Il ricordo di Srebrenica e la fragilità dei Balcani

Srebrenica è il nome di una città in Bosnia che non è mai stato ricordato abbastanza. Probabilmente avrà un suono conosciuto ma veramente troppe poche persone sono informate sulla la storia ed il significato degli eventi che hanno avuto luogo proprio lì. Non si tratta di fatti appartenenti al passato che non possono essere cambiati bensì sono parte di un presente tragicamente ignorato.

Srebrenica è un esempio di giustizia mancata, delle mille bugie e scorciatoie usate sulla pelle dei civili, dell’incapacità di convivere come esseri umani. I libri di storia la citano appena, così come tutto il contesto delle guerre jugoslave. Eppure il 12 luglio sembra ci sia qualcosa da ricordare, un anniversario da celebrare. Era il 1995 e a Srebrenica, sotto gli occhi di tutti, avveniva un massacro che è stato riconosciuto come genocidio solo molto tempo dopo. C’è ancora chi si rifiuta di riconoscerlo come tale e negare giustizia alle vite di coloro che non volevano essere coinvolti in una guerra di nessuno.

GLI AVVENIMENTI FONDAMENTALI

Prima della fine del regime sovietico molti dei territori sottoposti al controllo socialista iniziarono a mostrare dei segnali di avvicinamento verso tendenze nazionaliste. Gli attuali stati di Croazia, Bosnia, Serbia, Slovenia, Macedonia e Montenegro componevano la Jugoslavia insieme ad altre zone e dopo la dominazione di Tito, nel 1980, ebbero inizio i primi scontri che si conclusero con l’indipendenza di Slovenia e Croazia nel 1991. E’ da notare che gran parte della Jugoslavia era praticamente dominata dai Serbi i quali si videro letteralmente spodestati del potere che il governo di Tito dava loro. Tra tutti gli altri territori, la Bosnia era il più complesso non solo per le costanti pressioni serbe relative ad una possibile annessione al proprio Stato bensì anche per il fatto che un numero quasi indefinito di etnie viveva nell’attuale area bosniaca.

Fino agli anni 80 questa multiculturalità era stata promossa dal precedente leader che però venne poi sostituito da Slobodan Milosevic, Presidente dello stato di Serbia tra il 1989 e il 1997, il quale non disdegnava l’appoggio al partito nazionalista SDS (Partito Democratico Serbo-Bosniaco) guidato dal leader Radovan Karadzic. L’obiettivo di quest’ultimo era quello di creare un territorio etnicamente omogeneo da annettere alla Serbia. Ci si chiederebbe perché in Bosnia ci fosse un partito che appoggiava i Serbi. La risposta è semplice: gli abitanti della Bosnia sono un mix di diversità da un punto di vista religioso così come di origine territoriale.

Si possono trovare infatti Croati Bosniaci, Serbi Bosniaci e Musulmani Bosniaci, gli ultimi distribuiti in maniera leggermente superiore rispetto ai Serbi.  Tuttavia ben si sanno le basi delle ideologie nazionaliste e la conseguente idea di un’etnia serba pura, non toccata da influenze differenti da quella cultura. Era, in apparenza, un presupposto fondamentale per poter avere uno Stato veramente unito. Ma sembrava che per poter ottenere tutto questo fosse necessaria una serie di violenze che diede il via alla guerra in Bosnia nel 1992. Proprio in quell’anno aveva luogo un referendum che avrebbe definito l’indipendenza della Bosnia.

I Serbo Bosniaci boicottarono il referendum ed un mese dopo, ad Aprile, si ribellarono dichiarando i territori da loro occupati come Repubblica Serba in Bosnia. Lo stesso fecero i Croato Bosniaci subito dopo. I Serbi Bosniaci appoggiati dai Serbi diedero vita ad una situazione terrificante che altro non può essere definita se non pulizia etnica nei confronti dei Musulmani della Bosnia. I numeri corrispondono a circa 4 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, trasferite dai Serbi in veri e propri campi di concentramento o semplicemente abbandonate e accolte altrove come rifugiati. Altre 30.000 sono disperse e le vittime sono più di 200.000.

Questa guerra fu combattuta su tre fronti ma furono i Bosniaci ed i Musulmani a subire le violenze peggiori soprattutto nei campi di detenzione di Prijedor, Omarska, Konjic e Dretelj. L’obiettivo era il “permanent removal of the majority of non Serbs, principally Bosnian Muslims and Bosnian Croats”. Tutto questo si svolgeva sotto lo sguardo delle Nazioni Unite che aveva inviato un contingente dell’UN peacekeeping army composto dalle truppe Dutchbat dell’Olanda che avrebbe dovuto assicurare, senza l’utilizzo di ulteriori maniere forti, un cessate il fuoco tra le parti coinvolte. Dovevano anche garantire la sicurezza dei civili sulla base del fatto che l’ONU aveva dichiarato la città di Srebrenica come “safe zone” nel 1993, poco prima che i Serbi tentassero l’attacco alla città. Questa denominazione comporta l’impossibilità di attacchi o di attività militari nell’area designata e quindi l’illegalità di qualsiasi azione che possa essere ricondotta a tale qualificazione. Srebrenica era talmente in pericolo per il semplice fatto che la sua posizione fosse a pochi chilometri dal fiume Drina, esattamente il confine naturale tra Bosnia e Serbia.

Era, quindi, il miglior punto di incontro per poter annettere definitivamente la Bosnia alla Serbia. E l’esercito serbo non si curò minimamente degli obblighi internazionali raggiungendo il suo scopo: nel 1995 i serbi occuparono Srebrenica e le forze per il mantenimento della pace dell’ONU non reagirono. Non si mosse neanche la NATO nonostante le continue richieste di rinforzi aerei da parte del comandante olandese. Mentre le Nazioni Unite erano in attesa di una decisione, di un ordine o di un intervento d’emergenza, l’esercito serbo iniziava quello sarebbe stato definito come un genocidio. Il 12 luglio dello stesso anno, il comandante serbo Mladic ordinò l’esecuzione di uomini e ragazzi musulmani: morirono in 8000 ed in 15000 tentarono la fuga tra i boschi verso Tuzla per scappare da Srebrenica. Gran parte di questi vennero catturati o uccisi sul posto.

Attualmente sono ancora in fase di ricerca i corpi di coloro che morirono tentando la via della foresta e, per questo, i numeri non sono ancora precisi. Il 21 Novembre del 1995 vennero firmati gli accordi di Daytona che posero fine alla guerra ma divisero la Bosnia in una parte definita Federazione Musulmano-Croata ed un’altra chiamata Repubblica Serbo Bosniaca. Srebrenica, paradossalmente, si trova ancora in quest’ultima.

LE VICENDE POST-SREBRENICA

Nel 1993 venne istituito il Tribunale Criminale Internazionale per processare i responsabili delle violazioni dei diritti umani in Jugoslavia. Vennero emesse due accuse per genocidio e vennero processati due ufficiali serbo bosniaci per crimini di genocidio. Solo nel 2007 la Corte di Giustizia Internazionale ha emesso la sentenza che ufficializzava la definizione di genocidio in relazione ai massacri di Srebrenica. Prima di tutto, però, questo risultato richiese anni di ricerche e prove da parte dell’ICTY (International Criminal Tribunal for Yugoslavia), dell’ICMP (International Commission on Missing Persons) con la scoperta di sepolture comuni nei pressi di Srebrenica e l’intervento dell’ONU in Francia, Olanda e Stati Uniti per capire come e per quale ragione non ci siano stati interventi da parte degli incaricati al mantenimento della pace nella zona. Quest’ultimo punto tuttavia resta ancora da chiarire.

Il 19 luglio del 2019 l’associazione Stichting Mothers of Srebrenica che riunisce le madri delle vittime del genocidio, vince la controversia contro l’Aia sulla base della sentenza della Corte suprema olandese che “issues a judicial declaration entailing that the State acted wrongfully by not offering the male refugees who were in the compound on 13 July 1995 the choice of remaining in the compound, thus depriving them of the 10% chance of not being exposed to inhumane treatment and execution by the Bosnian Serbs”. In sostanza il tribunale ha riconosciuto la responsabilità internazionale dello Stato olandese in relazione al mancato intervento dei militari del Dutchbat il 13 luglio in previsione della quasi sicura violazione dei diritti umani che si sarebbe verificata a causa dei Serbi. Nella sentenza appare chiaro che gli olandesi avevano sotto gli occhi le prove per poter dire che qualcosa non funzionava: vennero trovati nove corpi, si udirono degli spari ad intervalli regolari, chiaro segno di un’esecuzione. Insomma, era ben chiaro che qualcosa non fosse nella norma.

Inoltre il maggiore Franken del battaglione Dutchbat riceveva continuamente segnalazioni riguardo le violenze verso gli uomini musulmani che iniziarono ad essere registrati affinché potessero sperare in una protezione maggiore. Le responsabilità dei membri del contingente olandese non mancano, dunque, siccome tutti avevano notizia o sospetto dei pericoli. La domanda che ci si pone, tuttavia, è per quale ragione è stata considerata colpevole l’Olanda come Stato in sé e non ci sia ancora una definizione di responsabilità per le Nazioni Unite? E’ l’ONU che gestisce le missioni di pace condotte dai caschi blu. Analizzando le conclusioni della precedente sentenza appare che le Nazioni Unite siano responsabili della gestione di Dutchbat solo fino all’11 luglio 1995, data in cui Srebrenica viene invasa dai Serbi. Da quel momento in poi tutto ricade sulle spalle dell’Olanda. I documenti presi in considerazione durante l’analisi dei fatti e che avrebbero dovuto svolgere il compito di guidare l’attribuzione di responsabilità anche per l’ONU hanno, in realtà, causato un grosso problema di interpretazione. Questo mette sicuramente in dubbio la qualità della giustizia internazionale. Ma a parte l’aspetto prettamente giuridico della questione, c’è da sottolineare che da parte di alcuni Paesi manca perfino un riconoscimento del fatto che il massacro sia veramente avvenuto. La Serbia stessa per anni ha negato la sua responsabilità nonostante fosse chiaro che il suo ruolo fosse di primaria importanza.

LE SMENTITE, LE BUGIE E LE ACCUSE

Nel 2012 il presidente serbo Nicolic disse che non ci fu un genocidio a Srebrenica. Il Parlamento aveva, però, in precedenza, dimostrato comprensione e solidarietà nei confronti dei familiari delle vittime senza tuttavia mai nominare il termine “genocidio”. Ciò avvenne nel 2010 e il passo indietro del presidente si può definire come una semplice manovra politica. Il suo intento era naturalmente quello di deviare l’attenzione dal caso soprattutto in relazione al processo di avvicinamento all’Unione Europea. Ma questa scelta è la cosa peggiore che si potrebbe fare piuttosto che tentare di riconoscere le proprie colpe.

Nelle scuole stesse è raro che gli studenti ricevano un’educazione adeguata in riferimento agli anni delle guerre Jugoslave. Non viene dato un peso alle continue modifiche apportate alla storia. E questo ha comportato gravi ripercussioni durante le recenti tensioni nei Balcani. Naturalmente il primo e più vicino fattore di instabilità è lo scoppio della pandemia che ha particolarmente colpito la Serbia. I dati della John Hopkins University riportano 19.334 casi e 429 decessi su una popolazione di 7 milioni di persone. Il problema è che l’attuale Presidente serbo Aleksandar Vucic ed il suo governo non sono stati in grado di condurre una gestione soddisfacente. Dopo i primi mesi di restrizioni, il 6 luglio scorso è stato annunciato un nuovo lockdown per l’11 ed il 12 luglio in risposta ad un incremento dei casi nei primi giorni dello stesso mese.

Questo non ha fatto altro che aumentare la rabbia dei cittadini, soprattutto sostenitori dell’opposizione di destra ed estremisti di destra. Per le strade di Belgrado, la notte del 7 luglio, si sono verificati numerosi scontri, anche violenti, tra polizia e manifestanti i quali inneggiavano anche alle dimissioni di Vucic. Il suo annuncio è stato subito ritirato ma il malcontento non si è acquietato.

Si pensa che le precedenti misure contro il covid-19 siano state sospese solo per permettere lo svolgimento delle elezioni parlamentari di cui è risultato vincitore il Partito Progressista Serbo di Vucic. Non sono emerse, inoltre, ulteriori informazioni riguardo le libertà di assembramento o di spostamento dei cittadini serbi. Questa incertezza va ad aggiungersi alle continue diatribe che il Paese ha con i suoi confinanti. Un esempio è costituito dal Montenegro contro il quale la Serbia ha lanciato un’accusa per criticare l’arresto da parte delle autorità montenegrine di 8 sacerdoti serbo-ortodossi che avevano partecipato ad una processione religiosa a Niksic (Montenegro).

Il patriarca della Chiesa serbo-ortodossa ha appoggiato Vucic e la sua accusa, lamentando la situazione di oppressione che tale chiesa subisce in Montenegro. Da qui sono scaturite proteste in relazione alle discriminazioni che i cittadini di etnia serba vivono in questo Paese. C’è chi sostiene l’unione risalente al 1918 del culto serbo e cristiano ortodosso e chi invece vuole rispettare la legge sulla libertà religiosa dello scorso dicembre. Tuttavia questi contrasti ricordano ancora una volta le stesse difficoltà che la Bosnia viveva durante gli anni della guerra e del genocidio. Così come dopo il 1991 stavano sorgendo movimenti nazionalisti, adesso i partiti pro-fascisti cercano di ottenere consensi accusando i governi progressisti, come quello di Vucic, di inganni ed elezioni truccate. Così come durante la guerra con i musulmani, il problema viene fatto ricadere sulla chiesa serbo ortodossa.

Per non parlare poi dell’elevatissimo numero di migranti che spinge ai confini dei Balcani. Un articolo di Giorgio Fruscione per ISPI ci informa che nel 2016 l’UE aveva firmato un accordo con la Turchia chiudendo la rotta balcanica verso l’Europa. Tuttavia le vere tratte utilizzate continuarono a funzionare portando migliaia di migranti a restare bloccati in Serbia in condizioni precarie. In Bosnia molti di loro sono stati rinchiusi in campi, come quello di Vucjak, adesso chiuso su richiesta della comunità internazionale. Ma i respingimenti e le violenze non si fermano, fomentate dalle campagne elettorali di destra soprattutto in Serbia. Ancora una volta sono i più deboli a pagare le conseguenze. La comunità internazionale e l’Europa non danno segni di interessamento ed anzi molto spesso lasciano fin troppe libertà all’illegalità dilagante nel mercato dell’immigrazione soprattutto in questa difficile area. Se Srebrenica poteva essere evitata ed è comunque successo, adesso non si può più evitare nulla. E le conseguenze? Negare il genocidio di Srebrenica significa non escludere un suo possibile ritorno sotto diverse spoglie ma prima ancora di raggiungere livelli talmente esasperati, servono interventi diplomatici, servono azioni che prevengano altre guerre. Siamo ormai troppo fragili per permetterci di lottare ancora tra di noi.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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