Non passa giorno in cui non sentiamo parole come crisi climatica, cambiamento climatico, punto di non ritorno. Le leggiamo in diversi articoli, le sentiamo al telegiornale, ne parlano gli esperti e non solo, in questi ultimi giorni più che mai. Tra elicotteri e forze dell’ordine un’intera città, Roma, si è vista protagonista del G20. Tanti leader mondiali che subito dopo sono volati a Glasgow per la Cop26. Ne abbiamo sentite molte, ma realmente cosa sono tutte queste parole? Cosa è questa crisi climatica? Cerchiamo allora di capirlo in questa breve guida. Breve guida al cambiamento climatico INpressMAGAZINE Claudio Palazzi
Cause

È risaputo che l’uomo esercita una sempre maggiore influenza sui livelli del clima e sulle temperatura della Terra, un’influenza che porta ad un meccanismo di cause e conseguenze. La causa principale del cambiamento climatico è l’effetto serra, ossia l’effetto di alcuni gas che catturando e trattenendo il calore del sole provocano il riscaldamento globale. Se, da un lato, molti di questi gas sono presenti in natura, dall’altro, l’uomo, con la sua attività, porta ad un aumento delle loro concentrazioni nell’atmosfera. I gas che più contribuiscono a tale effetto sono l’anidride carbonica, il metano, l’ossido e l’azoto. A giocare, però, il ruolo fondamentale è proprio l’anidride carbonica.

Come detto, questi gas sono presenti in natura, il problema, tuttavia, sorge nell’aumento delle loro emissioni causato dalla combustione di carbone, petrolio e di tutti quei gas che contribuiscono alla produzione di anidride carbonica e ossido di azoto. All’aumento di emissioni concorre anche la crescente deforestazione, per la quale viene meno il naturale meccanismo di regolamentazione del clima dato dagli alberi che assorbono l’anidride carbonica. Dunque, nel momento in cui ci sono meno alberi, questi non riescono a prendere tutta l’anidride carbonica che invece tende ad accumularsi nell’atmosfera, contribuendo così all’effetto serra. Inoltre, a tali cause, si aggiunge l’utilizzo di fertilizzanti azotati e di gas fluorurati che vengono emessi da macchinari e prodotti i quali, a loro volta, causano un incremento dell’effetto sera, essendo esponenzialmente più forti dell’anidride carbonica stessa.

Conseguenze

Le conseguenze del cambiamento climatico interessano tutte le regioni del mondo, con differenti esiti. A causa del riscaldamento globale, infatti, i ghiacciai e le calotte polari si sciolgono ad un elevato ritmo provocando l’innalzamento del livello del mare e causando, di conseguenza, alluvioni e fenomeni di erosione. A questo si aggiungono precipitazioni e condizioni metereologiche estreme che sono sempre più diffuse nelle aree geografiche della Terra e che si verificano in modo sempre più frequente portando ad inondazioni e ad una generale carenza di risorse idriche a causa del deterioramento della qualità dell’acqua. Osservando quanto il cambiamento climatico sia un fenomeno globale, vediamo come i danni causati colpiscano tutto il mondo. Nell’Europa centro-meridionale, ad esempio, troviamo forti ondate di calore (quest’anno nel siracusano, in Sicilia, si è toccato il picco di 48.8°, record europeo), il che sta portando la regione ad essere sempre più arida e, conseguentemente, sempre più vulnerabile in termini di siccità e di incendi boschivi. Spostandoci nell’Europa settentrionale, invece, vediamo come la regione stia diventando sempre più umida con frequenti alluvioni invernali. I Paesi in via di sviluppo sono i più colpiti in quanto dipendono strettamente dal loro habitat naturale e dispongono di poche risorse per fronteggiare le conseguenze fisiche del cambiamento climatico.

 

 

 

 

 

 

 

Tali eventi, tuttavia, non hanno effetti unicamente sulla geografia della Terra, ma colpiscono direttamente anche l’uomo. Non solo quindi si metterebbe a rischio la salute delle popolazioni, si registrano infatti più decessi causati dalle condizioni climatiche estreme, come temperature estremamente elevate o estremamente basse, ma tali eventi metterebbero a rischio anche l’habitat in cui l’uomo vive. Le catastrofi naturali provocano danni sociali e perdite economiche, nelle quali vanno inclusi anche i settori che fortemente dipendono dal clima e dalle temperature, come l’agricoltura, la silvicoltura e l’energia. Allo stesso tempo, sono numerose le specie animali che non riescono ad adattarsi a questi cambiamenti e sono esposte a migrazioni ed estinzioni, due questioni che andranno ad impattare sull’intero ecosistema.

Il punto di non ritorno

Telegiornali, attivisti, leader, tutti parlano del cosiddetto “punto di non ritorno”, ma cosa è? L’idea dei punti di non ritorno è stata introdotta circa 20 anni fa dal IPCC, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamo Climatico. Inizialmente si pensava che questi punti critici fossero indipendenti gli uni dagli altri e, soprattutto, che sarebbero arrivati solo con il raggiungimento dell’innalzamento delle temperature globali a + 5°. Invece, secondo gli ultimi rapporti del IPCC, i cambiamenti irreversibili dati da questi punti critici potrebbero arrivare alla soglia dei + 2°. Nel 2008 da Nature sono stati individuati 15 potenziali punti di non ritorno e, con i livelli di riscaldamento attuale, 9 di questi sembrerebbero essere già attivi e interessano: il ghiaccio marino artico, la calotta glaciale della Groenlandia, le foreste boreali, il permafrost, ossia lo strato di terreno permanentemente gelato a qualche metro di profondità di diverse zone glaciali, l’AMOC (il capovolgimento meridionale della circolazione atlantica),  ovvero una corrente oceanica dell’Oceano Atlantico caratterizzata da un flusso verso nord di acqua salina calda e da un flusso verso sud di acqua fredda, la foresta pluviale amazzonica, i coralli, la calotta glaciale dell’Antartide e le aree dell’Antartide orientale.

Perché sotto i 2°?

Abbiamo nominato la soglia dei 2° e ne sentiamo parlare sempre più costantemente, ma cosa rappresenta questo limite? Perché proprio 2°? Il riferimento riguarda l’innalzamento della temperatura globale rispetto all’era pre-industriale, per cui, questi 2° sono il limite indicato al di sotto del quale si può ancora intervenire per evitare danni permanenti alla Terra. Ciò, però, non significa che l’aumento della temperatura globale pari a + 1° sia al di fuori dai rischi, anzi, come sottolineato da un report del 1996 dello Stockholm Environment Institute (Sei), superare la soglia di 1° comporta, in ogni caso, reazioni dannose per l’intero ecosistema, reazioni che sono sempre più rapide e, soprattutto, imprevedibili. Ad oggi, molti studiosi ritengono sia però impensabile mantenere l’aumento delle temperature sotto 1°. Oltre i 2°, tuttavia, il rischio di danni irreversibili aumenta esponenzialmente.

Secondo i ricercatori del Climate Analytics, l’intervallo tra 1,5° e 2°, è estremamente significativo. Tra queste due misure ci sarebbe un enorme divario tra eventi che possono ancora essere considerati al limite della variabilità naturale ed un completo, nuovo, imprevedibile, regime climatico, con conseguenze rischiose per l’habitat dell’uomo. Uno degli aspetti più preoccupanti riguardo la soglia dei 2° rimane l’innalzamento del livello del mare, che arriverebbe a salire di mezzo metro causando la perdita di terreni abitabili soprattutto nelle zone tropicali, così come ne risentirebbero gravemente le coltivazioni, con un imponente calo nella produzione agricola.

L’Accordo di Parigi

Il limite di 2°, nel corso degli anni, ha acquisito un ruolo sempre maggiore anche all’interno delle conferenze internazionali sul clima, diventando il protagonista di molti vertici. A Parigi nel 2015 si tenne la Cop21, da cui emerse l’importante, e fondamentale, Accordo di Parigi. Consapevoli dell’urgenza di trovare soluzioni concrete per risolvere la crisi climatica, e ben consci dei limiti già oltrepassati e quelli da non superare, in tale sede tutti i Paesi accettarono di collaborare per contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°, cercando di limitarlo a 1,5°, stabilendo una cornice per evitare il pericoloso cambiamento climatico. Nel quadro dell’Accordo ogni Paese si è impegnato a creare un piano nazionale volto ad indicare la misura della riduzione delle proprie emissioni, il cosiddetto Nationally Determined Contribution (NDC), ossia il Contributo determinato a livello nazionale. I Paesi, in quest’ambito, concordarono che ogni cinque anni avrebbero presentato un piano aggiornato di riduzione delle proprie emissioni, piano da presentare, per la prima volta, alla Cop26.

Il G20

Arriviamo ai nostri giorni, proprio a qualche settimana fa. Il nostro Paese si è reso protagonista di un’importante meeting mondiale, il G20. È bene allora fare chiarezza su cosa sia. Il G20 è la conferenza internazionale tra le principali economie mondiali. Composto da Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del sud, Regno Unito, Stati Uniti, Turchia, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa e Unione Europea, si tiene ogni anno dal 1999. I Paesi appartenenti rappresentano più del 80% dell’economia mondiale e il 60% della popolazione del pianeta. Al foro vengono invitati come ospiti anche altri Paesi, così come ugualmente partecipano diverse organizzazioni internazionali e regionali, dando al G20 un’ampia rappresentatività. L’agenda che verrà trattata dai leader mondiali e le sua attività viene stabilita dalla presidenza di turno in collaborazione con gli altri Paesi membri e, per assicurarne la continuità dei lavori, è stata istituita una “troika” formata dal Paese che detiene la presidenza, il suo predecessore e il suo successore. Ad esempio oggi è composta da Arabia Saudita, Italia, Indonesia.

Quest’anno il G20 si è tenuto a Roma, il 30 e 31 ottobre, e ha visto al centro delle discussioni la crisi climatica e la transizione ecologica. Cosa è emerso dal foro? Nel documento finale del vertice si legge che i Paesi si impegnano nell’affrontare la “minaccia urgente e critica del cambiamento climatico” per poter raggiungere i migliori risultati alla Cop26 di Glasgow. Viene riaffermato non solo l’impegno per una piena ed efficace implementazione del UNFCCC (Convezione quadro della Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) e dell’Accordo di Parigi, ma anche l’obiettivo dell’Accordo di tenere l’incremento delle temperature globali al di sotto dei 2°, cercando di limitarlo a 1,5° sopra il livello pre-industriale. I Paesi dichiarano, inoltre, di accelerare le loro azioni nell’ambito “dell’adattamento e del finanziamento” per riuscire ad ottenere l’urgente obiettivo delle zero emissioni per la metà del secolo. Il loro impegno è rivolto anche al supporto del recupero nazionale e di piani di resilienza attraverso la condivisione di ambiziose risorse finanziarie per far fronte al cambiamento climatico ed evitare danni all’ambiente. Nonostante non si sia riusciti a fissare la data per l’obiettivo delle zero emissioni al 2050, come sperato, sembrerebbe si sia comunque trovato un accordo, necessario per poter inaugurare, il giorno dopo, la Cop26.

La Cop26

Non facciamo in tempo a veder finire il G20 che tutti i leader mondiali volano verso Glasgow per dare il via alla Cop26. Nuovo incontro, diverso ambito, stesso tema. La Cop26, Conferenza delle Parti, è un vertice globale sul clima che le Nazioni Unite portano avanti da quasi 30 anni. Siamo arrivati al suo 26° vertice annuale, che si è tenuto dal 1 al 12 novembre a Glasgow. Alla conferenza partecipano più di 190 leader mondiali a cui si aggiungono negoziatori, rappresentanti di governo, imprese e cittadini. Nel frattempo, il Paese ospitante, il Regno Unito, precedentemente all’inaugurazione del vertice, ha lavorato con ciascun Paese per raggiungere un accordo su come affrontare la crisi.

Come dichiarato dal sito ufficiale della conferenza, gli obiettivi della Cop26 sono: “azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l’aumento delle temperature a 1,5°”, per cui viene richiesto ad ogni Paese di presentare obiettivi per la riduzione delle emissioni entro il 2030, allineandosi al raggiungimento di zero emissioni entro la metà del secolo, attraverso la riduzione della deforestazione, la transizione verso veicoli elettrici e gli investimenti in energie rinnovabili; “adattarsi per la salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali” per il quale è necessaria la collaborazione per incoraggiare i Paesi maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici mettendoli nelle condizioni di “proteggere e ripristinare gli ecosistemi” e costruire difese, infrastrutture e sistemi agricoli in grado di contrastare la perdita di abitazioni e mezzi di sussistenza; “mobilitare i finanziamenti”;  “collaborare”.

Numerosi sono stati gli impegni dei Paesi del vertice che li hanno visti incontrarsi per discutere questioni come i finanziamenti privati per il clima e il miglioramento del sostegno dei Paesi in Via di Sviluppo, nuove misure per aumentare più rapidamente l’energia pulita, discussioni sulla natura e sull’utilizzo del suolo così come sul fronteggiare un clima che è già cambiato, esplorando perdite e danni causati dalla crisi climatica.

Greta Thunberg e l’attivismo

Non si può però discutere di crisi climatica senza parlare di Greta Thunberg. Nominata persona dell’anno dal Time nel 2019, Greta Thunberg è una ragazza di appena 18 anni, diventata famosa internazionalmente per il suo sciopero per il cambiamento climatico. Nel 2018, a soli 15 anni, annuncia che, come protesta, non sarebbe più andata a scuola fino alle elezioni legislative in Svezia chiedendo al governo svedese di ridurre le emissioni di anidride carbonica come previsto dall’Accordo di Parigi. Una volta raggiunte le elezione, Greta continuerà la sua azione scioperando ogni venerdì. La sua lotta farà il giro del mondo e in breve tempo nascerà il movimento internazionale studentesco Fridays For Future. Di pari passo emergeranno numerose realtà di protesta e attivismo, tra le quali Extinction Rebellion. Ma cosa chiede Greta ai leader politici? Chiede un impegno reale e immediato da parte loro per affrontare realmente la crisi climatica, esprimendo estrema preoccupazione per le generazioni di oggi e, soprattutto, per quelle future, cercando di tenere alta e costante l’attenzione sul tema e sull’impatto che il clima ha sul nostro pianeta.

Recentemente si è tenuta la Youth4Climate, a Milano, una conferenza mondiale dei giovani. “Il cambiamento climatico non è solo una minaccia, è anche un’opportunità per creare un mondo più sano, più pulito e più verde, che porterebbe vantaggi a tutti” – dichiara in conferenza – “combattere il cambiamento climatico richiede cooperazione, innovazione e forza di volontà per produrre i cambiamenti di cui il mondo ha bisogno. Dobbiamo passare dalle parole ai fatti”. Nello stesso contesto, Greta ribadisce la necessità di trovare una transizione graduale verso un’economia sostenibile. Sostiene che sia ancora possibile invertire la rotta, ma servono, dice, riduzioni annuali, immediate e drastiche delle emissioni. Ciò che maggiormente denuncia, però, è la mancanza internazionale di azione dei leader mondiali che definisce “un tradimento verso tutte le generazioni presenti e future”.

Ostacoli e aspettative

Non è sicuramente facile raggiungere un accordo internazionale sul clima, ogni Paese ha i suoi interessi, ed è proprio all’interno del G20 che sono emersi i prevedibili ostacoli in materia. Paesi come l’India, la Cina, l’Indonesia, la Russia e l’Arabia Saudita, non hanno voluto allinearsi alla scadenza del 2050 come limite fissato per raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni, chiedendo scadenze meno esigenti e cercando di spostare la fatidica data al 2060. Inoltre, Cina e India, cedono con difficoltà alla questione sul carbone, una delle loro fonti primarie di energia.

XiJinping, nel suo intervento in conferenza, ha affermato che i Paesi a economia avanzata devono essere d’esempio sul fronte dell’azzeramento delle emissioni e devono attuare i loro dichiarati impegni sui finanziamenti per il clima fornendo la giusta ed adeguata tecnologia e qualsiasi strumento di sostegno ai Paesi in Via di Sviluppo che si trovano nelle situazioni di maggiore difficoltà. Allo stesso tempo, Boris Johnson ha dichiarato che bisogna essere modesti riguardo le aspettative sugli impegni per affrontare la crisi climatica. Un pensiero simile a quello di Joe Biden, che nelle scorse settimane ha espresso il suo scetticismo sulla reale possibilità che i maggiori inquinatori accettino l’impegno di tagliare le emissioni, uno scetticismo a cui da sfondo fa la tensione tra gli Stati Uniti e la Cina. Così, anche il Ministro dell’Ambiente tedesco, Svenja Schulze, esprime timori sulla possibilità di creare un “eccesso di aspettative”.

Il cambio di rotta arriva però nelle ultime giornate di Glasgow dove ci sono prove di disgelo nei rapporti tra Stati Uniti e Cina, di cui l’intera conferenza e il G20 avevano risentito, ma che sembrerebbero portare ad una svolta positiva per l’accordo sul clima attraverso negoziati e prevedendo un gruppo di lavoro bilaterale per potenziare le azioni necessarie.

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