Oggi la riunione dell’Eurogruppo per rispondere all’emergenza. Cosa si deciderà?

Nel momento in cui le Nazioni europee più devastate dal coronavirus – Italia, Spagna, Francia – stanno dando segnali incoraggianti sui numeri del virus, l’UE ancora non si è espressa sulle linee da seguire per sostenere l’economia e contenere la crisi. L’incontro dei Ministri delle Finanze dell’eurozona, del 7 aprile, servirà a discutere quali misure dovranno essere messe in atto per contrastare le ripercussioni dovute alla pandemia da Covid-19.

L’unica certezza che si ha al momento è la visione di un’Europa divisa in due riguardo alle decisioni da prendere: tra il nord rigorista che non vuole accollarsi debiti altrui e accettando solo gli interventi previsti nei trattati, e un sud che chiede di andare oltre, proponendo misure più adatte per fronteggiare la crisi.

La situazione

I leader dei Paesi del nord ritengono che la pandemia debba essere affrontata con gli strumenti già previsti, perciò i Paesi più colpiti dovrebbero ricorrere al Mes – il meccanismo europeo di stabilità, o più semplicemente Fondo salva Stati – che ha una dotazione finanziaria da 410 mld.

Francia e Germania, secondo l’agenzia di stampa tedesca Dpa, sono favorevoli ad un utilizzo del Mes in maniera “light”, vale a dire la possibilità per gli Stati di ricorrere a una linea di credito del Mes fino al 2% del proprio Pil, che si andrebbe ad aggiungere agli strumenti proposti dalla Bei – un fondo per la garanzia dei prestiti a breve concessi alle imprese – e dalla Commissione UE – piano SURE, ossia un pacchetto di misure da 100 mld per contrastare la disoccupazione.

I leader dei Paesi del sud, invece, pur ammettendo che queste misure possano essere utili, ritengono però che siano insufficienti. E da qui le proposte di emettere dei bond a livello europeo, “emessi per uno specifico scopo e come misura “one-off” destinata a rispondere esclusivamente a queste circostanze eccezionali”, come ha detto Paolo Gentiloni in un’intervista rilasciato al quotidiano tedesco Die Welt.

Alle sue parole fa eco anche l’appello del premier spagnolo Pedro Sanchez che in una lettera aperta chiama l’Europa ad essere “all’altezza delle circostanze”, perché è qui che si gioca il suo futuro, e la strada da seguire è quella di “mettere in piedi un’economia di guerra e promuovere la resistenza, la ricostruzione e la ripresa europea. E dovrà farlo quanto prima con misure volte a sostenere l’indebitamento pubblico che molti Stati si stanno addossando.

E dovrà farlo dopo, una volta superata l’emergenza sanitaria, al fine di ricostruire le economie del continente”. Sanchez continua invocando un piano Marshall europeo (finanziato anche tramite coronabond), proposta che ha trovato il sostegno da più parti all’interno dell’UE, e ribadita da Ursula von der Leyen la quale ha parlato “di un nuovo bilancio UE, più forte e potenziato, per sostenere investimenti massicci in vista di un piano Marshall per l’Europa”.

Coronabond cos’è? È applicabile?

Ormai sono giorni che sentiamo parlare di coronabond, o eurobond, e dovrebbe essere chiaro cosa sono, ma se non lo fosse, si tratta di misure di finanziamento che consentono di emettere titoli di debito garantiti da tutta i Paesi dell’area euro. Il principio è lo stesso dei bond nazionali: lo Stato per ottenere fondi in prestito emette dei titoli di debito e ne determina rendimento e garanzie. Il problema è che questo ragionamento non può applicarsi all’UE.

Mancando una politica fiscale comune non esiste la possibilità di emettere titoli europei, e l’unico modo sarebbe quello di cedere parte della propria sovranità fiscale nazionale in vista di un più radicale passaggio a quegli Stati Uniti d’Europa a cui si auspica da tempo. Una proposta già avanzata in precedenza da vari esponenti politici europei che però ha trovato sia la resistenza di chi ritiene più utile la concorrenza fiscale tra Stati, e sia barriere sovraniste non disposte a cedere parte della propria sovranità nazionale ad altri organi sovrastatali. E in ogni caso, l’eurobond, è una proposta che richiede una riforma dell’UE che al momento è difficile da auspicare, per lo meno in tempi brevi.

Come si muove l’Ue

Ursula von der Leyen ha presentato in Commissione UE il piano SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), uno strumento contro la disoccupazione garantito da tutti gli Stati membri, attraverso il quale verranno mobilitate risorse fino a 100 miliardi di euro per difendere il lavoro nei Paesi più colpiti dalla pandemia. La Presidente della Commissione UE ha detto che “con Sure introduciamo il concetto di short-time work (lavoro ridotto) che permetterà alle persone di mantenere la propria occupazione, alle aziende di sopravvivere in mancanza di domanda e di ripartire con più forza quando la crisi sarà finita”.

Però, come avvisa Sergio Fabbrini dalle pagine del Sole 24 ore, il Sure “non è uno strumento finanziario ideale. Esso si basa sul modello del Mesf del 2010, in quanto è istituito attraverso un regolamento del Consiglio, che consente alla Commissione di emettere titoli di debito pubblico (garantiti dal budget dell’Ue e degli Stati membri, Premessa, Punto 9) con cui raccogliere fondi per i Paesi che ne hanno bisogno.

Tuttavia, i fondi trasferiti agli stati sono prestiti (indebitamento) che peseranno sul loro futuro bilancio pubblico, fino a quando non saranno restituiti. Così condizionando, per essere chiari, le risorse che quegli stati potranno utilizzare nella fase della ricostruzione post-pandemia.” E perciò sarebbe necessario rispondere all’emergenza più con sovvenzioni finanziate dalla fiscalità generale che con prestiti, in una risposta più propriamente federale come avviene negli USA (ad es. il programma approvato il 20 marzo scorso, il Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security (Cares) di 2 trilioni di dollari).

In ogni caso si tratterebbe di una soluzione accolta con favore sia dalle istituzioni europee che dai singoli Paesi membri, compresi quelli più scettici riguardo all’uso del debito, e se sarà approvata nella riunione dell’Eurogruppo potrebbe essere applicata già nell’immediato, insieme alle altre misure esaminate in questi giorni che coinvolgono il Mes e la Bei, e su cui Francia e Germania avrebbero trovato già un accordo.

Per quanto riguarda il primo, come si diceva prima, viene invocato dai Paesi del nord, e al momento sembra l’unica via di finanziamento percorribile per gli Stati. Nelle intenzioni – a cui nessuno Stato si è opposto – si andrebbe ad utilizzare uno strumento già disponibile rendendolo però più malleabile nell’approccio all’emergenza: una nuova linea di credito precauzionale a condizioni rafforzate (Eccl) applicata in modo “light”, con condizioni alleggerite. Gli Stati membri riceverebbero risorse per un pari al 2% del proprio Pil impegnandosi a destinarle a spese sanitarie e di tipo economico e, una volta superata la fase più acuta, si ritornerebbe a rispettare gli obiettivi di deficit e di bilancio senza però ricorrere al meccanismo di monitoraggio della Troika.

L’altro intervento che verrà discusso nella riunione dell’Eurogruppo è il potenziamento della Banca Europea per gli investimenti, che prevede uno stanziamento da 25 mld che consentirà di offrire liquidità alle imprese europee con un piano di investimento fino a 200 mld di euro.

Per il momento difficilmente si deciderà sui coronabond e l’Eurogruppo potrebbe rinviare la decisione in futuro per l’incontro dei 27 capi di Stato e di governo che probabilmente sembra destinato a slittare dopo pasqua. Per quanto riguarda il Mes il ministro Gualtieri ha detto in una nota: “per l’Italia è uno strumento inadatto a gestire questa crisi nella forma attuale.

Come ha detto il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, solo un MES senza condizionalità che conservi del vecchio meccanismo solo il nome, diventando di fatto un fondo per la lotta alla pandemia, potrebbe essere adeguato a concorrere, insieme agli altri strumenti, a una risposta europea all’altezza della sfida che deve essere imperniata su soluzioni nuove”. Ribadendo l’importanza “dell’uso dei bond europei per finanziare i piani nazionali di risposta all’emergenza coronavirus, perché non possiamo rispondere a uno shock comune e simmetrico con politiche fiscali asimmetriche che amplierebbero i divari tra Paesi.”

Intanto il rischio di un’Europa che possa inciampare e farsi male seriamente c’è. In Italia lo scetticismo anti-europeista è in crescita, e il Financial Times si chiede se l’Europa non stia perdendo la sua penisola. Seppur le algide risposte nordiche in parte si stiano attenuando, e gli aiuti dell’Ue sul piano finanziario e sanitario siano stati per l’Italia più consistenti rispetto a quelli della Russia e di altre nazioni, come dice Tusk “in politica la percezione può essere più importante dei fatti”, ed ecco che sono sempre di più, anche all’interno di fazioni filo-europee, a chiedersi a cosa serva l’UE se rimane così indifferente alle grida di aiuto del suo popolo.

Certo è che se la linea rimarrà così serrata, con un nord filo-tedesco che può decidere con forse troppa discrezione il destino di intere Nazioni, il futuro europeo non brilla.
E chissà se gli inglesi non ci avevano visto giusto su questa Europa.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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