Corea 100 metri”: la soluzione a portata di mano?

Il 20 gennaio 2020 La Corea del Sud ha dichiarato il primo caso accertato di Covid19 e con una strategia impeccabile è riuscita a vincere la prima battaglia contro il virus. Perché il resto dei paesi (eccetto, con qualche variazione, Israele) non cede al fascino del modello vincente coreano?

Media4tech di Claudio Palazzi

Cenni storici

Il 15 agosto 1945, la penisola coreana subì la stessa sorte della capitale tedesca: divisa in due da un muro di munizioni, la Corea del nord venne occupata dal governo bolscevico e la Corea del sud degli alleati. Dopo il tentavo di invasione della Corea del sud da parte del governo di Pyongyang, e la conseguente guerra (giugno 1950- luglio 1953) che causò più di due milioni di morti, non si arrivò mai all’unificazione, neppure ad un trattato di pace. Venne stabilito un armistizio, il più lungo della storia, e un divario incolmabile tra la Repubblica Popolare Democratica di Corea, con capitale Pyongyang di stampo stalinista, e la Repubblica di Corea, con capitale Seul, dove vige una solida democrazia.

La Corea del Sud oggi è la quarta potenza economica asiatica; contando quasi venti milioni di abitanti, è una delle città più popolate al mondo e grazie ad un alto livello di risorse umane, la tecnologia informatica è stata protagonista di un sorprendente sviluppo.

La Corea del sud nel XXI secolo

Nel 2015 la Corea del Sud è stata colpita dalla Mers, o sindrome respiratoria medio orientale che, trovando impreparati il sistema statale e quello sanitario, ha causato circa duecento contagi e trentotto vittime. L’immediata conseguenza è stata l’emanazione di nuove leggi le quali, in occasioni d’emergenza, avrebbero permesso l’intervento immediato dello stato e l’applicazione di misure straordinarie; di fatto, nel 2016, quando il virus Zika ha attraversato il paese, l’effetto sorpresa, quello devastante, è stato evitato.

Nel 2020 Il crollo dell’economia è stato scongiurato dalla collaborazione di enti statali e laboratori privati; il dato rilevante, quello che mostra come il contagio sia stato limitato, è il numero dei test effettuati: duecentoquaranta mila in un mese e mezzo, circa venti mila al giorno, in stazioni mobili, cliniche private, e con visite a domicilio, riducendo al minimo il rischio dell’esposizione. Il successo è stato determinato dal mix di test a tappeto e l’uso di big data attraverso un app scaricabile sul telefono e il gps.

Corona 100M” è l’app che individua i luoghi e gli edifici frequentati da coloro che risultano positivi. Creata nel 2015, aggiornata nel 2020, ha contribuito a stabilire la tracciabilità delle persone infette, oltre al supporto di telecamere e movimenti bancari, per operare una manovra di contenimento del virus evitando l’arresto del sistema- produttivo e sociale- del paese. Il governo di Seul ha deciso di non stabilire una “zona rossa” piuttosto un rapporto di trasparenza e partecipazione con i cittadini.

Ostacoli da decostruire

Nonostante il tentativo del Veneto di avvicinarsi al modello coreano, si esita a progredire- anche ma non solo- per la controversia sulla privacy nata dall’utilizzo del sistema. È importante sottolineare la necessità di norme che tutelino il cittadino; in condizioni ordinarie ed extra, la libertà individuale è inviolabile, sempre. Eppure, in circostanze anomale, come quelle che stiamo sopportando – in Italia- dai primi di marzo, la bilancia oscilla, perché concedere una frattura nella privacy implicherebbe la luce del sole sulle gote: esempio lampante di conflitto di interessi.

La sentenza circa la disciplina, uno dei fattori fondamentali che ha evitato il diffondersi del virus in Corea del sud, è ancor meno definitiva o definita. Le differenze tra gli uomini nati in paesi differenti – se non concernono usi e costumi, e non è questo il caso- sono escluse dal dibattito tenuto a rigore di logica. Come i coreani, tutte le altre popolazioni stanno dimostrando una naturale tendenza alla preservazione e uno spiccato senso civico, rispettando le leggi che variano da paese a paese (talvolta da città a città).

Quando 327,2 milioni di persone sono sopraffatte, attraverso l’incessante lavoro dei media, da notizie diffuse da un presidente indifferente al “virus cinese” e, con un cambio repentino, dall’immagine di morte imminente qualora lascino le loro abitazioni, chi si deve biasimare se nei giorni immediatamente successivi non hanno rispettato il consiglio dello stesso presidente? Oppure, si consideri l’esempio britannico: sostenitore della “herd immunity”, per cui il sessanta percento della popolazione, naturalmente, avrebbe dovuto affrontare l’incubo letale, il primo ministro decide di cambiare strategia e dichiarare il lockdown – nel preciso momento in cui egli stesso viene colpito dal virus– due settimane dopo l’inizio della quarantena in Italia.

È accettabile parlare di disciplina, quando si dovrebbe discutere di coerenza e lungimiranza, ma è fondamentale inquadrare il soggetto analizzato: colui che sottovaluta la catastrofe perché dalla fine della Seconda guerra mondiale è riuscito ad evitarla, spostandosi schizofrenicamente un “po’ più in là”, è sotto i riflettori, in diretta per il confronto con le proprie responsabilità, perché scavalcare il fardello, o meglio passare la patata bollente, oggi, non è più possibile.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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