Quante volte, nella vita, ci capita di incontrare persone che a prima vista sembra abbiano una vita perfetta? Apparentemente è questo l’aspetto dei personaggi che troviamo in Arrivederci professore, secondo film di Wayne Roberts. Persone con un lavoro che pare cucitogli addosso, famiglie eleganti con figli meravigliosi ed una casa bellissima. Questa è la vita di Richard, interpretato magistralmente da Johnny Depp: un cinquantenne professore di letteratura inglese in un college privato. Almeno fino a quando non gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni al quarto stadio, con ormai metastasi che hanno raggiunto persino i reni. Aspettativa di vita? Sei mesi senza cure, forse un anno con le dovute cure. Richard rifiuta la chemioterapia e decide di vivere gli ultimi mesi appieno, non limitandosi, facendo quello che non ha mai fatto e soprattutto riflettendo sulla sua vita che gli sta sfuggendo di mano.

È un film diviso in capitoli, che ricordano un po’ le varie fasi del dolore (negazione, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione). È una storia di malattia, è vero ma soprattutto di liberazione strizzando l’occhiolino ad un altro grandissimo film americano, American Beauty, con meraviglioso Kevin Spacey (che questa volta, stranamente, non è il cattivo) nei panni di un impiegato cinquantenne che si ritrova ad affrontare la fatidica crisi di mezz’età alzando il velo della finzione dalla sua vita.
Richard si ritrova così non ad affrontare il solito iter di questa malattia (chemioterapia, radioterapia, operazione dipendentemente dal tipo di tumore che ci si trova ad affrontare), bensì a prenderne coscienza, ad abituarsi al fatto che la sua vita ormai è totalmente cambiata e questa consapevolezza lo porta a vivere anche lui. Vivere, verbo usato non a caso: fino ad ora il nostro protagonista si è limitato ad esistere. Esisteva e niente più. Così ha deciso di vivere, provare (chiederà una sigaretta ad un alunno e addirittura della marijuana), sperimentare (un pizzico di infedeltà e un rapporto omosessuale), essere sincero con sé stesso e con gli altri.

Il personaggio di Richard subisce una variazione sorprendente: passa da un professore che si limita a fare il suo lavoro ad uno che invece sprona gli allievi vogliosi (in un capitolo del film, Richard si ritroverà ad avere una classe composta da una decina di allievi, avendo promesso a tutti la sufficienza, se avessero scelto il corso solamente per limitarsi a farlo e niente più. Come nella vita lui si era limitato ad esistere e poi cambia approccio volendo vivere, così nel lavoro non si limita più alla figura di docente che spiega anche a chi non interessa ma insegna solamente a chi vuole imparare); da un marito stanco di quella vita ad uno che quella vita la prende in mano, con coraggio e decisione, chiedendo il divorzio così da lasciar libera sua moglie di vivere la sua relazione extraconiugale. L’unico aspetto che non viene modificato è quello del rapporto con sua figlia. Richard potrà non essere il marito perfetto, limitandosi a recitare appunto quella parte, ma non si può di certo dire che non è il padre che tutti vorrebbero: attento, premuroso e comprensivo, anche quando la figlia dichiara durante una cena di essere omosessuale. Al contrario della madre, che scoppia a ridere e cerca di farle cambiare idea, dicendo che non sa quello che dice, lui si dimostra sin da subito aperto e comprensivo, spronando la figlia a vivere la sua vita come meglio crede, al massimo delle sue aspettative. 

È una storia che si evolve andando avanti, come il personaggio principale, ma che rimane sempre fedele alla sentenza di morte iniziale, quella del tumore al polmone che negli USA è diventata la prima causa di morte del sesso maschile, con un’incidenza in costante aumento. Per quanto riguarda l’Italia, invece, il numero di nuovi casi per anno si aggira fra i 35-40.000/100.000 abitanti, con un tasso di mortalità di 81/100.00 negli uomini e 12/100.000 nelle donne. Tra le cause principali, oltre alla classica relazione tra neoplasia polmonare e fumo attivo (anche nella pellicola ci si scherza su, non avendo mai fumato il nostro professore), ci sono l’inquinamento atmosferico e lo smog, sempre più presenti ormai nel mondo industrializzato e, ovviamente, il fumo passivo.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una minore incidenza (numero di nuovi casi in un determinato periodo) negli uomini mentre è aumentata nelle donne. Questa metamorfosi si deve alla variazione di abitudine al fumo, minore nei maschi, maggiore nella popolazione di sesso femminile. 
Ci sono diversi fattori di rischio per il tumore al polmone e il più importante è sicuramente il fumo di sigaretta: maggiore è il numero di sigarette fumate, maggiore è la probabilità di ammalarsi di tumore al polmone. Parlando in numeri, che colpiscono più delle parole, il rischio aumenta di 14 volte rispetto ai non fumatori; sale a 20 invece se si fuma più di un pacchetto di sigarette al giorno. 

Come se non bastasse, esistono diversi tipi di tumore al polmone, due i principali: il tumore polmonare a piccole cellule (il nome scientifico è microcitoma, abbreviato come SCLC) che si sviluppa nei bronchi ed è costituito da cellule di piccole dimensioni. Si presenta in genere nei fumatori, mentre è più raro nei non fumatori. La caratteristica di questa forma di tumore a piccole cellule sta nel modo di replicarsi: essendo piccole le cellule, si replica più velocemente. Il tumore polmonare non a piccole cellule (abbreviato in NSCLC) è diviso in tre sottocategorie: il carcinoma spinocellulare (nasce nelle vie aeree di medio-grosso calibro ed è il tipo di tumore con la prognosi migliore); l’adenocarcinoma ( il più diffuso, rappresenta circa il 60% dei casi e, al contrario del primo tipo, si colloca nelle parti più periferiche, cioè nei bronchi di diametro minore. È quello più diffuso fra i non fumatori e talvolta è dato dalla presenza di cicatrici polmonari, come ad esempio vecchie infezioni come la tubercolosi); il carcinoma a grandi cellule (fortunatamente colpisce circa il 10%, perché è quello con la tendenza a crescere e a diffondersi più rapidamente rispetto agli altri). 

Il tumore al polmone è uno dei mali più subdoli, perché resta asintomatico nelle fasi iniziali, tant’è che la maggior parte delle volte viene diagnosticato nel mentre si sta cercando altro. Quando presenti, invece, i sintomi più frequenti sono ovviamente una tosse persistente, presenza di sangue nel catarro, dolore al petto, perdita di peso, stanchezza o frequenti infezioni polmonari, quali bronchiti o polmoniti che sono solite tornare dopo essere state curate adeguatamente. Può diffondersi anche in maniera piuttosto veloce, sia per via linfatica sia attraverso il flusso sanguigno. 

Il primo modo per prevenire il tumore al polmone è ovviamente quello di non fumare e, se non si ha quest’abitudine , respirare il meno possibile il fumo passivo (che ricordiamo che anch’esso è nocivo tanto quasi il fumo attivo). Se invece ci si trova in un ambiente lavorativo con alti fattori di rischio (un buon esempio è senza dubbio il lavoratore che si trova a dover maneggiare sostanze tossiche come l’amianto), è buona norma adottare tutte le misure di protezione per poter ridurre al minimo le probabilità e lavorare così in sicurezza. Oltre questo, ovviamente gli esperti consigliano un adeguato stile di vita, sano e bilanciato, ed esercizio fisico. 
È molto importante la prevenzione, in questo caso di tumore, perché come già detto non è di semplice identificazione ed anche gli esami a cui bisogna sottoporsi per diagnosticarlo (quali tomografie computerizzate che hanno un’ampia esposizione alle radiazioni o biopsie, cioè prelievi invasivi di tessuto polmonare) non sono consigliate se non si hanno sintomi evidenti. Un altro motivo, se non bastasse questo, è anche che il tasso di sopravvivenza è influenzato negativamente dal fatto che la malattia è quasi sempre diagnosticata quando il tumore si trova in stato avanzato e quindi comporta la comparsa dei sintomi (un po’ come è successo al nostro professore). 

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