Negli ultimi due anni un argomento ha fatto da fil rouge a tutte le nostre conversazioni: la pandemia. Ogni aspetto della nostra vita è stato colpito dal Covid, che ha inevitabilmente prodotto discussioni sul prima e dopo questa esperienza. Un “settore” colpito è quello della didattica.

Tra le persone che hanno risentito maggiormente di questa situazione ci sono gli studenti e i docenti. Una categoria di persone che si è ritrovata spaesata e ha dovuto fare i conti con la didattica a distanza, uno strumento non sempre utilizzato in maniera appropriata e che, in alcuni casi, ha portato all’esasperazione aspetti della scuola e dell’università già critici prima della pandemia. La situazione si è rivelata particolarmente grave per i bambini delle scuole dell’infanzia e delle elementari, per i quali l’online si è rivelato particolarmente difficoltoso, anche per la mancanza di socialità, del gioco e di movimento, ritrovandosi chiusi in casa. Dall’altro lato la creazione della MAD (messa a disposizione), che da aiuto temporaneo, è diventato un fenomeno che ha acuito il precariato degli insegnanti.

Nella rivista “Il Nodo. Per una pedagogia della persona. Pedagogia e pandemia, anno XXV, n. 51 (Dicembre 2021)” la professoressa di Pedagogia generale e sociale Sandra Chistolini, docente ordinario a Roma Tre, afferma che nella pandemia possiamo individuare due effetti, uno iniziale e uno finale. Il primo, collocabile nel primo lockdown, è quello dell’incertezza e della sorpresa. Il secondo quello della desolazione e della rinascita. Come riporta la professoressa Chistolini, con la pandemia la scuola non si è fermata, ma questa vicenda ha portato all’acuirsi di alcune situazioni negative già radicate nella scuola anche pre-pandemia, come la dispersione scolastica e l’incremento della povertà educativa, un problema dovuto al non accesso all’istruzione della popolazione scolastica. La mancanza di dispositivi è stata in alcuni casi compensata dalla scuola, ma nonostante l’esempio di alcune buone pratiche scolastiche a distanza, gli studenti hanno lamentato l’abbandono a sé stessi e la necessità di comunicare e rappresentare le loro necessità a insegnanti che erano lontani.

In questa intervista con la professoressa Sandra Chistolini si è cercato di dare delle risposte a dei quesiti sulla scuola e sull’insegnamento.

1-Qual è il suo bilancio finale sulla didattica a distanza? Come è stata gestita nella sua esperienza personale di docente?

S.C: È una domanda molto importante, perché siamo in un’epoca dove dovremmo averci lasciato alle spalle la distanza, perché siamo in presenza, anche se alcune cose continuiamo a farle online per risparmiare tempo e per chi vive lontano. Io parlo di pedagogia, perché mi occupo di essa. Il didattico fa pensare al didascalico, qualcosa per cui servono le istruzioni per l’uso. Nel caso del pedagogico parliamo di qualcosa che va a incidere sulla formazione di una persona, di un essere umano che si trova a contatto con situazioni emergenziali, la quali hanno richiesto un differente investimento, più elaborato e sofisticato rispetto al passato. Uno degli obiettivi era di evitare delle perdite dal punto di vista dell’istruzione e della formazione. La pedagogia ha cercato di mantenere alti gli obiettivi della formazione della persona in ogni età, dai bambini agli adulti. Si sono create nuove strade, nuove vie affinché l’obiettivo principale non venisse disatteso, non ci dimenticasse dell’importanza dell’istruzione. Questo impegno è stato rilevato come critico, ci sono state dispersioni, allontanamenti e perdite di istruzione, di cultura e informazione dovute al fatto che sia insegnanti che gli studenti hanno avuto difficoltà ad accettare questo ritmo e situazione di apprendimento e insegnamento. È stata una situazione difficile che ha portato a incrementi della dispersione scolastica, la quale negli ultimi anni abbiamo faticosamente abbassato. Noi siamo uno dei paesi in cui la dispersione scolastica è la più alta nella fascia di età dell’obbligo, un paese con meno studenti laureati in Europa. Con il Covid c’è stato un crollo, creando nuovi insuccessi, anche nella scuola dell’infanzia.

2- La pandemia ha portato i docenti a “scontrarsi” con la tecnologia e il doversi giostrare tra vari strumenti per poter continuare a fare lezione. È stato difficile lavorare in questa maniera? Le lezioni sono cambiate con la DAD o si è cercato di mantenere lo status quo però con un mezzo differente?

S.C: L’insegnamento a distanza ha i suoi vantaggi, è uno di quegli strumenti di cui possiamo fare uso nei momenti in cui c’è distanza, per esempio ci sono delle iniziative a livello internazionale con collegamenti online, perché si preferisce non viaggiare, ma ci sono sempre state anche prima della pandemia. Dobbiamo distinguere da un uso dello strumento online, una comunicazione online necessaria per l’oggetto di studio e lavoro che si sta perseguendo, da quello di strumento obbligatorio senza la quale non si può fare nulla. Ci sono tantissime differenziazioni da mettere in conto. Io ritengo l’online uno strumento utilissimo, che si deve e può usare, si può fare un richiamo continuo a esso nell’insegnamento. L’online dovrebbe facilitare il servizio, migliorare l’apprendimento sia dello studente che del professore.

3- La didattica a distanza potrebbe risultare uno strumento molto utile e rivoluzionare l’istruzione per il futuro. È molto utile per chi è fuorisede e non deve cercarsi una casa e spendere soldi per mantenersi, per chi è genitore, per chi lavora e per molte altre categorie di persone. Crede che la didattica a distanza sarà mantenuta nel futuro?

S.C: Non so quale strada vorrà perseguire l’università, ma dal punto di vista dell’interazione accademica, di quella tra studente e professore credo non potrà più essere eliminata. L’online ha smontato delle impalcature universitarie che si sono flessibilizzate. Quello che rimane di grande dubbio sono le lezioni: in Italia non abbiamo lezioni obbligatorie, lo studente può o non può frequentare. Le lezioni oggi sono in presenza, anche se in numero contingentato. L’università però mette a disposizione anche la lezione online, che è registrata. L’università ormai è h24, sono cadute una serie di categorie mentali, il modo di intendere la relazione studente e docente che non andavano bene non solo prima della pandemia, ma anche anni indietro. Questo perché non c’è il presupposto della obbligatorietà, se non c’è frequenza obbligatoria nessuno può essere obbligato a farlo. È più importante la relazione con lo studente, conoscerlo, perché questo fa parte della pedagogia. Un insegnante che non conosce i suoi studenti non esiste, nella mia opinione, questo vale per ogni livello di istruzione: dal nido all’università. Cade il presupposto epistemologico della pedagogia se tu non hai una relazione tra docente e studente. L’università dovrebbe mettere a disposizione una piattaforma affinché lo studente possa interagire con il professore, non solo le e-mail, ma anche forum dove si possono fare domande visibili a tutti, qui entra in gioco il concetto di condivisione, di comunicazione condivisa che dovrebbe andare a beneficio di tutti. Questo dovrebbe essere lo spirito di un’università che adotta l’online che è a servizio delle persone.

4- Per quanto riguarda le scuole dell’infanzia, di primo e secondo grado, invece, la didattica a distanza non si è sempre rivelata un buono strumento, anzi, si può quasi dire che i ragazzi hanno perso due anni di scuola. Perché secondo lei questa differenza?

S.C: Ci sono stati degli insuccessi anche nella scuola dell’infanzia, perché noi abbiamo lasciato i bambini a marzo 2020 con la chiusura delle scuole e a ottobre la riapertura è stata un disastro. Nonostante gli insegnanti e i genitori stessi abbiamo fatto tanto per tenere alta l’istruzione, l’attenzione e l’interesse, online non è stata la stessa cosa di stare in classe. Con il ritorno a scuola si è visto che questi bambini hanno perso tantissimo, anche in termini di movimento; ci sono stati casi in cui i bambini non sapevano più muoversi, non avevano più equilibrio perché lo spazio era stato cambiato completamente. Noi curiamo molto l’outdoor education, dove lo spazio è senza confini e i bambini possono correre e sperimentare, in casa queste cose non potevano essere fatte. Il danno subito dallo stare dentro casa si è potuto rilevare a partire da ottobre 2020.

5- Addentrandoci nella didattica vera e propria, nelle scuole e nelle università non c’è dibattito, ma ci sono professori in cattedra che spiegano, non pensa che il metodo di insegnamento italiano sia datato?

S.C: Non tutti vogliono il dibattito, c’è chi si sente disturbato da esso. Io ho studiato in Sapienza e qui io ho imparato a dialogare, a interagire, a essere critica. Oggi è difficile questo, potrebbe essere un fatto di eredità culturale, è un interrogativo che mi pongo.

Prima c’era dibattito, non c’erano solo gli spazi della lezione, ma anche i seminari, che oggi sono scomparsi, non esistono più. I seminari erano gli ambienti del dibattito scientifico, era il momento in cui si prendevano gli argomenti della lezione e ci si dialogava sopra, si rifletteva su di essi. Il seminario fa parte della vecchia cultura accademica europea ed è caduto con la riforma universitaria; quindi, si è persa una stazione importante della formazione scientifica. Ci sono le conferenze, ma anche esse sono chiuse, ordinate e predestinate, non c’è dibattito. È stata annullata la presenza del dibattito in università e un’università senza dibattito non può essere considerata tale.

6- Si potrebbero affiancare allo studio di un libro, anche la scrittura, la ricerca affinché fin da giovani si abbia la possibilità di costruirsi una propria posizione, un pensiero e non solo la mera ripetizione di un argomento, che molto spesso ci si dimentica dopo un esame o un compito in classe. Perché in Italia non è un metodo diffuso, soprattutto nelle scuole?

S.C: Questa domanda mi sorprende, pensavo che l’opportunità della ricerca autonoma e indipendente dello studente fosse stata acquistata dalla scuola, quindi c’è un’inversione di tendenza problematica. Dieci-quindici anni fa c’è stata la fase della ricerca, che con l’avvento di internet è stata molto semplificata. Probabilmente questo ha portato a un diverso atteggiamento e, quindi, considerare le ricerche inutili, in quanto non c’era un’indagine personale ma un semplice scaricare materiale da internet. Dalla scuola dell’infanzia, fino alla scuola media abbiamo un’impostazione che si basa sulla ricerca e la progettazione. Si invitano i bambini a fare un proprio percorso di ricerca, questo nella “scuola migliore”. Io mi occupo di outdoor education e scienze non si può fare solo in classe, ma anche nel bosco, nel parco.

7- La pandemia ha esasperato la disinformazione e la diffusione di complotti, posizioni no-vax, terrapiattisti, alimentando la paura. A livello governativo questa situazione non è stata gestita, ma una delle cause che ha portato a questo scenario possiamo individuarla anche a livello di istruzione?

S.C: Secondo me non sono la stessa cosa. La persona no-vax si pone in contrasto con lo Stato, con le norme, con i regolamenti, con la sicurezza, le norme igienico-sanitarie e con ciò che garantisce che sia tutto in ordine, per poi istruire al meglio. Si istruisce con le norme, senza le norme non si istruisce. Se tu non ti adatti alle norme, esempio il Greenpass, non ti istruisci. Se uno studente non ha il Greenpass resta escluso e isolato. Prima c’era l’isolamento dovuto dalla pandemia, dovevamo stare chiusi in casa perché c’era il pericolo del contagio, un isolamento costretto dallo Stato per garantire la sicurezza. Con l’apertura e le regole, l’isolamento è venuto fuori come effetto perverso della regolamentazione. Si entra in un nuovo isolamento, una persona è isolata perché può portare il contagio, perché senza Greenpass. C’è un processo di esaltazione dell’isolamento, non è più una società fondata sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza, ma una società che vive di isolamenti, di barriere, di steccati. Abbiamo riaperto, tutto in presenza, ma stiamo richiudendo perché mettiamo dei blocchi. Non sto giudicando il bene o il male del blocco, sto dicendo l’effetto che viene fuori. Il professore deve gestire di nuovo l’emergenza, prima era una adesso è un’altra. Io gestisco sia la presenza, sia l’online. Alla fine, la regola è che tutto è possibile.

8- Con la pandemia è nata la MAD, cioè la messa a disposizione per coprire posti vacanti nelle classi. Questo precariato è più un danno che un guadagno a livello di istruzione in quanto gli alunni non hanno continuità. Quale potrebbe essere una soluzione a questo problema?

S.C: Questo è il problema del precariato, una questione che ha a che fare non solo con la pandemia. La richiesta di persone per aiutare in questo periodo è nata dal fatto che non potevano stare più di un certo numero di alunni nella classe. Dovendo fare i gruppi, nella logica della sicurezza significa avere personale per poterli creare e da qui è nata l’idea di mandare persone ad aiutare nella scuola. Bene o male? Il principio era quello di non poter insegnare in una classe di venticinque persone per mancanza di spazio e sicurezza. Questa era la logica, non il precariato, ma oggi non c’è più. Oggi entriamo nella logica della supplenza, del sostituire l’insegnante. È qualcosa di ristretto nel tempo, in base alla situazione attuale. Non è bene per il fatto che non c’è relazione con lo studente, non si creano relazioni in due settimane, dal punto di vista pedagogico non è soddisfacente questo modello. Dal punto di vista di servizio reso dall’istituzione pubblica allo studente è assolto. È un sostegno agli studenti, ai ragazzi, ai bambini, ma non deve essere strutturato in una forma permanente, ha senso nella sua temporaneità. È contingente alla situazione di emergenza, questo provvedimento però già da adesso non deve esserci più. Non è una scelta privilegiata, anche il Ministero non la vorrebbe fare, ma davanti a una situazione dove le scuole richiedono personale, esso deve mettere a disposizione qualcuno. Sarebbe meglio mettere a disposizione personale di ruolo e non precariato. Da questo punto di vista è un danno enorme alla categoria di lavoratori. Pedagogicamente accetto l’aiuto, ma dal punto di vista del diritto del lavoratore no.

9- Il monte orario settimanale risulta spesso insufficiente per coprire, nel corso dell’anno, l’intero programma, considerando festività, verifiche e scioperi. Secondo lei come si potrebbe migliorare questa situazione?

S.C: Questi sono problemi secolari, per questo si fa una riduzione del programma. Il problema è che si riduce nelle scuole secondarie sulla contemporaneità, che non si studia più. Io portai Pasolini alla maturità e fui criticata perché la sua figura non era ben vista, ma in questo caso noi avevano la possibilità di scegliere l’autore da portare e scelsi lui perché non lo studiavamo. Avendo la libertà di scelta, potevo cercare ciò che i professori non mi facevano studiare. Ciò che mi preoccupa oggi, è se questo sia possibile. Lo studente ha la possibilità di andare oltre? Il nostro sistema dovrebbe permettere allo studente l’autonomia di scelta.

10- Secondo lei l’introduzione del Percorso Formativo 24 CFU ha avuto/ha una reale funzione oppure no?

S.C: Sì, è importante perché c’è tutta la parte pedagogica che gli insegnanti non studiano. Io sono per i 24 CFU perché ti formano pedagogicamente. L’insegnante di fisica o chimica non sa niente di pedagogia, che è la materia di base, come l’anatomia per i medici. La pedagogia deve essere studiata da tutti gli insegnanti.

Queste domande richiederebbero molto più di una sola intervista, ma libri interi per indagare a fondo il fenomeno scuola e i molteplici aspetti che la caratterizzano.  Non c’è una risposta univoca, ma soprattutto non c’è una risposta semplice. È stato sottolineato quanto la pedagogia, più del concetto di didattica, sia fondamentale, non solo nella scuola, ma nella vita di ognuno di noi.

È impossibile lasciarsi alle spalle la situazione drammatica che abbiamo vissuto, essa farà parte del nostro bagaglio emotivo e culturale. Da questo evento possiamo trarne una lezione molto importante: le relazioni sono fondamentali, non possiamo abbandonare le persone e lasciarle sole e questo può essere fatto grazie ai nuovi strumenti che abbiamo a disposizione, che sono una risorsa molto importante se utilizzati nella maniera appropriata. Dobbiamo riaprirci alla socialità e non chiuderci in isolament

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