Europa italian style, quando il parlamento diventa uno stallo alla messicana

Quando nel 2013 il nostro parlamento si trovava nel bel mezzo di un’impasse che gli impediva di formare un governo, tutti si affrettarono a parlare di una moda tipicamente italiana. Da allora, però, il trend ha così spopolato che sembrerebbe nessuno in Europa possa farne a meno. Neanche la Germania, che rischia di tornare al voto dopo mesi di trattative tra le parti. Che cosa succede all’Europa? Com’è possibile che nei parlamenti dei paesi europei più importanti si abbiano così tante difficoltà a formare dei governi stabili?

Come spesso ci capita, quindi, ci ritroviamo a dettare nuove mode, all’apparenza incomprensibili, ma che piano piano entrano nelle abitudini globali, come la guida senza casco o l’attitudine al ritardo. Stavolta è il caso della difficoltà nel formare un governo. Era il 2013 quando il Parlamento italiano fu inaugurato con tre grandi blocchi (Pdl, Pd e M5s) che tennero l’Europa sulle spine per due mesi e 3 giorni, fino al governo delle larghe intese tra centrosinistra e centrodestra.

All’epoca sembrava un risultato così strano che orde di cronisti da tutto il mondo lo identificarono con un fenomeno puramente italiano. D’altra parte, l’Italia è famosa in tutto il mondo per i suoi colpi di scena dai tratti più grotteschi. Per intenderci, Le Soir, giornale transalpino, titolò “L’Italie est-elle ingouvernable?” (L’italia è ingovernabile?).

C’era chi paragonava la situazione parlamentare ad uno stallo alla messicana, cioè quel momento in cui due o più pistoleri si tengono sotto tiro a vicenda. Clichè, tra l’altro, perfezionato dallo Spaghetti Western.

Europa italian style, quando il parlamento diventa uno stallo alla messicana
Lo stallo alla messicana più famoso della storia del cinema. Dal film “Le iene” di Q. Tarantino (Usa, 1992)

Ma poi arrivò presto chi imparò meglio l’arte: la Spagna nel 2015 diede vita a un parlamento così frammentato che tornò al voto dopo sei mesi e 6 giorni di trattative inconcludenti. Al secondo tentativo, si arrivò a un governo popolare, tutt’ora in vita, solo grazie all’astensione dei socialisti. Un record tutt’ora imbattuto!

Certo, si sa che i paesi mediterranei hanno un’attitudine a divertirsi anche dove non c’è da scherzare e Spagna e Italia erano pur sempre due delle famigerate PIIGS che fecero tremare l’Ue nella crisi del 2009.

C’è da preoccuparsi però quando il vizio lo prendono anche quei precisini degli inglesi, che prima fanno lo scherzetto della Brexit e poi  giocano anche loro a scombinare il governo, così debole che rischia ogni volta la sfiducia. Da cui si salva solo grazie a una manciata di voti. Roba da veri professionisti, se si considera che il Parlamento inglese è basato sul più rigido sistema maggioritario e, in pratica, non è altro che una mera emanazione del governo.

Adesso anche la prima della classe lancia tiri mancini e così il Parlamento tedesco, dopo due mesi di trattative, vede tramontare il sogno di un governo “Giamaica”, dal colore dei tre partiti dell’agognata coalizione (nero per i Cristiano-sociali, verde per i Verdi e giallo per i Liberali). Sembra che le divergenze siano inconciliabili soprattutto per i temi dell’immigrazione e dell’occupazione.

Ora Frau Merkel rischia di dover lasciare un posto che occupa da 12 anni. Nonostante nei tre mandati precedenti si sia sempre stabilizzata in un governo di Großße Koalition, con i liberali o con l’SPD. La stessa prospettiva di elezioni anticipate sarebbe un inedito nella Germania del dopoguerra.

Anche chi sembra più solido, dunque, non è esente dai cambiamenti internazionali, che rischiano di segnare un divario netto con la politica dal Secondo Dopoguerra.

La prima cosa che balza subito all’occhio, infatti, è che il tradizionale puzzle che da decenni compone i principali parlamenti europei sia sconvolto negli ultimi anni da nuove forze politiche populiste e fortemente anti-sistema, siano esse il M5s, Podemos o Alternative für Deutschland.

Tutti movimenti che poco hanno a che fare con le tradizionali politiche di compromesso e di coalizione tradizionali, come antesignani furono i nostri pentastellati, schieratisi in blocco contro la logica dell’inciucio.

Ma il grido che terrorizza l’Occidente viene da più lontano: la forza di questi nuovi soggetti viene dal contrapporsi in toto contro l’establishment, visto come una vecchi forza plutocratica più interessata a mantenere i propri interessi che non al benessere pubblico.

Un po’ come in America Trump ha potuto contare sul sostegno delle classi sociali non più coperte dai tradizionali partiti in perenne crisi ideologica, così anche in Europa gli elettori si voltano verso chi propone la scelta più facile, ossia quella più radicale.

In effetti, la crescita economica dell’Europa dal 2006 al 2016 è stata del solo 0,6%, il peggiore dal dopoguerra, la redistribuzione del reddito ha raggiunto una disparità tale che il 20 % della popolazione con i redditi più elevati risulta superiore di 5 volte al 20 % della popolazione con i redditi più bassi e il tasso di rischio di povertà ha raggiunto il 17,3% (fonte EUROSTAT), quasi un punto percentuale in più rispetto a quattro anni fa.

Significa che le riforme degli ultimi anni non hanno funzionato e ora il caos delle immigrazioni su larga scala, generato da una politica estera a dir poco approssimativa, semina il panico tra gli elettori, già minacciati dal processo della globalizzazione.

Secondo un sondaggio della Commissione europea pubblicato nell’aprile scorso, il 53% dei cittadini, più della metà, prova sfiducia verso le istituzioni europee, con dei picchi del 62% nella classe operaia (fonte EUROBAROMETER 461).

Il risultato di queste incertezze è una sorta di paranoia collettiva, amplificata dall’ambiguo ruolo del web, che funge da moltiplicatore di paure. Nella psicoanalisi si dice che quando un rapporto diventa conflittuale, il soggetto tende a semplificare l’apporto dell’ambiente in una modalità binaria, frutto di pulsioni infantili residuali.

Nella politica, l’assunto si traduce in una gran parte di elettori che si butta in chi taglia il mondo con l’accetta, in una facile retorica che si contrappone al tradizionale establishment imbevuto della sterile politically correct.

In questa prospettiva, non è difficile immaginare un giorno in cui questi movimenti anti-sistema, che oggi paralizzano i parlamenti, possano conquistare una maggioranza assoluta in qualche paese europeo. In Italia, paese di irriducibili cinici, ci pensiamo già da tempo. Ora se ne sono accorti anche in Germania.

In fondo, tutto il mondo è paese.

 
Andrea Luciani

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