L’ormai notoriamente conosciuto come Quartiere Africano corrisponde ad un’area del Quartiere Trieste, la cui principale caratteristica è la nomenclatura delle vie che lo costituiscono: tutte, infatti, fanno riferimento al passato coloniale italiano pre-novecentesco e novecentesco. Viale Libia, Viale Eritrea, Viale Somalia, Viale Etiopia sono le vie principali che costituiscono l’ossatura del quartiere, che si estende a nord del centro storico di Roma e presenta peculiari caratteristiche dal punto di vista storico e architettonico.

Nonostante il quartiere sia oggi densamente popolato, la conoscenza della storia a cui l’odonomastica delle vie si riferisce è ancora, per molti versi, poco approfondita. Il colonialismo italiano, prima ottocentesco e poi novecentesco, fa parte dei grandi rimossi storici del nostro tempo e da qui spesso deriva la causa di uno smarrimento di fronte a nomi di vie e piazze che proprio a quel segmento del passato si riferiscono. Il Quartiere Africano ne costituisce un ottimo esempio.

Edificazione del quartiere e caratteristiche urbanistico-architettoniche

Il Quartiere Africano si presenta, osservato da una mappa della città, come un irregolare rettangolo di quasi 4kmq racchiuso tra tre arterie principali e un fiume. Le tre vie sono Via Salaria a nord-est, Via Nomentana a sud-est e Via Regina Margherita a sud-ovest, mentre l’acqua del fiume Aniene lo cinge a nord-est. Il quartiere sorge negli anni Venti del Novecento con l’edificazione di villini destinati ad ospitare dipendenti delle Ferrovie dello Stato in un periodo in cui Roma, in quanto capitale del Fascismo, ne doveva diventare il palcoscenico e il simbolo della modernità verso cui il Paese protendeva. Il quartiere si è poi sviluppato maggiormente nel secondo dopoguerra, periodo a cui risale la costruzione dei caratteristici palazzi degli anni Cinquanta e Sessanta. Inizialmente, dal 1926 al 1946, il suo nome fu Quartiere Savoia in onore della residenza reale di Villa Ada, ubicata nei pressi dei Parioli e circondata da un grande parco all’interno del quale molti cittadini sovente trascorrono il proprio tempo libero.

I viali che costituiscono il quartiere sono molto larghi, con strade residenziali molto frequentate soprattutto per la ricca presenza di servizi di ogni tipo, da negozi alla moda sino a servizi di ristorazione, librerie (tra cui il grande punto vendita Feltrinelli in Viale Libia) e supermercati. L’intera area è facilmente raggiungibile utilizzando i mezzi di trasporto urbano, sia mediante le linee urbane dei bus, sia spostandosi in metropolitana. Le fermate di interesse sono Sant’Agnese-Annibaliano, che si trova in Piazza Annibaliano e nei pressi del complesso monumentale di Sant’Agnese fuori le mura, e Libia che sfocia esattamente nel Viale omonimo. La linea B1 della metro, inaugurata nel 2012, è una diramazione della linea B preesistente pensata proprio per collegare il centro della città al Quartiere Africano. Oggi il quartiere ospita anche molti studenti e studentesse universitarie, per via dell’estrema vicinanza all’Università LUISS, con i principali ingressi situati in Viale Romania e Viale Parenzo, e a collegamenti efficienti con le altre principali università della Capitale.

Non sono solo, però, complessi residenziali e negozi ad affollare quest’area del Quartiere Trieste. Molteplici sono, infatti, le costruzioni di importante valore architettonico ubicate al suo interno, tutte da scoprire con l’ausilio di scarpe comode ai piedi. Merita certamente un’occhiata la palazzina realizzata da Ugo Luccichenti, importante ingegnere e architetto specializzatosi nel settore dell’edilizia residenziale, situata in Viale Libia. L’edificio, risalente ai primi anni Cinquanta, si distingue dalle costruzioni contigue grazie allo sfalsamento dei piani degli alloggi e alle scale interamente vetrate. Restando in tema di costruzioni residenziali, di notevole interesse sono le Case a torre in Viale Etiopia, edificate anch’esse negli anni Cinquanta ed espressione lampante del neorealismo architettonico, nonché simbolo della ricostruzione del secondo dopoguerra.

Facendo un ampio balzo indietro nella storia, è impossibile non menzionare il magnifico complesso monumentale di Sant’Agnese fuori le mura già citato, che comprende un insieme di edifici cristiani costruiti in epoche diverse, tra cui i ruderi delle mura della Basilica costantiniana risalente al IV secolo. Quest’ultima, quando ormai fatiscente, fu sostituita dall’incantevole Basilica di Sant’Agnese voluta da Onorio I nel VII secolo ed edificata proprio sopra la tomba della martire Agnese. Insomma, per chi volesse avventurarsi in una zona di Roma che non conosce ancora, il Quartiere Africano offre bellezze e curiosità per tutti i gusti.

Sulle tracce del passato coloniale italiano

Il Quartiere Africano, insieme alle opere visibili lasciate dalla storia, presenta nell’odonomastica delle sue vie le tracce di un passato spesso sottaciuto: la storia dell’espansione coloniale italiana. Le parole di Igiaba Scego, scrittrice italo-somala nata a Roma, sono molto incisive in tal senso:

«In Italia alcune vie hanno i nomi dell’Africa. A Roma addirittura c’è il Quartiere Africano. In Viale Libia, ti dice qualche romano, ci sono bei negozi di abbigliamento, ci puoi fare qualche buon affare. Ma poi? Poi niente. Vanno in Viale Libia a comprarsi un maglione. Vivono in Via Migiurtinia o si baciano in Viale Somalia. Però ignorano la storia coloniale».

Nel suo memoir intitolato “La mia casa è dove sono“, pubblicato nel 2010, l’autrice intreccia i ricordi che la legano a specifici luoghi di Roma a quelli legati alla sua famiglia e alla sua seconda città, Mogadiscio in Somalia. Nel narrare parte della sua storia, Scego denuncia le discriminazioni subite a causa delle sue origini, riconducendole ad un’interiorizzazione di logiche coloniali che ancora permarrebbero inconsciamente nella società italiana. Gli italiani infatti, come tanti altri popoli colonizzatori, hanno «stuprato, ucciso, sbeffeggiato, inquinato, depredato, umiliato i popoli con cui sono venuti in contatto».

Una differenza c’è, spiega l’autrice, tra l’esperienza nostrana e quella di altri Paesi: in questi, nel secondo dopoguerra, si è molto discusso dei crimini commessi in terra altrui, mentre in Italia è avvenuta una specie di rimozione alimentata dalla convinzione degli “italiani brava gente”. All’origine vi sarebbe un tentativo di ridimensionare, rispetto all’attività di altri Stati nelle colonie, l’esperienza espansionistica dell’Italia e le sue atrocità. Se, quindi, siamo di fronte ad un gap da colmare assolutamente, di certo possiamo iniziare ad allenare la consapevolezza storica dei luoghi in cui viviamo, sostituendoci ai manuali di storia che si mostrano ancora incompleti in tal senso.

Brevemente, riassumiamo le tappe principali dell’esperienza coloniale italiana che, spesso, viene erroneamente fatta partire dal periodo fascista. Già successivamente all’Unità d’Italia sorge la volontà, da parte dei governi liberali, di espandersi in territori nuovi e consolidare, così, la propria reputazione internazionale affiancandosi agli altri Imperi coloniali preesistenti. La prima data da ricordare è il 1869, quando la società Rubattino di Genova acquista la Baia di Assab in Eritrea, che nel 1890 diverrà interamente un possedimento italiano e sua prima colonia. Quando Francesco Crispi sale al governo, riesce ad annettere anche la Somalia tra le colonie italiane, prima di una delle sconfitte più cocenti: con la volontà di ottenere anche la vicina Etiopia, il governo avvia una campagna militare che sfocerà nella famosissima disfatta di Adua. Da questo momento, l’opinione pubblica comincia a considerare sempre più criticamente l’impresa coloniale italiana.

I progetti espansionistici riprendono solo nel 1911 sotto il governo Giolitti, quando le mire dell’Italia puntano sulla Libia in mano agli Ottomani. La guerra italo-turca si conclude positivamente per gli italiani, ma il controllo del territorio risulta presto difficile nonostante l’Italia riesca a mantenere intatti i suoi possedimenti sino al primo dopoguerra. Un altro capitolo si apre con l’avvio del Ventennio fascista che, con la sua vocazione nazionalista, riprende le mire espansionistiche dell’Italia post-unitaria con anche maggior fervore, come dimostra la violenta repressione compiuta ai danni degli indigeni libici per placarne la resistenza e la conquista dell’Etiopia portata a termine con l’impiego di gas chimici. Con l’Eritrea, la Somalia e l’Etiopia sotto il governo italiano, nasceva l’Africa Orientale Italiana e con essa l’inasprimento di politiche e pratiche razziste che ancora alimentano l’immaginario collettivo. Nel secondo dopoguerra, dopo la disastrosa disfatta italiana, termina l’esperienza coloniale italiana. Scrivere ancora, e ancora, di questa importante parte di storia si riveste di fondamentale importanza quando si comprende che date e luoghi citati sono legati a vessazioni subite da parte di popolazioni inermi.

Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia: sono questi i nomi delle vie che hanno visto i passi di numerosi cittadini avvicendarsi nel corso degli anni, mentre una parte consistente della storia che rappresentano cadeva in un profondo oblio. Nell’ultimo periodo, a causa di fenomeni di discriminazione razziale e del dibattito sull’ancora assente riforma della legge sulla cittadinanza, il sorgere degli studi postcoloniali (insieme all’impegno di molti autori ed autrici come Igiaba Scego) ha contribuito a riportare alla luce della memoria le pratiche subordinanti svolte dai colonizzatori italiani ai danni dei colonizzati. Come sottolineato dai recenti studi, queste sarebbero alla base dell’ancora difficile accettazione dell’intersezione tra nerezza e italianità, della pelle nera considerata negativamente un “difetto” e dell’ipersessualizzazione delle donne africane, retaggio dell’immaginario coloniale delle “veneri nere”.

Per acquisire consapevolezza della storia e delle sue pieghe meno approfondite, nel Quartiere Africano si svolgono interessanti iniziative volte a promuovere una conoscenza più completa. Un progetto da segnalare è il Trekking UrbAfricano ideato dal Collettivo Tezeta ad inizio 2021 che, partendo dall’odonomastica coloniale del quartiere, intreccia approfondimenti storici con narrazioni raccolte direttamente dalla voce di persone eritree (https://resistenzeincirenaica.com/2022/02/06/trekking-urbafricano-un-percorso-lungo-un-anno/).

Interrogarsi sul presente per dar voce al passato: questo l’obiettivo che in molti, studiosi e studiose ma anche persone comuni, si stanno ponendo. Farlo è l’unico modo per poter vivere più consapevolmente i propri spazi quotidiani, e per costruire un futuro più radioso ed inclusivo per tutti.

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