Coronavirus: in quarantena anche l’economia mondiale

Numeri, numeri e poi ancora numeri. Dallo zapping in Tv, ai post sui social, fino alle parole sentite di sfuggita per strada o addirittura nella conversazione a proposito dell’ultima giornata di campionato, i numeri del coronavirus – o Sars-CoV-2 che dir si voglia – riempiono le nostre giornate con dosi massicce da bollettino di guerra.

Media4tech di Claudio Palazzi

Cifre minuziose servite minuto per minuto a proposito di ammalati, di guariti e di morti, che ci consolano, ci rilassano, ci sconfortano in una giostra di emozioni utile a rimpinzare di click e di views l’avido appetito di share della stampa nazionalpopolare. Solo per fare un esempio, il settimanale statunitense Time aveva pubblicato un articolo in cui metteva a confronto gli articoli in lingua inglese che contenevano la parola ‘coronavirus’ con gli articoli in lingua inglese che contenevano invece la parola ‘ebola’. Risultato? A gennaio 2020 gli articoli con la parola coronavirus all’interno erano 41.000 mentre quelli che contenevano la parola ebola, nel primo mese dell’epidemia (agosto 2018), sono stati 1800.

L’allarme sembra però essere diventato più che concreto: il virus ha scavalcato i confini e le zone rosse, non è più così distante come si pensava e potenzialmente può essere dappertutto. L’Italia cerca di non sbandare sotto decreti governativi e inviti delle organizzazioni sanitarie ma la realtà parla di un Paese sconvolto, disorientato, che cerca di darsi una controllata ma non riesce a frenare gli impulsi.

Ed è così che il panico dilaga proprio nel momento in cui bisognerebbe mantenere la calma e la saldezza di nervi necessarie per superare il momento critico. Due sono i casi più eclatanti simbolo di questa isteria: l’esodo al sud nelle ultime ore di migliaia di persone residenti nelle zone del nord, che nonostante gli appelli e gli inviti a restare dove si trovavano da parte dei Governatori delle Regioni del Sud, hanno preferito autodenunciarsi e mettersi in quarantena a casa piuttosto che rimanere nelle zone a rischio contagio con la colpevole incoscienza di portare anche nella loro terra il pericolo del virus, e le rivolte dei detenuti nelle carceri a seguito anche della decisione, in via preventiva, di sospendere i colloqui.

Il Governo da parte sua cerca di porre degli argini e contenere il fenomeno con la predisposizione di provvedimenti tesi a mettere in quarantena le zone rosse, a limitare le occasioni di assembramento, come le scuole chiuse o la sospensione delle funzioni religiose, emanando direttive di comportamento per cercare di ridurre i contagi, ottenendo anche le lodi da parte dell’Ue e dell’OMS per la gestione della crisi.

La situazione in Italia è critica. Siamo il Paese al secondo posto nel mondo dopo la Cina per contagiati e morti (oltre 7000 i casi con un numero di morti che si aggira intorno ai 366, mentre i guariti sono 622), e gli ospedali e le associazioni di settore avvisano come di questo passo il Sistema sanitario potrebbe non farcela. E accanto a questa drammaticità chiedono attenzione anche i numeri dell’economia, più asettici, ma terrificanti: borse che crollano, spread in rialzo, possibile recessione nell’arco dell’anno.

Certo, quando c’è la salute di mezzo è difficile pensare ai soldi, specialmente se si parla di spread, di Pil, di macro- aggregati incomprensibili e lontani dalla propria zona di comprensione, però questi sono numeri che dovrebbero farci riflettere in quanto dipingono un quadro allarmante, che mostrano come l’epidemia e la paura di uno starnuto possano mettere il mondo in ginocchio. Piazza Affari oggi ha perso oltre il 10% – con lo spread che sale a 220 punti base – mentre le altre Piazze europee: Londra -8,25%, Francoforte -7,39%, Parigi -6,28%, e Wall Street al -7%.

I mercati asiatici seguono la caduta con Tokyo (-5,07%) e Seul (-4,19%) e Sidney che perde il 7,33%. Spiegazione dovuta in parte anche al crollo del prezzo del petrolio (-33,12%. 27,61 dollari a barile) – ai minimi storici dal 1991 a causa del mancato accordo nell’Opec fra Arabia Saudita e Russia -, ma soprattutto dalle continue vendite sui mercati per il panico generato dal coronavirus.

Caso italiano

Il coronavirus raggiunge l’Italia in un periodo di crescita economica lenta e piuttosto bassa, e il cui impatto può portare ad effetti negativi già nel breve periodo. Nell’ultimo trimestre del 2019, secondo le stime dell’ISTAT, il PIL era diminuito dello 0,3 % rispetto al trimestre precedente, mentre le stime sulla crescita della Commissione UE per il 2020 e il 2021, fatte nel dicembre scorso, prevedevano un tasso di rendimento pari rispettivamente allo 0,3% e 0,6% che vedevano l’Italia fanalino di coda in termini di crescita attesa tra i Paesi UE.

Con l’arrivo del coronavirus i dati diventano allarmanti: Moody’s stima una contrazione della crescita per quest’anno dello 0,5% fino a scendere dello 0,7% in caso di impatto prolungato dell’epidemia. I settori che soffrono maggiormente sono vari e fondamentali per la tenuta del nostro sistema economico a cui si aggiunge il rischio di vedere penalizzato il Made in Italy come brand di prestigio per l’export. Ma andiamo con ordine. L’impatto maggiore derivante dal cambio di abitudini che il virus ha determinato nel mondo ha colpito il settore del turismo, sia in entrata che in uscita. Il complesso turistico in Italia genera un indotto del 13% sul Pil (146 miliardi di euro) e secondo le stime del World Travel & Tourism Council, nel 2020 erano attesi 61.3 milioni di visitatori.

Con l’arrivo della psicosi prima e del virus poi un numero enorme di prenotazioni sono state cancellate, con Roma, Milano, Venezia che hanno raggiunto percentuali di cancellazione vicine al 90%, con un danno economico stimato pari a 2,7 miliardi (dati ConfCommercio).

Pesano gli inviti di alcuni Capi di Stato rivolti ai propri cittadini ad evitare di recarsi in Italia e di alcune compagnie aeree (estere e non) che hanno ridotto i voli verso determinate zone del nostro territorio nel periodo compreso tra l’11 marzo ed il 2 aprile. Soffre il settore industriale e commerciale con numerose aziende ferme o con orari di lavoro ridotti e produzione di conseguenza rallentata; il settore della componentistica, quello della moda e del lusso, nonché l’export specialmente nel reparto agroalimentare a cui si aggiunge la preoccupazione del proliferarsi di plagi stranieri dei nostri prodotti favoriti anche dalla paranoia all’estero che il virus possa trasmettersi tramite prodotti (cosa assolutamente non vera).

Un rapporto del Cerved Rating Agency, Impact of the Coronavirus on the Italian non-financial corporates, stima che se la crisi da coronavirus non si arrestasse entro l’anno un’azienda su dieci sarebbe a rischio fallimento. Stando invece ad una simulazione realizzata da Citi Research, il Coronavirus potrebbe avere un impatto totale pari al 3.6% del Pil annuale italiano.

Una catastrofe se si pensa che le zone più colpite dal contagio sono le zone del Nord, in particolare la Lombardia, dove si concentra la maggior parte dell’economia del nostro Paese. Giusto per dare altri numeri: il peso che ha il Nord sul Pil nazionale è rilevante, pari al 56%, e il livello di occupazione che genera è quasi la metà di quello generato in tutto il territorio nazionale (47%); una paralisi da virus sarebbe devastante.

Vanno aggiunte poi le varie perdite derivanti dalle misure contenute nel nuovo dpcm che prevedono la riduzione degli orari di bar e ristoranti dalle 6 alle 18 nelle zone rosse, nonché la chiusura forzata di palestre, piscine, centri benessere, impianti sciistici, discoteche, musei e cinema, sospensione di messe, funerali e attività liturgiche che vanno ad aggiungersi alle decisioni già prese in precedenza riguardo la chiusura delle scuole e delle università. Tutto in un’ottica di contenimento del virus attraverso lo stop ad ogni tipo di aggregazione e la riduzione della mobilità.

Aiuti di Stato

Per fronteggiare la crisi il Governo Conte ha annunciato la settimana scorsa la predisposizione un pacchetto di provvedimenti a sostegno dell’economia con un ammontare di risorse pari a 7,5 miliardi, il cui stanziamento richiede il voto in Parlamento (che si terrà questo mercoledì) per ritoccare al rialzo il deficit dello 0,35% sul Pil, pari a circa 6,35 miliardi di euro.

Proposta accolta positivamente dall’Europa che nella missiva inviata all’Italia scrive “le spese una tantum sostenute per far fronte alla diffusione dell’epidemia, sono escluse per definizione dal calcolo del bilancio strutturale e non vengono prese in considerazione nella valutazione dell’adeguatezza dello sforzo di bilancio previsto in base alle regole attuali”. Aggiungendo anche lodi per “gli sforzi del governo e del popolo italiano, che stanno contribuendo in modo considerevole a contenere la diffusione del Covid-19 nell’Unione Europea”.

Per quanto riguarda invece il contenuto di questo pacchetto di misure il Ministro dell’economia Roberto Gualtieri spiega come i fondi saranno destinati per rafforzare le strutture sanitarie, per rafforzare gli ammortizzatori sociali e a sostenere le imprese.

In particolare il decreto prevede “misure per sostenere una moratoria dei crediti alle imprese da parte del sistema bancario”, cassa integrazione in deroga anche alle imprese con meno di 6 dipendenti inserendo la possibilità di percepire addirittura lo stipendio pieno con l’intervento del FIS, fondo di integrazione salariale (fino all’80% pagato dallo Stato e comunque non oltre la cifra di 1150 euro, parte restante pagata dal Fis che è sempre dello Stato), per le aziende invece che hanno perso il 25% del loro fatturato, comparato con i dati dello stesso periodo dell’anno precedente, potrebbero vedersi corrisposto un indennizzo in forma di credito di imposta.

Misure che verrebbero estese a tutta Italia e non solo alle zone rosse, perché “nessuno deve perdere lavoro per coronavirus” come ha detto il Ministro Gualtieri. Secondo il premier Conte il modello di riferimento per la ripresa deve essere il ‘Modello Genova’ con il riconoscimento di poteri speciali ad un commissario straordinario per accelerare le fasi della realizzazione in deroga alle procedure ordinarie. “Per alcuni investimenti adotteremo il modello del ponte Morandi. Ricordate Genova? Quel modello ci insegna che quando il nostro Paese viene colpito sa rialzarsi, sa fare squadra, sa tornare più forte di prima. Il modello Genova deve diventare il modello Italia” ha detto il premier nella presentazione delle misure straordinarie contenute nel decreto presentato il 5 marzo.

L’impatto del virus: dalla Cina all’economia mondiale

Non avendo ancora a disposizione dati definitivi l’incertezza fa da padrone. Secondo Moody’s se si riuscirà a contenere il Coronavirus entro il primo trimestre, nel secondo ci potrebbe essere già una ripresa con gli Stati del G-20 che cresceranno con un tasso previsionale del 2,4%, mentre la Cina scivolerà al 5,2%. Allo stesso tempo, secondo Dun & Bradstreet, società che fornisce dati commerciali, analisi e approfondimenti per le aziende, il virus COVID-19 potrebbe avere un impatto determinante su 5 milioni di aziende nel mondo.

Di questo impatto negativo ne risente soprattutto la Cina, la fabbrica del mondo, e di conseguenza i Paesi occidentali che dipendono per larga parte da essa. Quella cinese è la seconda economia al mondo e ad oggi si trova al di sotto della sua capacità produttiva: i dati ufficiali cinesi aggiornati al 3 marzo mostrano un indice della produzione manifatturiera sceso a 27,8 punti a febbraio (rispetto ai 51,3 di gennaio), il livello più basso da quando è iniziata l’indagine nell’aprile 2004.

L’export è crollato al tasso più alto di sempre, che si potrebbe tradurre in 50 miliardi di dollari. Nonostante la riapertura delle aziende la produzione è diminuita a causa di ordini cancellati o non rinnovati insieme alle misure estreme poste in essere per la limitazione del contagio, con catene di approvvigionamento rallentate o ancora chiuse. Ed è così che il rallentamento cinese si trasmette nel resto del mondo: la Cina è un importante fornitore di beni intermedi in molti settori: telefonia, computer, televisori, prodotti elettronici, automobili, vestiti, arredo, molti produttori hanno in Cina alcune fasi delocalizzate della produzione e dell’assemblaggio, molte con sedi proprio nello Hubei.

Nel reparto tecnologico, ad esempio, grandi colossi come Apple, Tesla, Facebook hanno dovuto rimodulare le proprie previsioni di fatturato e modificare le strategie di marketing proprio a causa dell’interruzione dell’attività di molte fabbriche cinesi. Ma soprattutto è il lato della domanda che scoraggia l’economia mondiale.

La Cina non è solo fabbrica del mondo ma anche un enorme acquirente che riempe profumatamente le casse degli Stati: Australia, Brasile e Russia (i primi tre esportatori di materie prime) vedono nella Cina oltre 1/3 delle loro esportazioni complessive e ora che ha interrotto l’attività di costruzione possono subire un pesante contraccolpo. In più la Cina è un grande mercato di beni di consumo: nel 2018 i consumatori cinesi hanno speso 115 miliardi di dollari in beni di lusso, circa un terzo della spesa mondiale del comparto. Rappresentano una quota importante nel turismo mondiale (270 miliardi di dollari) e nel consumo e produzione nel settore automobilistico.

E’ evidente che se la Cina si ferma il mondo potrebbe avere dei problemi, ad esempio nel settore automobilistico la carenza di forniture dalla Cina potrebbe bloccare la produzione in tutto il mondo. Per gli analisti l’interruzione sarà solo momentanea anche se è difficile fare analisi proprio per la rapida diffusione del virus. Punto da tenere in considerazione è sicuramente il calo dei livelli di inquinamento sulla Cina come mostrato dalle immagini satellitari della Nasa che non sono altro che la conferma di una necessità forte a introdurre limiti alle emissioni di modo che in futuro questi risultati si possano vedere grazie allo sforzo umano e non per l’opera di un virus.

Chi guadagna dal Coronavirus

Come nei tempi di guerra c’è sempre qualcuno che sorride e anche in questa epidemia, mentre il mondo soffre e l’economia barcolla, qualcuno riesce a guadagnare dall’emergenza. Prime fra tutti sono le industrie che operano nel settore farmaceutico e biotech che si dedicano alla ricerca di un vaccino come la Vir Biotechnologies che ha visto crescere le sue azioni al Nasdaq del 97%, oppure Novavax (le sue azioni sono salite del 95% da febbraio), Novio pharmaceuticals e Moderna (+42% da febbraio). Poi ancora ci sono le aziende produttrici di mascherine protettive come la giapponese Kawamoto Corp., quelle produttrici di guanti, di gel antibatterici e quelle che creano sistemi di monitoraggio sanitari. Grazie alla quarantena e alle soluzioni di smart working traggono poi vantaggi i servizi streaming come Netflix o Amazon Prime, insieme ai servizi di e-commerce (Amazon lancia anche in Italia il servizio Business Prime, dedicato alle aziende) e le piattaforme specializzate nella videoconferenza.

Non è la prima volta che il mondo si trova a dover fronteggiare una crisi epidemica di questa portata ma è la prima volta che lo fa da interconnesso attraverso internet, i social, le dirette h24, nell’era della globalizzazione. La velocità di diffusione del virus ci ha colto impreparati: siamo destabilizzati, in preda alla nevrosi, con un occhio ancora poco cosciente sugli effetti dell’economia in caduta libera. Sembra stiamo una tacca sotto al limite della sopportazione.

Il virus sta mettendo in mostra, come in passato, tutta l’incapacità dell’uomo di gestire le proprie emozioni nonostante l’informazione costante e i continui aggiornamenti sul modo di comportarsi. Ma il virus è anche una impietosa testimonianza dei limiti – o dell’altra faccia – della globalizzazione: quella stretta interdipendenza che c’è fra i Paesi nel mondo, che va aldilà dei confini, delle frontiere e delle ideologie, che lega i destini di due o più Paesi in un legame nel quale se cade uno anche l’altro lo segue.

Non è un caso si parli da un po’ di tempo di deglobalizzazione e l’epidemia oggi sta portando molte aziende a riorganizzare le proprie strutture produttive riducendo le catene di approvvigionamento con conseguente diminuzione del commercio internazionale. Gli effetti sono ancora tutti da vedere, molto dipenderà dall’andamento che assumerà la crisi. L’importante adesso è contenere i contagi magari ispirandosi proprio a quel modello cinese che sembrava essere sconfitto fino ad un mese fa ma che oggi sta dando i risultati più positivi.

La quarantena per 60 milioni di persone – difficile anche da immaginare in Occidente – ha portato a ridurre i casi di contagio (oggi 9 marzo a Wuhan 36 infetti su 11 milioni di abitanti) comportando d’altra parte un costo enorme per fermare il Paese, anche da un punto di vista politico, ma con il Governo che si è assunto le proprie responsabilità “sostenendo i costi della crisi e della ripresa” attraverso l’intervento dello Stato.

Certo, la Cina non è l’Occidente, gli ordini si sostituiscono agli inviti, ma in situazioni del genere, dove il rischio pubblico è alto, bisogna fare un passo indietro e sacrificare i diritti nel nome di un pugno duro che sì, può limitare la libertà, ma che va accettato e rispettato in modo da finire al più presto una crisi che ci sta logorando. L’Italia si sta avviando su questa strada che al momento sembra l’unica percorribile,e c’è bisogno del sostegno di tutti, specialmente dell’Europa che dovrà dimostrare di essere Unione non solo nel sostegno alle misure adottate ma anche come soggetto garante dei propri Stati membri sul mercato. Qui nessuno può dirsi salvo.

Dopo la fine della guerra l’Europa piangeva di macerie e miseria, gli USA intervennero con un ingente piano di aiuti che passò alla storia come piano Marshall, da lì ci fu il boom economico, la crescita demografica e un’uscita rapida dalla guerra, oggi possiamo ripetere quello che è stato come Stati membri, ma solo andando aldilà della tecnocrazia, dei burocrati e dei vincoli bilancio, per essere un’Europa fatta finalmente di uomini che si aiutano l’un l’altro: l’Europa dei popoli.

Direttore responsabile: Claudio Palazzi

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