Parole di giovani immigrati a Londra: tra quarantena e Brexit

Roma, giorno 50 di lockdown. Ci domandiamo come sia il mondo oltre i 500 metri raggiungibili, come gli amici e i famigliari a cui abbiamo promesso di andare a trovare prima dell’inizio dell’estate vivano questo momento di assoluta straordinarietà.                 Durante il mio periodo di permanenza londinese ho conosciuto persone provenienti da tutto il mondo e, circa una settimana fa, ho deciso di video-intervistare Daniel e Miren, entrambi spagnoli trapiantati a Londra, quando la possibilità di una pandemia e dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea erano realtà estranee al mondo occidentale.

Miren, classe 1994, ha deciso di lasciare Getxo, Bilbao, per completare la sua carriera universitaria e iniziare quella lavorativa a Londra. Lo stesso vale per Daniel, nato nel 1992, che da Leganés, Madrid, è partito per approdare a Brixton, a pochi passi dal murales di David Bowie. Ho chiesto ai ragazzi come stessero affrontando psicologicamente e pragmaticamente la quarantena- iniziata a Londra il 23 Marzo- in un’aria tesa e nostalgica portata dalla diffusione del Covid-19 e la Brexit.

Come ci si sente a vivere una crisi tanto forte lontano da casa?

Miren: “Mi manca la mia famiglia. Credo di aver sviluppato una sorta di depressione. Nonostante abbia sempre vissuto da sola, o meglio con coinquilini semi sconosciuti, adesso risento della solitudine. Mi sarebbe piaciuto tornare a casa ma per evitare la diffusione sono rimasta a Londra .. in più, se anche fossi riuscita a partire per tempo, non avrei avuto la certezza di tornare, e non so come avrei gestito il lavoro.”

Daniel: “Per me è diverso, io vivo con il mio compagno, la mia vita è a Londra, con lui. Certo, la mia famiglia mi manca e sono preoccupato per loro, però so che stanno bene e loro sanno che io sto bene. Non sono felice di essere confinato dentro le mura domestiche, la noia è tanta, però non lo vivo come un dramma, oltre quello che già è di per sé.”

Come fate a mantenervi in una città tanto cara se non andate a lavoro?

Miren: “Alla fine del mese le mie entrate sono le stesse: il governo paga l’80% del mio stipendio e Stitchfix , l’azienda per cui lavoro, paga il restante 20%. Mi domando cosa pensino tutti quelli che hanno votato a favore della Brexit.

Daniel: “Per me vale lo stesso, Harrods , per cui io lavoro, paga il restante 20% e non ho problemi ad arrivare a fine mese, nonostante i prezzi siano aumentati e non riceva le commissioni ricavate dalla vendita.

A proposito di Brexit, sembra che il primo argomento di interesse generale sia stato privato della sua spotlight, voi cosa percepite?

Miren: “Da quando la diffusione del virus è stata annunciata sembra che tutti si siano dimenticati della Brexit. È come se magicamente fossero spariti i problemi, la preoccupazione, l’incertezza del futuro per noi senza cittadinanza britannica. Vediamo cosa succederà quando l’allarme pandemia finirà”

Daniel: “Io credo che lo sforzo sfibrante sostenuto dai medici ed infermieri che lavorano per NHS– un mix di inglesi e non- venga riconosciuto, e possibilmente qualcosa cambierà. È solo una mia idea, certo, ma ricordo perfettamente il messaggio di Pasqua di Boris Johnson -il primo ministro del Regno Unito- che dopo essere uscito dall’ospedale ha sottolineato che grazie all’attenzione costante di due infermieri, una neozelandese e uno portoghese, è riuscito a guarire. Insomma, il suo messaggio mi è sembrato “eurofriendly”.

Per concludere, pensate che le ripercussioni economiche del Covid-19 siano già evidenti?

Daniel: “In questo peridio ho finalmente avuto il tempo per inviare il mio curriculum a diverse imprese. Tutte, con differenti risposte automatiche, hanno replicato alla mia richiesta con “ci dispiace ma in questo periodo non stiamo assumendo”. È preoccupante, non avrei mai pensato che una città tanto florida e dinamica come Londra potesse essere estromessa dai suoi meccanismi naturali.”

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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