TARANTO: IL CASO ILVA

Quindici milioni di metri quadrati di superficie, undicimila dipendenti ed il 75% del prodotto interno lordo della Provincia di Taranto.
Il gruppo ILVA è una multinazionale atta alla produzione e trasformazione dell’acciaio che possiede, ad oggi, 15 unità produttive, per una capacità di 8 milioni di tonnellate l’anno. Si tratta della più grande azienda siderurgica d’Europa, lo stabilimento ILVA di Taranto, costruito nel 1960 a spese dello stato (ex Italsider) ed inaugurato nel 1964.

Nel 1934 ci fu la scelta della città di Taranto come “zona ad hoc” per la costruzione dell’industria. Questo nonostante il dicieto di edificare stabilimenti industriali nelle vicinanze di zone abitate. La scelta mirava principalmente alla promozione di uno sviluppo economico, ad un fattore strategico, data la vicinanza col mare e dunque all’economicità della posizione. Sarebbe stato favorito il trasporto e la spedizione di materiale, in linea con la politica di quegli anni di aumento delle esportazioni. Ma ben presto arrivano le conseguenze per il mancato adempimento a ciò che, già nell’art. 2 della costituzione italiana, viene sancito: il diritto alla vita.

A PROPOSITO DI DIRITTO ALLA VITA

Una storia lunga e tragica quella dell’ILVA, che ha raccolto responsabili di diversi settori, da quello politico a quello industriale. Una storia, perlomeno la sua tragicità, che nasce negli anni ottanta, quando il settore siderurgico entra in crisi.

Nel 1988 il gruppo Italsider entra in liquidazione e sparisce. Siamo nel 1995, la fabbrica passa al gruppo Riva, tornando sotto l’originaria denominazione ILVA.
Le lunghe vicissitudini, che ci conducono ad oggi, partono nel 2008, quando vengono avviate delle inchieste, da parte dei magistrati tarantini, riguardo l’eventuale incidenza, sulla salute degli operai e dei cittadini di Taranto, dell’inquinamento causato dalla fabbrica.
Non si presenta infatti nuova la situazione ambientale della citta di Taranto, legata all’attività svolta dall’industria dell’ILVA.

Inchieste che ci conducono al 2012, quando numerosi membri della dirigenza vengono accusati dalla procura di Taranto per aver consapevolmente prodotto un alto livello di inquinamento compromettendo la salute dei lavoratori e dei cittadini stessi. È a tal punto bene precisare come non vi sia alcuna distanza di sicurezza, per gli abitanti del quartiere Tamburi, dall’industria. 135 i metri che separano la prima abitazione dal muro di recinzione dell’industria. Il doppio il numero di morti sul posto di lavoro, per incidenti di ogni tipo. Dal più brutale, come quello in cui perse la vita il giovane padre di famiglia, Alessandro Morricella, investito da una violenta fiammata di ghisa liquida, mentre svolgeva le sue operazioni di controllo della temperatura dell’altoforno. O ancora l’incidente in cui persero la vita Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre, entrambi uccisi dal crollo di una gru.

Senza dimenticarci delle scuole, tutt’ora frequentate da bambini e ragazzi, e per le quali non è ancora stato posto alcun provvedimento che garantisca ai giovani la possibilità di una crescita sana.
Ecco allora i vari decreti di commissariamento del 2013, lo scudo penale nel 2015 e i Salva-Ilva. Una lunga serie di decreti che hanno lasciato intatti i problemi sulla salute e sull’occupazione. Dilemmi insolubili sin dai tempi del governo Monti.

LA RESPONSABILITÀ PENALE È PERSONALE

E’ cosi che dopo 5 governi e 4 commissari, al termine del governo Gentiloni, nel 2018 Arcelor Mittal decide di prendere in mano l’ex industria Ilva con l’obiettivo di rilanciare il polo tarantino, nonostante le centinaia di morti sulla coscienza della fabbrica e gli anni difficili del commissariamento. Dal 2021 sarebbe scattato l’acquisto dell’industria da parte di Mittal, ma ben presto il governo decide di togliere lo scudo penale, ovvero la garanzia che i nuovi amministratori siano chiamati, nell’attuare il piano di risanamento, a rispondere di responsabilità precedenti il loro arrivo. A un anno dall’arrivo a Taranto Arcelor Mittal molla il colpo, restituisce l’Ilva allo Stato italiano.

I danni ambientali sono incalcolabili, cosi come i costi per eventuali attività produttive che sostituiscano la grande industria.
Eppure basti guardare Bilbao, Duisburg o Pittsburgh, come da situazioni analoghe hanno saputo rilanciare la città, offrendo un futuro diverso, con più salute, occupazione e turismo.

Fino ad ora nessun impianto è stato messo in sicurezza e nel frattempo mortalità e malformazioni sono sempre più sopra la media. Nessun accenno alla Costituzione italiana e a tutti i diritti violati. E dunque, che convenienza si ha nel mantenere attiva un’industria che accumula debiti e risulta essere dannosa per la salute degli abitanti?
Finché non si smetterà di optare per la massimizzazione dei profitti nessun privato porterà al primo posto la salute pubblica.

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