“Un giorno fantastico per il Medio Oriente.” Con queste parole il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha celebrato, il 13 ottobre 2025 a Sharm el-Sheikh, un cessate il fuoco raggiunto dopo due anni di devastazione a Gaza. Venti ostaggi israeliani liberati in cambio di 1.968 prigionieri palestinesi, una dichiarazione firmata insieme a Egitto, Qatar e Turchia, e la promessa di “perseguire una visione di pace”. Ma dietro la retorica celebrativa si nasconde una realtà che nessuna stretta di mano può cancellare: almeno 67.000 palestinesi morti, il 70 per cento degli edifici residenziali distrutti, quasi due milioni di sfollati, un territorio reso inabitabile e, ad oggi, la prosecuzione in sordina degli attacchi nei confronti dei palestinesi e i soprusi dei coloni ebrei nei confronti della popolazione della Cisgiordania. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare molto più indietro, a quando le potenze coloniali europee disegnarono i destini del Medio Oriente con promesse contraddittorie che avrebbero avvelenato la regione per generazioni.
La storia contemporanea del conflitto israelo-palestinese inizia durante la Prima Guerra Mondiale, quando l’Impero Britannico fece promesse incompatibili a tre parti diverse sullo stesso territorio. Con la corrispondenza Hussein-McMahon del 1915-1916, Londra promise l’indipendenza araba. Con gli accordi segreti Sykes-Picot del 1916, Gran Bretagna e Francia si spartirono clandestinamente i territori ottomani. Segue la Dichiarazione Balfour del 1917, il governo britannico promise al movimento sionista la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Il risultato di questa diplomazia cinica fu un secolo di conflitti. Quando nel 1947 le Nazioni Unite proposero la spartizione della Palestina, assegnando il 56 per cento del territorio allo stato ebraico nonostante la popolazione ebraica costituisse circa un terzo del totale, la leadership araba rifiutò, considerandolo un’ingiustizia coloniale perpetrata su una popolazione indigena per risolvere un problema europeo.
La proclamazione dello Stato di Israele nel maggio 1948 e la guerra che ne seguì segnarono la Nakba, la Catastrofe palestinese: tra 700.000 e 750.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle loro case in quelle che storici come Ilan Pappé hanno documentato essere operazioni di pulizia etnica deliberate. Oltre 400 villaggi furono distrutti. Nel 1967, la Guerra dei Sei Giorni portò Israele a conquistare la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, avviando un’occupazione che la Risoluzione 242 dell’ONU chiedeva di concludere attraverso il principio “terre in cambio di pace”. Ma gli insediamenti di coloni nei territori occupati iniziarono quasi immediatamente, in violazione del diritto internazionale. Gli Accordi di Oslo del 1993, che avrebbero dovuto portare alla pace, erano minati da contraddizioni fatali: mentre si negoziava, la popolazione dei coloni in Cisgiordania raddoppiava. L’assassinio del premier Rabin nel 1995, il fallimento di Camp David nel 2000, la Seconda Intifada, tutto spingeva il conflitto verso un baratro sempre più profondo.
Il 7 ottobre 2023, l’attacco di Hamas contro Israele, con oltre 1.200 morti e 240 persone rapite, fu un atto di brutalità scioccante che gettò la società israeliana in uno stato di trauma collettivo. La risposta militare di Netanyahu, dichiaratamente finalizzata a “distruggere Hamas”, trasformò nei ventiquattro mesi successivi la Striscia di Gaza in un paesaggio apocalittico. Le Nazioni Unite stimarono che sarebbero serviti quattordici anni solo per rimuovere le 37 milioni di tonnellate di macerie e oltre 50 miliardi di dollari per la ricostruzione. Il sistema sanitario collassava sotto le bombe: ospedali distrutti, medici uccisi, la malnutrizione che dilagava con bambini morti di fame. Un team di esperti indipendenti incaricato dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU concluse che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza, un’accusa basata sull’entità della distruzione, sulle dichiarazioni pubbliche di alti funzionari israeliani e sull’uso della fame come arma di guerra. Israele respinse con veemenza l’accusa, definendola “falsa e distorta”.
Mentre Gaza bruciava, emerse il piano della “Riviera di Gaza”: il GREAT Trust, un documento di 38 pagine rivelato dal Washington Post, prevedeva un protettorato americano sulla Striscia per almeno dieci anni, con l’obiettivo di trasformare Gaza in un polo turistico e manifatturiero simile a Dubai. Il piano contemplava il trasferimento “volontario” degli oltre due milioni di abitanti, con 5.000 dollari e quattro anni di affitto a chi se ne fosse andato. Come rivelò lo scrittore Muhammad Shehada su The New Arab, il progetto originale era stato creato da Netanyahu stesso, mesi prima dell’elezione di Trump. “Più che una visione del futuro, la cosiddetta Riviera Gaza è un necrologio scritto nel linguaggio del lusso”, scrisse Shehada. “Una copertura per abbellire un progetto politico fondato sulle macerie di Gaza e sul silenzio dei suoi abitanti cacciati via.”
L’accordo del 9 ottobre 2025, mediato da Egitto, Turchia e Qatar, ha fermato le bombe ma non ha risolto nulla di sostanziale. Al vertice di Sharm el-Sheikh, copresieduto da Trump e al-Sisi, hanno partecipato numerosi leader internazionali, ma non Netanyahu e non Hamas. I leader di Arabia Saudita ed Emirati hanno evitatoil vertice, inviando i ministri degli esteri: per loro era difficile impegnare la propria influenza in un progetto che rimaneva dipendente dalle condizioni di sicurezza sul campo. Come ha scritto Pierre Haski su Internazionale, Trump aveva “deciso di ignorare i diritti politici dei palestinesi, scegliendo di concentrarsi sulla liberazione degli ostaggi e su considerazioni economiche. Il miliardario vede i paesi del Golfo come una cassaforte inesauribile.” Intanto, nella Striscia, il ritorno alla vita era un ritorno all’orrore. Come ha scritto Refaat Ibrahim su Al Jazeera, “il lungo incubo di Gaza non è finito: ha solo trasformato la sofferenza dandole una forma più silenziosa e insidiosa, in cui il danno dalle macerie comincia a insediarsi nell’anima sfinita di Gaza.”
I detrattori di Netanyahu sostengono da tempo che abbia prolungato il conflitto per rinviare le elezioni e preservare la propria immunità legale. La sua rivendicazione di voler fare di Israele sia Atene che Sparta, aveva suscitato proteste anche all’interno del paese. L’Israel Business Forum, che rappresenta le 200 più grandi aziende israeliane, aveva avvertito che le sue politiche stavano conducendo verso un abisso politico, economico e sociale. Il vertice rappresentava un’opportunità solo per dimenticare e cancellare dalla coscienza collettiva un periodo dove le norme internazionali sono state del tutto ignorate. Le stesse regole invocate per condannare l’aggressione russa in Ucraina venivano sistematicamente ignorate per Israele-Palestina, erodendo la legittimità dell’ordine liberale occidentale.
La questione demografica rimane la bomba a orologeria del conflitto: tra il fiume Giordano e il Mediterraneo vivono circa sette milioni di ebrei israeliani e sette milioni di palestinesi. Israele si trova di fronte a un dilemma che non ammette scorciatoie: può rimanere uno stato ebraico, o uno stato democratico, ma non entrambi se controlla milioni di palestinesi senza diritti. I piani distopici per la Riviera di Gaza si inseriscono esattamente in questa logica di riduzione demografica. La soluzione dei due stati appare morta, uccisa dai fatti compiuti di oltre 700.000 coloni in Cisgiordania. Lo status quo, un’occupazione militare permanente mascherata da normalità, è moralmente insostenibile ma politicamente tollerato. Le nuove generazioni, però, dalle università americane alle piazze europee, rifiutano questa narrazione con una forza che sta lentamente cambiando il discorso pubblico globale.
L’accordo di Sharm el-Sheikh ha fermato in parte le bombe, liberato gli ostaggi, aperto (sempre in parte) la strada agli aiuti. Ma non ha affrontato le cause profonde del conflitto, non ha portato giustizia alle vittime, non ha creato le condizioni per una pace duratura. Gaza rimane sotto assedio, la Cisgiordania sotto occupazione, i rifugiati nei campi. E la domanda morale del nostro tempo continua a risuonare, implacabile, attraverso le macerie: da che parte della storia stiamo?










