quanto la pubblicità tradizionale resti uno zoccolo duro nella definizione dell’identità e del positioning di un brand (vedi i costi delle pagine promozionali sulle riviste/cartellonistica/tv), i social media sono uno strumento che raggiunge immediatamente un pubblico ormai estremamente variegato e soprattutto ricettivo al medium.

L’influencer è il lavoro di questo millennio, quanto è influenzata dalle sponsorizzazioni che queste persone promuovono nei loro canali?

I: Quasi per niente mi ritengo influenzata.

A: Personalmente non parlerei di influenzamento, quanto, piuttosto di informazione e aggiornamento sulle novità del mercato. Senza voler sminuire il ruolo dell’influencer, credo che le tendenze e le proposte del mercato vadano comunque rielaborate in base alla propria personalità, al proprio modo di essere e, senza voler invadere i limiti della body confidence, del proprio fisico. Per tale ragione, ben vengano degli ambasciatori che portino visibilità al nuovo (tenendo sempre in considerazione anche i limiti relativi a “quale nuovo” essi promuovano liberamente o dietro compenso), ma senza mai perdere di vista la propria identità e lo stile personale, oltre alla curiosità di scoprire quanto di bello sfugga all’attenzione stessa degli influencers.

Molte volte nei social, in particolare modo Instagram, si vedono in uno stesso giorno più persone promuovere lo stesso prodotto, con le stesse modalità, seguendo un vero e proprio copione. Questo conformismo è efficace o, al contrario, fastidioso per l’utente?

I: Molto fastidioso per l’utente.

A: Credo che, ormai, gli utenti stessi siano ben consapevoli di questo copione, tuttavia, nonostante sia diventato una sorta di rituale prevedibile, sortisce il suo effetto proprio perché, sottoposti da ogni dove, allo stesso prodotto, si finisce per abituarcisi e quindi, nella maggior parte dei casi ad accettarlo ed apprezzarlo.

Sempre parlando di influencers, ciò che queste persone indossano è visto da milioni di persone, le quali sono influenzate e per seguire i propri idoli cercano di imitarli. Questo porta alla creazione tendenze, migliaia di persone che comprano lo stesso prodotto. I social stanno forse portando a una spersonalizzazione della moda?

I: Assolutamente si, le persone cercano continuamente di imitare gli influencers senza ricercare una propria personalità nel vestirsi.

A: Decisamente e tragicamente sì. Trovo sia molto difficile, oggi, riconoscere al 100% un brand attraverso la sua proposta sul mercato, poiché le collezioni stesse non sono più il frutto esclusivo dell’estro creativo del designer, libero di creare, appunto, ma vengono sviluppate sotto l’egida dei venduti, di ferree analisi dei trend mercato, che, fatalmente, si riducono a cifre stilistiche stereotipate, tra i cui responsabili, gli influencers, appunto.

Un elemento fondamentale per poter vendere online è avere un solido storytelling, secondo le strategie di marketing. Lei è più propensa ad acquistare prodotti che raccontino una storia, suscitino un’emozione, oppure non è un requisito fondamentale? 

I: Dipende dall’articolo, ma solitamente sono molto interessata allo storytelling del prodotto.

A: Lavorando nel settore, per fortuna o purtroppo, so bene quali siano le dinamiche legate alla costruzione dell’immagine di un brand e del suo posizionamento sul mercato. Per cui, nel mio caso, guardo essenzialmente al prodotto nella sua fisicità in termini di design e materiali, ma mi rendo conto che per il cliente tipo, riconoscersi nel racconto che un brand, piuttosto che un altro, fa di sé è molto importante, perché in qualche modo aiuta a definire, raccontare se stessi al mondo, tramite gli abiti e/o gli accessori indossati.

Il tema scottante del momento è quello della sostenibilità. Tutti cercano di impegnarsi per migliorare e prendersi cura di questo mondo e i social media stanno facendo la loro parte, grazie alla mole di informazioni trasmesse. Questi mezzi di comunicazione hanno cambiato le sue modalità di acquisto? Quando acquista un capo si chiede quale può essere il suo impatto sull’ambiente?

I: I social hanno cambiato la mia modalità d’acquisto, cerco di informarmi di più, ma non penso all’impatto ambientale. Ho cercato di ridurre gli acquisti dai marchi di fast fashion.

A: Personalmente sono sempre stata una amante dell’up-cycling, avendo un’attitudine creativa e una naturale inclinazione al vedere possibilità laddove gli altri vedono un oggetto o un materiale alla fine del suo ciclo di vita ed inutile ad altri fini. Tuttavia, credo che l’insistenza su tematiche relative alla sostenibilità sia fondamentale e che stia sortendo i suoi effetti sui consumatori. La speranza è che ciò si traduca in lifestyle vero e proprio.

Da un lato, le persone nei social media si impegnano a trasmettere valori e messaggi positivi che riguardano la questione ambientale. Dall’altro lato, gli influencers sono creatori di tendenze che inevitabilmente portano a un consumismo eccessivo. Come si può risolvere questa ambivalenza?

I: Non credo sia possibile risolvere questa ambivalenza, ma sarebbe un impatto positivo se sponsorizzassero prodotti veramente sostenibili.

A: Credo che spesso capiti di chiedersi quale sia il ciclo di vita dei prodotti promossi in un solo scatto dall’influencer di turno, questo è un nodo cruciale che potrebbe sicuramente essere sfruttato vantaggiosamente. Si potrebbe pensare a delle pagine dedicate all’acquisto di questi articoli pre-loved dagli influencers, i cui proventi potrebbero essere investiti per iniziative sostenibili, ad esempio.

Per concludere, si aspetta un cambiamento significativo nel mondo della moda nei prossimi anni in virtù dei recenti avvenimenti?

I: Credo la moda sarà influenzata maggiormente dai social. Ci sarà un cambiamento significativo, ma in senso negativo se continuerà a basarsi sul consumismo. Le numerose collezioni per stare al passo con i trend hanno eliminato ciò che rendeva magica la moda secondo me.

A: Ammetto che speravo la pandemia offrisse l’occasione di ripensare il sistema di produzione e consumo dell’abbigliamento, portandoci a riflettere e a ridefinire le nostre abitudini di consumatori entro i termini della sostenibilità e dell’eco-compatibilità. Tuttavia, l’impressione è che, dopo il primo lockdown generale, poco sia cambiato da parte dei brand. Per tale ragione la speranza è che siano i consumatori a riferirsi al mercato con un atteggiamento rieducato e plasmato dall’insistenza sulle tematiche di cui sopra si parla.

 

 

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