Un operatore di borsa (fonte: Reuters)

In attesa dell’ennesima prova di taumaturgica transustaziazione europea alcuni piccoli indiani stanno gestendo le vite dei ciprioti come si trattasse di smerciare fiches in una untuosa partita a poker. Attorno al tavolo Wolfgang Schäuble, dal 2009 Ministro delle Finanze tedesco, Nicos Anastasiades, Presidente di Cipro e Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale. Attorniati -come un buon film kitsch sul poker- da una serie di comprimari, comparse, lacché, profittatori e sottobraccisti. Intanto Cipro -e l’Italia, e la Spagna, e il Portogallo, e la Grecia, e l’Irlanda, etc. etc.- rischiano grosso. Ma pazienza, il resto può aspettare. I tre piccoli indiani sono troppo occupati a giocare.

Quando la notizia è giunta agli allori della cronaca ha causato immediatamente ciò che era facile prevedere. Certo, riguardo l’esplosività della finanza cipriota si discuteva da tempo, proprio in previsione di un bailout assistito da FMI e Unione Europea. Ciò che ha però creato un vero e proprio caso sono state le condizioni imposte alla popolazione, primo fra tutti il prelievo forzoso dai conti correnti bancari. Un fatto senza precedenti, anche se non nella manovra in sé (un caso analogo è avvenuto già sotto il governo Amato). Ciò su cui invece si rimugina a Nicosia è la dinamica internazionale attorno all’intervento, con conseguenze ben immaginabili. Ad essere messa in dubbio è infatti l’egemonia tedesca, alla base dell’imposizione di una risoluzione tanto drastica. È infatti anche Il Sole 24 Ore -fonte affidabile- a riportare, assieme ad altre testate, come dietro la posizione dell’UE vi fossero soprattutto Germania, Finlandia e Olanda, questione sulla quale ha gettato le basi una guerra di attacchi e contrattacchi sull’intera stampa europea. Se è infatti reale l’inconsistenza retorica del “tutta colpa di Angela” -come sostiene John Muller su El Mundo (traduzione qui)- si può derivare dal cinismo in stampo Schauble, con tanto di invito nei suoi confronti a “ripassare la storia“, quanto dalla spasmodica ricerca di rassicurazioni non sul destino Cipro ma sulle probabilità di contagio, una certa tendenza dell’Europa a cedere la vittima sacrificale al mercato bancario piuttosto che rischiare di risvegliarne gli appetiti.

Se è vero che l’eccessiva “creatività” cipriota ha portato ad una situazione grottesca (un rapporto debito/pil dell’87%) è anche vero che non tutte le responsabilità possono essere fatte ricadere su Nicosia. A sostenerlo è Aristos Michailides , il quale spiega come lo sviluppo abnorme del settore finanziario derivi dalla necessità di riorientare l’economia dopo la parziale occupazione che a partire del 1974 ha portato la secessione di Cipro Nord. Il giornalista cipriota spiega inoltre come proprio i tedeschi -troppo spaventati dalla propria minoranza turca per alzare la voce contro l’occupazione- abbiano approfittato dell’isola per detenere 36 delle 80 società marittime straniere, contro le 3 russe. È allora -secondo Michailides- che qualche dubbio sorge sulla possibilità che sia proprio della penetrazione russa in quell’area strategica che i tedeschi hanno realmente paura.

E in effetti un concorrente si è presentato, e proprio mentre l’Europa -più precisamente il quartetto Merkel, Schauble, Katainen, Dijsselbloem– sbatteva grettamente la porta in faccia ai ciprioti, quasi una inospitale consuetudine ormai. Ora che il parlamento ha nettamente rigettato il blitz finanziario, in testa è infatti proprio la Russia. Al presidente Anastasiades è toccato di conseguenza l’arduo compito di timido, timidissimo, quasi inesistente mediatore tra Angela Merkel e Vladimir Putin. Sembra infatti essere la federazione la principale beneficiaria di un sistema tributario e di contrasto al riciclaggio più che opaco, una politica di attrazione dei capitali al limite del paradiso fiscale che ha permesso quel piano B tanto sbandierato dal presidente cipriota: l’acquisizione dei diritti sul gas naturale cipriota da parte russa. Una terza via -d’altronde- non è data. Il settore bancario occupa l’800% del Pil, e non può quindi essere salvato da Cipro. Ma paradossalmente neanche dall’Unione Europea, in quanto necessiterebbe di un prestito eccessivamente elevato.

Sarebbero necessari infatti all’incirca 17 miliardi di euro, che porterebbero il rapporto tra debito e Pil attorno al 200%, un livello decisamente insostenibile. Si potrebbe ricorrere ad un aiuto e non un prestito? Sì, ma l’UE vieta i trasferimenti, e quindi siamo da capo a dodici. Cosa si fa allora? Si provvede all’autofinanziamento (forzoso) dei ciprioti, senza calcolare che, come ogni tassazione sulla rendita finanziaria, essa tende intuitivamente ad essere inefficace all’aumentare della base imponibile. Paroloni? A spiegarlo è Gustavo Piga nel suo blog: si tratterebbe in sostanza di negare una scodella di lenticchie optando per una tassa che influirà solo sulla classe media, perché di certo gli oligarchi non staranno lì ad aspettare, ma anzi a quest’ora avranno già i loro “risparmi” da un’altra parte, magari a Madeira, che fa gli interessi dei paesi che contano e quindi può continuare ad essere un paradiso fiscale.

Si tassa, si tassa, ma nel frattempo si massacra l’intangibilità dei conti correnti e di conseguenza la fiducia nel credito (anche il mercato interbancario è stato congelato), che è poi -per dire- esattamente la ragione per cui una crisi economica ha inizio. Per dire. Ma va beh, sarà che Frau Merkel ha da recuperare -bacchettata da Schauble- quei 5,8 miliardi di esposizione tedesca a Cipro, che sono poi gli stessi richiesti indietro al paese, dunque l’angoscia di un’intera nazione non conta un beneamato nulla. Difficile poi che i piagnistei di Muller e altri commuovano qualcuno, specie i profeti di uno strisciante anti-germanesimo.

Certo è che l’ipertrofia di un settore tale da mangiare ogni possibile sostenibilità non spunta fuori dal nulla, e molti ci hanno mangiato e speculato sopra. Prendersela con il banchiere di turno è inutile, oltre che disonesto. E che anche Frau Merkel avrà i suoi problemi, arroccata in una posizione ormai insostenibile a prendersi le pietre -ricordiamolo sempre- per molti comprimari che dall’austerity traggono giovamento senza essere meta preferita di bombardamenti dei paesi che la crisi la stanno sentendo maggiormente (di nuovo Katainen in Finlandia, Schauble in Germania e Dijsselbloem in Olanda). Non possiamo esimerci però dal dedicare un podio speciale a tre piccoli miserabili indiani che stanno gestendo la crisi in maniera disastrosa, persi tra piccolezze, errori incomprensibili e incapacità totale di interagire con la realtà che li circonda.

Il terzo posto è sicuramente per Christine Lagarde, ormai abituata a vedere le profezie della propria organizzazione trasformarsi nella iettatura massima delle finanze pubblica, considerato che da Lehman Brothers a Cipro non ne hanno azzeccata una che una. Gli errori si fanno, ma è l’incapacità di comprendere, la totale mancanza di una naturale empatia che dovrebbe caratterizzare chi ricopre tali cariche ad essere sorprendente. La Lagarde è stata strutturalmente incapace di comunicare con i popoli sui quali ricadeva quella che è sembrata ogni volta la scure dell’FMI, ormai mistica figura di una divinità maligna definita come Troika.

L’argento non può andare che a Schauble, un vecchio arteriosclerotico per il quale sembra difficile non parafrasare la Legge di Murphy: se si può fare una dichiarazione suicida allora Schauble la esprimerà peggio. Le posizioni al riguardo sono le più diversificate, trovando in alcuni casi una umanità profonda che noi -semplicemente- non riusciamo a vedere in alcun modo, per quanto questo possa essere desolante. In ogni caso l’azione del Ministro delle Finanze tedesco è stata devastante, non c’è una sua dichiarazione che non abbia infiammato le conflittualità verso la Germania. Se Berlino è un potente paria nello scenario del sud-est del continente è anche colpa sua, anche se oggi il bersaglio preferito -più per pigrizia che per convinzione- continua ad essere Angela Merkel.

La ciliegina sulla torta non può che andare ad Anastasiades. Nell’infuriare della crisi che sta colpendo il suo popolo sembra Vittorio Emanuele III al momento della disfatta italiana. I ciprioti combattono col caos e lui balbetta con la Germania che è colpa loro se si è scelto il prelievo forzoso, aprendo una delle pagine più imbarazzanti dell’Europa contemporanea. Gli isolani arrivano ai bancomat armati di bulldozer, l’Inghilterra, che da sempre ha capito tutto lancia soccorsi ai propri compatrioti attuando una politica estera di puro sciacallaggio; Anastasiades cosa fa? Prima è con la Germania, poi con il Parlamento, poi ancora con la Russia, poi chissà. Se il debole è peggiore del carnefice perché è quello che non saprà mai difendere il giusto e la vittima, allora il Presidente cipriota è proprio questo. Il coraggio non è di tutti gli uomini politici, ma le responsabilità sì, e di fronte ad un popolo spaventato nessuna voce si è veramente levata a rassicurare chi in quel momento rischiava di vedere incidere una ferita perenne sui propri risparmi.

Verrebbe in conclusione da chiedersi davvero cosa accidenti sia venuto in mente a questi tre miserevoli indiani mentre interi paesi avevano bisogno di loro, che tanto avrebbero potuto e non hanno voluto fare. Per avidità, per paura, per mediocrità forse, ma la Storia non perdona, e chissà quando lo faranno i ciprioti, abbandonati da qualsiasi autorità, come prima i loro fratelli greci. Il caos non si genera per caso, ma dove lo Stato -o chi per lui- latita. E a Cipro non sventola nessuna bandiera, né cipriota né europea. Anzi, ringraziamo che non le ardano.

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