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Con il 62% dei consensi alle ultime elezioni in Iran, ma una bassissima affluenza ai seggi elettorali, pari al 48,8%, è Ebrahim Raisi il nuovo presidente dello Stato, che entrerà in carica il prossimo 3 agosto. Successore di Hassan Rohani, Raisi è l’8° Presidente della Repubblica Islamica. Elezioni Iran. Vince l’ultraconservatore Ebrahim Raisi Direttore responsabile: Claudio Palazzi
Brevi cenni storici

Il neopresidente eletto rientra in una cornice di grande rilevanza all’interno della storia iraniana. Facendo un passo indietro, nel 1921, con un colpo di Stato, Reza Khan Pahlavi si impone al governo, autoincoronandosi Scià e iniziando quella che fu la dinastia Pahlavi, in carica fino al 1979. Reza Khan fu un sovrano senza dubbio moderno, che portò grandi innovazioni economiche e sociali, con uno sguardo sempre rivolto verso l’Occidente, un programma che continuò con l’operato del figlio Mohammad Reza Pahlavi. Egli strinse, infatti, rapporti con gli Stati Uniti, legati soprattutto agli interessi delle compagnie petrolifere, ma non nascose il crescente carattere nazionalista e autoritario del Paese.

L’operato della dinastia Pahlavi portò, però, malcontento all’interno dell’Iran: forze di opposizione laiche, da un lato, che domandavano riforme sempre più rapide, e gruppi islamici, dall’altro, che non approvavano la modernizzazione e il “pericoloso” avvicinamento all’Occidente. Tali dissapori si riunirono intorno alla figura, sempre più influente, di Khomeini, il quale si fece portavoce di grandi proteste. Qui si colloca la Rivoluzione Islamica, iniziata nel 1978 e conclusasi ufficialmente il 1° aprile 1979 con l’approvazione della nuova Costituzione teocratica. La Rivoluzione vide una trasformazione dell’Iran da monarchia assoluta a Repubblica Islamica guidata dall’Ayatollah Khomeini. Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce anche la figura di Ebrahim Raisi.

Nato nel 1960, Raisi sarà uno dei sostenitori della Rivoluzione Islamica e verrà nominato procuratore della città di Karaj nel 1981. Da lì inizia la sua scalata all’interno della giustizia iraniana che lo vedrà nominato, nel 2019, capo della giustizia del Paese dall’Ayatollah Ali Khamenei, succeduto a Khomeini dopo la sua morte nel 1989 e già allora Presidente della Repubblica Islamica. Ma la figura di Raisi farà parlare nel tempo, non solo per le sue idee ultraconservatrici e di forte sostegno alla Rivoluzione, ma anche perché, nel 1988, alla fine della guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), fece parte delle cosiddette “commissioni della morte”, che ordinarono l’esecuzione di numerosi oppositori e prigionieri politici.

Le elezioni

Le elezioni in Iran si sono svolte lo scorso 18 giugno e vedono Ebrahim Raisi vincitore sui suoi rivali: Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione e candidato conservatore, e Abdolnasser Hemmati, ex direttore della Banca Centrale e unico candidato moderato. Ma Raisi era già il favorito da tempo, soprattutto dal Consiglio dei Guardiani, l’organo che si occupa di selezionare i candidati prima delle elezioni. Sicuramente più vicino alle idee conservatrici e ultraconservatrici, il Consiglio aveva già escluso, a maggio, i candidati riformisti e moderati. Il favore nei confronti della vittoria dell’ultraconservatore arrivava, però, anche dalla Guida Suprema l’Ayatollah Khamenei, un favore dato per lo più dalla vicinanza di idee che presuppongono una continuità ideologica tra il neopresidente e quest’ultimo, un comun denominatore fatto di fedeltà alla Rivoluzione, alla Repubblica Islamica e di diffidenza nei confronti dell’Occidente, una linea che potrebbe aprire le porte a Raisi come papabile successore anche dell’Ayatollah.

Ma la scarsa affluenza ai seggi, quella che sembrerebbe essere la più bassa dalla nascita della Repubblica Islamica, suggerisce, in realtà, una sfiducia generale della popolazione iraniana nei confronti del presidente eletto. Ci si chiede se la sua linea tradizionalista non farà che ribaltare quel processo di laicizzazione iniziato dal suo predecessore Rohani, a livello nazionale e internazionale, ma soprattutto, se il neopresidente sarà davvero il capo dell’esecutivo iraniano, o si farà solo portavoce dell’Ayatollah.

Reazioni: dalla Russia agli Stati Uniti

L’Iran, a causa della sua storica ambizione a diventare potenza regionale, ha avuto relazioni complicate non solo con i Paesi vicini ma anche con gli Stati occidentali. Sono dunque molte le sfide che dovrà portare avanti e, infatti, non tardano ad arrivare le prime dichiarazioni dei capi di Stato riguardo al neopresidente iraniano.

“Le relazioni tra l’Iran e la Russia sono tradizionalmente amichevoli e i due Paesi godono di buone relazioni di vicinato. […] Spero che il suo mandato aiuti l’espansione della costruttiva reciproca cooperazione in campi diversi e ad azioni comuni sulle questioni internazionali per assicurare gli interessi delle due parti e assicurare la sicurezza e la stabilità della regione”

Così scrive Putin, facendo un chiaro riferimento alla necessità di mantenere la “stabilità della regione”. Bisogna però tenere a mente che la relazione tra Russia e Iran non è una semplice alleanza, sembrerebbe infatti essere più una “vicinanza tattica”, tra punti in comune e contrasti. Mentre la Repubblica Islamica vede l’alleanza con la Russia come un contrappeso all’Occidente, Mosca, dal canto suo, sembrerebbe utilizzare il suo maggior peso geopolitico su Teheran riguardo gli obiettivi comuni, come ad esempio l’intervento in Siria in favore di Assad, ma, allo stesso tempo, prendere facilmente le distanze dal governo iraniano sulle situazioni discordanti, tanto che, in sede del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Russia si unirà alla votazione per le sanzioni imposte all’Iran per il programma nucleare.

Arrivano dichiarazioni anche dalla Cina. Xi Jinping si congratula con Raisi. La Cina è infatti uno tra i principali, se non il principale, partner commerciale dell’Iran, nonché una delle potenze coinvolte nei negoziati per il rilancio dell’accordo sul programma nucleare iraniano del 2015. La relazione tra Pechino e Teheran si è andata intensificando soprattutto negli ultimi anni grazie, o a causa, dell’isolamento economico e diplomatico in cui si è trovata Teheran, vedendo così nella Cina, un alleato politico e diplomatico all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I due Paesi, entrambi colpiti da sanzioni statunitensi, hanno recentemente firmato un patto di “cooperazione strategica globale” per 25 anni.

E, se da un lato il nuovo Primo Ministro israeliano, Naftali Bennet, esprime parole molto dure nei confronti della vittoria dell’ultraconservatore iraniano, definendo la sua una “nomina” dell’Ayatollah Ali Khamenei e non un’elezione e affermando come egli sia “il presidente più estremista di sempre”, dall’altro lato, è diversa la reazione degli Stati Uniti.

La prima preoccupazione statunitense riguarda sicuramente i negoziati sul nucleare iraniano. Sotto la nuova presidenza Biden sono infatti riprese le trattative per rilanciare la diplomazia nucleare in Iran. Nel 2018 Trump era uscito dal Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action), l’accordo sul nucleare iraniano, voluto dall’amministrazione Obama nel 2015, imponendo delle sanzioni economiche all’Iran, accusato di aver violato gli accordi. Una mossa, quella di Trump, che fu fortemente criticata dagli altri Paesi firmatari, soprattutto perché tale decisione non fece altro che indebolire i sostenitori moderati, accrescendo invece l’influenza dell’ala conservatrice nel Paese. Ma nonostante la ripresa dei dialoghi, la vittoria dell’ultraconservatore iraniano potrebbe sollevare problemi al riguardo se si considera il quasi scontato orientamento politico del neopresidente, che potrebbe nuovamente compromettere i rapporti con i Paesi occidentali, soprattutto gli Stati Uniti.

Prime dichiarazioni

Come non sono tardate le reazioni dei Paesi alla vittoria di Ebrahim Raisi, non tardano neanche le sue prime dichiarazioni in conferenza stampa. Sono numerose infatti le affermazioni che sicuramente non lasciano molto spazio ad interpretazioni.

Raisi dice “no” all’incontro con Biden.

“Il mio messaggio agli USA è questo: tornate immediatamente all’accordo sul nucleare. […] Questa è la linea del governo attuale e del prossimo, vanno tolte tutte le sanzioni — continua Raisi — Sosterremo ogni negoziato che garantisca i nostri interessi nazionali, ma non intendiamo trattare solo per trattare.”

Secondo l’ultraconservatore, infatti, sarebbero gli Stati Uniti ad aver violato l’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015, mentre, dal canto loro, gli europei non avrebbero rispettato gli impegni presi, e alla richiesta di Washington di includere la questione all’interno di un accordo più ampio, Raisi affermerà che il programma di Teheran “non è negoziabile”.

Ma la politica estera non sarà limitata al solo accordo sul nucleare. Ebrahim Raisi dichiara di volere relazioni equilibrate con tutti i Paesi, vicini e non, a patto che diano garanzie per gli interessi nazionali. La priorità sarà il miglioramento dei rapporti con i vicini Paesi arabi, e, a tal proposito, conferma che “non ci sono problemi” per la ripresa del dialogo con la vicina e storicamente rivale Arabia Saudita, ammesso che sia disposta a fermare la sua ingerenza in Yemen.

Le priorità interne sono invece molteplici e vedono un necessario rilancio dell’economia, un’economia che ha sicuramente sofferto delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, ma ancor più della pandemia in corso.

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