Ambiguità apocalittica

È tempo di reagire. Il Covid-19 continua a mietere vittime. Parimenti devastante la crisi economica, col tempo conterà forse ancora più caduti. Avverrà tutto in maniera più velata. Sinuosa la recessione paleserà le conseguenze solo nel lungo periodo. Una crisi che probabilmente ci farà rimpiangere quella del 2008. Ma una certezza sussiste: la necessità concreta di affrontare tali criticità con gli opportuni strumenti, altrimenti gli effetti saranno di proporzioni bibliche e probabilmente irreversibili. In un clima già apocalittico questo scenario non è da augurare neanche al peggior nemico, perché le ripercussioni non risparmieranno nessuno, esattamente nella medesima forma con cui sta agendo il nuovo coronavirus che porta alla nota malattia covid-19.

E mentre alcuni politici (irresponsabili) pongono come tema imprescindibile la questione sull’apertura dei luoghi di culto, il resto della classe dirigente (i responsabili, nel caso ci fossero), dovrebbe comunicare a chiare lettere quale sarà il piano politico/economico per evitare il disastro. Sì, a chiare lettere. A seguire verrà argomentato come l’ambiguità dei politici sia la causa principale di tutti mali dell’Italia, almeno dal dopo guerra ad oggi (ma probabilmente anche da prima). In tempi di profonda innovazione ed acclarata necessità di adeguare molte abitudini “analogiche” convertendole in “digitali”, occorre fare una riflessione sulla logica informatica. Tale scienza vede, come suo paradigma, risposte inequivocabili (o 0 o 1) e questo concetto andrebbe applicato il più possibile al diritto italiano, dove le risposte a una fattispecie dovrebbero essere certe, ma nella realtà sono molteplici e confusionarie.

Al problema delle disposizioni mal congegnate, si aggiunge anche il loro elevatissimo numero. Per esempio l’abrogazione dovuta a disposizioni più recenti, secondo il criterio conologico, non annulla le norme precedenti. Vengono aggiunte quindi ulteriori leggi che modificheranno la normativa ove evidente (in maniera tacita o espressa). E, dove non avviene tale emendamento, occorre fare riferimento alle vecchie disposizioni. Questa è solo una delle cause del problema dovuto all’imponente produzione di atti che ha reso i codici italiani dei testi giganteschi e confusionari. Legando il tecnicismo appena descritto, in maniera molto semplificata, all’ambiguità normativa, risaltano i principali elementi della piaga che causa l’immobilità italiana: la burocrazia.

In questi giorni è stato empiricamente dimostrato un semplice corollario al teorema della globalizzazione che recita: il mondo non può fermarsi. Nell’era di massima espansione del capitalismo chi si ferma è perduto. In Italia c’è già il sentore del disastro che si va originando. Il lavoratore autonomo, il piccolo e medio imprenditore (quindi la fetta più consistente della produttività italiana), costretti a restare in casa due mesi, si sono visti crollare ogni certezza. Non sono disponibili ancora le tecnologie adatte, ma soprattutto manca la piena competenza nell’utilizzo di strumenti informatici, per riuscire a modificare radicalmente e repentinamente le abitudini lavorative. Inoltre è necessario considerare alcuni mestieri che non possono prescindere dalla presenza fisica nel luogo di esercizio. Per questo motivo la soluzione è a metà tra il cinismo anglosassone con la frettolosa riapertura totale delle aziende e la prudenziale ma disorganizzata fase 2 italiana.

Essendo necessarie tali scelte, la chiarezza è indispensabile nelle attuali circostanze. Gli italiani, così come il resto della popolazione mondiale, vivono nell’incertezza. Tutti stanno affrontando qualcosa di inedito e di spaventoso. Serve capire se esiste un piano ben congeniato per evitare baratro. E invece in televisione vengono mandati in onda comunicati incomprensibili, anche dagli esperti in materia. Comunicati che, è doveroso puntualizzare, passeranno alla storia a causa dell’atipico contenuto divulgato dato il particolare periodo corrente. E proprio quando tutti si affidano alla lettura delle disposizioni (Dpcm o Dl) per un chiarimento, i dubbi aumentano. Alcune delucidazioni arrivano solo attraverso le FAQ del Ministero. FAQ??  È doveroso chiarire che l’argomento trattato è sempre un atto amministrativo e non un argomento di un comunissimo forum. Oltre al dubbio valore giuridico che possano avere le FAQ, è necessario sciogliere un dilemma peculiare al Bel Paese. Come è possibile che gli italiani debbano ricorrere alle FAQ quando, a detta dei politici, è possibile “vantare” uno staff “impeccabile”? Tale supporto è composto da diverse task force (sicuramente non a titolo gratuito) che contano 3 volte il numero di esperti interpellati in Germania. Ma soprattutto l’Italia dovrebbe essere amministrata correttamente grazie al lavoro di una classe dirigente composta (anche) da giuristi che vantano cattedre in prestigiose università italiane e curriculum vertiginosi (veri o un po’ “gonfiati”).

L’ambiguità giuridica delle disposizioni e, di conseguenza delle norme, e della comunicazione dei politici potrebbe essere considerata la piaga più grave dell’Italia. Un’esagerazione? In ambito democratico assolutamente no. Il buon andamento di uno Stato dipende in primis dalle decisioni della classe dirigente al potere. Le istituzioni alla guida del paese dovrebbero dettare disposizioni e, di conseguenza, norme derivate: chiare e inequivocabili. L’interpretazione di una norma nebulosa e vaga crea incertezza in tutti i soggetti coinvolti. Occorre precisare che nel nostro ordinamento giuridico l’interpretazione che va adottata per prima è quella letterale. Questo vuol dire che dovrebbe essere seguita la volontà del legislatore. E come può essere svolto questo principio se tale volontà non è chiara? Un ordine giuridico degno di uno stato democratico scriverebbe disposizioni che vengano comprese immediatamente dai cittadini e solo in ultima istanza, per una consapevole violazione di questi ultimi, la loro interpretazione dovrà essere demandata ai giudici. Curioso che ultimamente l’unico appalto di cui si possa vantare la politica sia stata la rapida ricostruzione del ponte Morandi a Genova. Tale successo è derivato però dal non avere rispettato le regole e la prassi nell’aggiudicazione degli appalti.

Le comunicazioni di Giuseppe Conte in periodo di emergenza coronavirus sono l’esempio appropriato alla tematica appena trattata. Conte riveste tutti i ruoli a cui un giurista possa aspirare: Presidente del Consiglio, professore universitario di Diritto e Avvocato. Gli manca solo il ruolo di deputato ma avendo emanato, in poco tempo, diversi decreti legislativi e amministrativi può annoverarsi anche il titolo di esperto legislatore. Tornando ai discorsi pronunciati dal Presidente del Consiglio, in particolar modo quello che introduceva l’arrivo della “fase 2” avvenuta il 4 maggio 2020, è possibile dichiarare che: non si è capito nulla. Tutto era interdetto e allo stesso tempo tutto era possibile. Il fatto viene interpretato, di primo impatto, come ridicolo e risibile. Ma non è così. Soprattutto se il concetto viene esteso, come anticipato a inizio articolo, a tutta la storia italiana dal dopoguerra ad oggi.

L’ambiguità nella normativa non “produce” né colpevoli né innocenti. L’unica reazione che può ottenere è la soggettiva consapevolezza di stare sempre nel giusto, anche quando si compiono atti immorali e la conseguente rabbia di chi ne diviene la vittima. Ci sono esempi chiarificatori nella vita quotidiana del buon italiano medio. Perché siamo il paese con il tasso di evasione fiscale tra i più alti del mondo? Le norme tributarie sono incomprensibili, anche per gli addetti ai lavori. Nessuno riesce nel suo piccolo a interpretarle tutte e a starne al passo (la produzione di tali atti è praticamente continua). Quindi, chi legge una disposizione cerca di portare l’interpretazione a suo vantaggio:

  • questa imposta o questa tassa potrei non pagarla perché non mi riguarda o comunque riuscirei a impugnare una eventuale sanzione.

Questo ovviamente incentiva l’illecito o comunque spinge a compiere atti immorali, come quello di non pagare le tasse e quindi vivere alle spalle di chi le paga (in gergo scientifico si tratta di parassita). Chi se ne approfitta viene quasi “giustificato”, se non addirittura “legittimato” in caso di vittoria nel ricorso in tribunale. Eppure dovrebbe risultare chiaro che la spirale di immoralità non è vantaggiosa per nessuno, anche se in un ordine giuridico confusionario come quello italiano può portare all’impunità. Un esempio concreto è che la mancanza di soldi, dovuta in gran parte anche all’evasione fiscale, ha portato al collasso delle strutture sanitarie, proprio nel momento del bisogno durante l’emergenza coronavirus. Questo ha provocato un numero tale di vittime da essere superati solo dagli Stati Uniti che comunque hanno un numero di abitanti quasi 6 volte quello dell’Italia e un pessimo welfare e dal Regno Unito che ha reagito con incoscienza. Tutto mentre gli italiani gongolavano nell’illusione che la propria sanità fosse tra le migliori al mondo.

Dall’altro lato ci sono i pubblici ufficiali che devono far rispettare tali norme e le interpretano spesso in maniera troppo soggettiva, sanzionando, anche duramente, comportamenti non gravi e tralasciando atti indubbiamente più consistenti. Sempre ai tempi del coronavirus sono stati sanzionati rider (con importi superiori al proprio stipendio mensile) che facevano consegne tagliando per aree verdi non recintate. A chi avrebbero potuto nuocere? Individui da soli in spiaggia, sono stati fermati con un dispiegamento di forze degne nei confronti di un boss mafioso latitante. In contropartita, questi ultimi sono stati liberati dal carcere causa rischio covid-19. Ma vivendo in reclusione e spesso in isolamento, non rischiavano meno di chiunque vivesse una vita “normale” (se così si può dire) durante il lockdown? Intanto però era lecito fare file chilometriche per comprare il tabacco (rinomatamente letale per l’uomo ma remunerativo per l’erario) creando un assembramento legalizzato. Invece nella fase 2, a Milano, sono stati multati alcuni esercenti che manifestavano mantenendo le distanze di sicurezza. Protestavano per non avere ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato nonostante le palesi difficoltà economiche che stanno e dovranno affrontare. Ora, senza soldi, dovrenno pagare una sanzione di oltre 400 euro.

Queste ambiguità normative portano anche allo scontro sociale e alle problematiche già riscontrabili nel quotidiano. I social network sono pieni di discussioni su cosa sia possibile fare nel periodo di lockdown, come anche nella fase 2. Ognuno è convinto di avere la verità in mano e gli animi si scaldano formulando accuse su runner, padroni di animali, persone che escono per fare la spesa. E nel caos dell’antinomia, dell’anomia e della disinformazione tutti hanno torto e tutti hanno ragione. Anche la stessa Costituzione presenta difetti di interpretazione (per essere precisi revisioni costituzionali fatte in epoca contemporanea, vedi Titolo V). Se fossero inquadrate bene tutte le competenze tra Stato, Regioni e enti locali, non ci sarebbero discussioni sulle materie concorrenti e le responsabilità da addure alle diverse entità territoriali. E non si assisterebbe al continuo battibecco tra Stato e Regioni.

La soluzione c’è. È il momento che i professori, gli avvocati, i politici scendano dal piedistallo e comincino a pensare. Pensare al bene di tutti che inevitabilmente è pure il loro. I politici adottino meno l’oratoria e la retorica e utilizzino meglio le nozioni scientifiche per eliminare, per quanto sia possibile, l’ambiguità presente nell’ordinamento giuridico italiano. Tra le scienze che forse dovrebbero imparare a conoscere, come già suggerito in precedenza, ci sarebbe l’informatica, materia le cui nozioni sono divenute imprescindibili per sopravvivere nell’epoca attuale e nel futuro a cui si sta andando incontro. L’informatica porta con sé una filosofia molto più vicina alle materie scientifiche dove la verità è più netta e interpretabile e non lascia spazio a opportunismo, rabbia e irresponsabilità.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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