Quando il 13 ottobre 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proclamato un “giorno fantastico per il Medio Oriente” durante il vertice di Sharm el-Sheikh, celebrando un cessate il fuoco dopo due anni di devastazione a Gaza, non ha segnato la fine di un conflitto ma solo l’ultimo capitolo di una tragedia che dura da oltre un secolo. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto – con almeno 67.869 palestinesi morti, una popolazione ridotta alla disperazione e un intero territorio raso al suolo – bisogna tornare indietro a quando le potenze coloniali europee disegnarono i destini del Medio Oriente con promesse contraddittorie che avrebbero avvelenato la regione per generazioni.

L’eredità coloniale: tre promesse per una terra

La storia moderna del conflitto israelo-palestinese inizia durante la Prima Guerra Mondiale, quando l’Impero Britannico, nel tentativo di assicurarsi alleanze contro gli Imperi Centrali, fece promesse incompatibili che avrebbero creato le premesse per un secolo di conflitti.

Nel 1915-1916, attraverso la corrispondenza Hussein-McMahon, Londra promise al popolo arabo l’indipendenza e la creazione di uno stato arabo in cambio della ribellione contro l’Impero Ottomano. Contemporaneamente, con gli accordi segreti Sykes-Picot del 1916, Gran Bretagna e Francia si spartivano clandestinamente i territori ottomani in sfere di influenza coloniale. E nel novembre 1917, con la Dichiarazione Balfour, il governo britannico prometteva al movimento sionista la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

Tre promesse contraddittorie, tutte fatte dalla stessa potenza coloniale, a tre parti diverse, sullo stesso territorio. Le conseguenze di questa diplomazia cinica ed opportunista si rivelarono catastrofiche.

Quando nel 1920 la Società delle Nazioni assegnò alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina, il territorio ospitava circa 700.000 abitanti, per il 90% arabi musulmani e cristiani, con una piccola ma storica comunità ebraica. Il sionismo politico, movimento nazionalista nato alla fine dell’Ottocento sotto la guida di Theodor Herzl in risposta all’antisemitismo europeo, aveva iniziato a promuovere l’immigrazione ebraica in Palestina come soluzione alla “questione ebraica”.

Negli anni Venti e Trenta, l’immigrazione ebraica aumentò significativamente, accelerando drammaticamente dopo l’ascesa del nazismo in Germania. La popolazione araba palestinese vedeva con crescente allarme l’arrivo di coloni che dichiaravano apertamente l’intenzione di creare uno stato ebraico. Tra il 1936 e il 1939, la grande rivolta araba palestinese fu repressa brutalmente dagli inglesi.

La Nakba: la catastrofe fondativa

La Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto – il genocidio sistematico di sei milioni di ebrei europei da parte dei nazisti – cambiarono radicalmente gli equilibri. Il movimento sionista guadagnò un sostegno internazionale senza precedenti. Nel 1947, le Nazioni Unite proposero la spartizione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale.

Il piano assegnava il 56% del territorio allo stato ebraico, nonostante la popolazione ebraica costituisse circa un terzo del totale e possedesse meno del 7% delle terre. La leadership ebraica accettò, quella araba rifiutò, considerandolo un’ingiustizia coloniale perpetrata su una popolazione indigena per risolvere un problema europeo.

Il 14 maggio 1948, David Ben-Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Il giorno seguente, gli eserciti di Egitto, Siria, Giordania, Libano e Iraq invasero il neo-nato stato. La guerra che ne seguì fu un punto di svolta irreversibile. Israele non solo respinse l’attacco, ma conquistò il 78% della Palestina mandataria, ben oltre quanto previsto dal piano di spartizione.

Per i palestinesi, il 1948 è la Nakba – la Catastrofe. Tra 700.000 e 750.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle loro case in quelle che molti storici, inclusi i “nuovi storici” israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé, hanno documentato essere operazioni di pulizia etnica deliberate. Oltre 400 villaggi palestinesi furono distrutti, le loro tracce cancellate dalla mappa.

I rifugiati si riversarono in Cisgiordania (occupata dalla Giordania), nella Striscia di Gaza (occupata dall’Egitto), in Libano, Siria e Giordania, dove molti vivono ancora oggi in campi profughi. Il “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi è diventato uno dei nodi più intricati del conflitto.

L’occupazione permanente: dal 1967 a oggi

Nel giugno 1967, la Guerra dei Sei Giorni cambiò nuovamente tutto. In un conflitto lampo, Israele conquistò la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania, Gaza e il Sinai dall’Egitto, e le alture del Golan dalla Siria. Per la prima volta, Israele controllava tutta la Palestina storica.

La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza ONU stabilì il principio “terre in cambio di pace”, chiedendo il ritorno ai confini pre-1967. Ma Israele iniziò quasi immediatamente a costruire insediamenti di coloni ebraici nei territori occupati, in violazione del diritto internazionale.

Quella che doveva essere un’occupazione temporanea si trasformò in un sistema permanente. Nel 1987, dopo vent’anni di occupazione, esplose la Prima Intifada – una ribellione popolare largamente nonviolenta che catturò l’attenzione mondiale.

Nel 1993, gli Accordi di Oslo sembrarono aprire uno spiraglio: l’OLP riconosceva il diritto di Israele ad esistere, Israele riconosceva l’OLP come rappresentante del popolo palestinese. Ma il processo di pace era minato da contraddizioni fatali. Le questioni più spinose furono rimandate a “negoziati sullo status finale” che non arrivarono mai. Paradossalmente, durante Oslo la popolazione dei coloni in Cisgiordania raddoppiò.

Nel 1995, il premier Yitzhak Rabin fu assassinato da un estremista ebraico contrario agli accordi. Nel 2000, il Summit di Camp David fallì. Pochi mesi dopo, nel settembre 2000, la visita provocatoria di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee accese la Seconda Intifada, molto più violenta della prima. Tra il 2000 e il 2005, morirono circa 3.000 palestinesi e 1.000 israeliani.

Gaza: dalla “prigione a cielo aperto” all’inferno

Nel 2005, il premier Sharon decise unilateralmente di ritirare i coloni e l’esercito da Gaza, presentandolo come un gesto di pace. In realtà fu una mossa strategica per consolidare il controllo sulla Cisgiordania. Gaza, 365 chilometri quadrati con 1,4 milioni di abitanti (oggi oltre 2 milioni), divenne un esperimento di separazione.

Nel 2006, Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi. L’Occidente rifiutò di riconoscere il risultato. Nel 2007, dopo scontri con Fatah, Hamas prese il controllo totale di Gaza, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese mantenne il controllo sulla Cisgiordania.

Da quel momento, Israele impose un blocco totale su Gaza – via terra, mare e aria. Due milioni di persone si trovarono intrappolate in quella che fu definita “la più grande prigione a cielo aperto del mondo”. Negli anni successivi si susseguirono cicli devastanti di violenza: “Piombo Fuso” (2008-2009), “Pilastro di Difesa” (2012), “Margine Protettivo” (2014). Ogni round seguiva uno schema simile: escalation, cessate il fuoco precario, ricostruzione parziale mai completata, nuova escalation.

Il 7 ottobre 2023: il crollo dell’ordine

Il 7 ottobre 2023, durante la festività ebraica di Simchat Torah, migliaia di militanti di Hamas lanciarono un attacco coordinato e devastante da Gaza verso Israele. Superando le difese considerate impenetrabili, i miliziani entrarono in decine di comunità israeliane.

L’attacco fu di una brutalità scioccante: oltre 1.200 israeliani furono uccisi, la maggioranza civili, incluse famiglie intere massacrate nelle loro case, giovani trucidati al Nova Music Festival. Furono commessi stupri e mutilazioni. Circa 240 persone furono rapite e portate a Gaza come ostaggi.

Per Israele fu il più grave attacco terroristico della sua storia. La società israeliana piombò in uno stato di shock e trauma collettivo. La risposta fu immediata e massiccia. Il primo ministro Benjamin Netanyahu dichiarò che l’obiettivo era “distruggere Hamas” e liberare tutti gli ostaggi.

Due anni di devastazione: un genocidio?

Ciò che accadde nei 24 mesi successivi al 7 ottobre trasformò Gaza in un paesaggio apocalittico. L’offensiva israeliana causò, secondo i dati del ministero della salute di Hamas considerati affidabili dalle Nazioni Unite, almeno 67.869 morti palestinesi, in grande maggioranza civili. Molti osservatori temono che il numero reale sia significativamente più alto, con decine di migliaia di corpi sepolti sotto le macerie.

Circa il 70% degli edifici residenziali fu distrutto o gravemente danneggiato. Interi quartieri furono rasi al suolo. Ospedali, scuole, moschee, chiese, università – nulla fu risparmiato. Le Nazioni Unite stimarono che sarebbero serviti 14 anni solo per rimuovere le 37 milioni di tonnellate di macerie, e oltre 50 miliardi di dollari per la ricostruzione.

La popolazione fu costretta a sfollamenti multipli. Inizialmente, Israele ordinò l’evacuazione del nord verso sud. Poi bombardò anche il sud. Le persone fuggivano da una “zona sicura” all’altra, scoprendo che non esistevano zone sicure. Quasi due milioni di palestinesi – il 90% della popolazione – furono sfollati, molti più volte.

La crisi umanitaria assunse proporzioni catastrofiche. Il sistema sanitario collassò: ospedali bombardati, medici uccisi, medicinali esauriti. Le malattie infettive dilagarono. La malnutrizione si diffuse, con casi documentati di bambini morti di fame. L’accesso all’acqua potabile fu gravemente limitato.

Un team di esperti indipendenti incaricato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite concluse che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza. L’accusa si basava su vari elementi: l’entità della distruzione e delle vittime civili, le dichiarazioni pubbliche di alti funzionari israeliani, l’uso della fame come arma di guerra, il blocco sistematico degli aiuti umanitari, l’intento di rendere Gaza inabitabile.

Israele respinse con veemenza l’accusa, definendola “falsa e distorta” e accusando l’ONU di antisemitismo, sostenendo di condurre una guerra legittima di autodifesa.

Il piano della “Riviera di Gaza”: cancellazione travestita da progresso

Durante i mesi di devastazione, emerse un piano inquietante per il futuro di Gaza. A febbraio 2025, il Washington Post rivelò l’esistenza di un documento di 38 pagine circolante nell’amministrazione USA: il Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust (GREAT Trust).

Il piano prevedeva una sorta di protettorato americano sulla Striscia per almeno dieci anni, con l’obiettivo di trasformare Gaza in una “Riviera” turistica e un polo manifatturiero ad alta tecnologia simile a Dubai. Per farlo, proponeva il trasferimento “temporaneo” degli oltre due milioni di abitanti, tramite partenze “volontarie” verso altri paesi o in “zone protette” durante la ricostruzione.

Ai proprietari di terreni sarebbe stato offerto un token digitale in cambio del diritto di riqualificare la propria proprietà. Ogni palestinese che scegliesse di andarsene avrebbe ricevuto 5.000 dollari e sussidi per quattro anni di affitto altrove. Il rendering del progetto mostrava una città che ricorda Dubai, con grattacieli scintillanti, spiagge e “città intelligenti”.

Come rivelò lo scrittore Muhammad Shehada su The New Arab, il progetto originale era stato creato da Netanyahu stesso diversi mesi prima che Trump fosse eletto. Il piano “Gaza 2035 Vision” del premier israeliano, rivelato a maggio 2024, immaginava l’enclave come una zona industriale in stile Dubai, usando le stesse immagini generate dall’intelligenza artificiale.

“Più che una visione del futuro, il cosiddetto piano della ‘Riviera Gaza’ è un necrologio scritto nel linguaggio del lusso”, scrisse Shehada. “Quello che viene spacciato per un investimento è in realtà il riciclaggio di un genocidio in uno spettacolo, una copertura per abbellire un progetto politico fondato sulle macerie di Gaza e sul silenzio dei suoi abitanti cacciati via.”

Il Boston Consulting Group, che avrebbe curato la pianificazione finanziaria, si affrettò a sconfessare i suoi consulenti coinvolti dopo la pubblicazione della notizia, temendo denunce per complicità in crimini di guerra.

L’accordo di Trump: una pace fragile

Dopo mesi di pressioni diplomatiche, il 9 ottobre 2025 Trump annunciò di aver raggiunto, insieme ai mediatori di Egitto, Turchia e Qatar, un accordo per un cessate il fuoco. Il 13 ottobre, durante il quarto giorno di tregua, Hamas liberò in due fasi i venti ostaggi vivi ancora nelle sue mani, in cambio di 1.968 prigionieri palestinesi.

Il vertice di Sharm el-Sheikh, copresieduto da Trump e dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, vide la partecipazione di numerosi leader internazionali, ma non del premier israeliano Netanyahu e di Hamas. Trump, insieme ai leader di Egitto, Qatar e Turchia, firmò una dichiarazione che riaffermava l’impegno a “perseguire una visione di pace” in Medio Oriente, senza però spiegare come.

“Ci sono voluti tremila anni per arrivare a questo punto”, dichiarò Trump mostrando la pagina con le firme. Prima, durante una visita lampo a Gerusalemme, aveva annunciato davanti alla Knesset la “fine di un incubo”. “Non è solo la fine di una guerra. È la fine di un’era di terrore e morte”, aveva dichiarato, invitando i palestinesi ad “abbandonare per sempre la via del terrorismo”.

La cerimonia aveva lo scopo di confermare che l’accordo godeva del sostegno internazionale, ma le incognite erano enormes. La prima fase del piano prevedeva – oltre alla tregua, al ritiro israeliano da alcune aree di Gaza e allo scambio tra ostaggi e prigionieri – la consegna dei corpi di altri 27 ostaggi morti in prigionia. Il 13 ottobre l’esercito israeliano riferì però che solo quattro corpi erano stati consegnati attraverso il Comitato Internazionale della Croce Rossa.

La seconda fase, ancora da negoziare, prevedeva il disarmo di Hamas e il ritiro dell’esercito israeliano, ma anche la creazione di un “comitato di pace” presieduto da Trump per supervisionare un’amministrazione di transizione a Gaza. Secondo fonti del ministero degli Esteri egiziano, sarebbero stati scelti i 15 membri del comitato palestinese che avrebbe amministrato Gaza, ma i nomi non furono divulgati.

Netanyahu e la politica della sopravvivenza

Il premier israeliano Netanyahu non partecipò al vertice di Sharm el-Sheikh, ufficialmente per una festività religiosa ebraica. Una fonte diplomatica turca rivelò però che a fargli cambiare idea furono le pressioni del presidente turco Erdoğan, sostenuto da “altri leader”.

Durante il suo discorso alla Knesset, Trump aveva invocato applausi per Netanyahu e aveva perfino chiesto al presidente israeliano Isaac Herzog di graziarlo, coinvolto in procedimenti giudiziari per corruzione, frode e abuso d’ufficio. I suoi detrattori sostengono da tempo che abbia prolungato il conflitto per rinviare le elezioni, rimanere in carica e preservare la sua immunità legale.

La rivendicazione di Netanyahu di un progetto dai toni autarchici – “Diventeremo sia Atene che Sparta, forse persino una Super-Sparta” – aveva suscitato proteste in Israele. L’Israel Business Forum, che rappresenta le 200 più grandi aziende del paese, aveva avvertito che le sue politiche stavano conducendo verso “un abisso politico, economico e sociale che metterà a repentaglio la nostra esistenza in Israele”.

Il ritorno degli ostaggi: tra gioia e dolore

Il 13 ottobre la piazza degli ostaggi a Tel Aviv visse momenti rari di pura felicità. La folla si era radunata già durante la notte. “Abbiamo dormito qui, non potevo perdermelo”, disse la diciottenne Rona Dagan. Applausi e lacrime esplodevano ogni pochi minuti, mentre le immagini degli ostaggi liberati apparivano sui maxischermi.

Per un giorno, il luogo che era diventato il simbolo della lotta per il ritorno degli ostaggi divenne un faro di speranza. “Sono venuto a tante manifestazioni tristi qui, finalmente ce n’è una felice”, disse Raz Shmueli. Le persone che avevano fatto degli ostaggi la causa della loro vita vedevano finalmente la realizzazione di un sogno.

Ma quando l’immagine di Netanyahu apparve sugli schermi, alcuni fischiarono. E molti dei presenti promisero di continuare a venire in piazza. “Rimarremo qui fino al ritorno dell’ultimo ostaggio”, dissero. “C’è tanto da fare in questo paese: prendersi cura delle famiglie, dei feriti, e sostituire questo governo”, dichiarò Michal Fuchs. “La guerra sarà anche finita, ma c’è ancora una battaglia da combattere per il paese.”

La liberazione dei prigionieri palestinesi

Come previsto dall’accordo, il 13 ottobre furono liberati dalle carceri israeliane 1.700 palestinesi arrestati nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 e 250 condannati all’ergastolo per motivi di sicurezza, tra cui molti per attentati contro gli israeliani.

Una parte dei prigionieri fu accolta con entusiasmo a Ramallah, in Cisgiordania, dove però le autorità israeliane avevano vietato celebrazioni di massa. Un gruppo di circa 150 fu deportato in Egitto. “Molte famiglie hanno preferito non parlare, temendo rappresaglie”, raccontò Al Quds al-Araby. “La gioia del rilascio si è mescolata al dolore per l’esilio, che potrebbe significare non rivedere mai più i propri cari.”

Nella Striscia di Gaza le persone si riunirono all’ospedale Nasser di Khan Yunis per ricevere i familiari. Al Araby al-Jadid descrisse l’arrivo degli autobus con le persone liberate come “la prima scena di gioia collettiva vissuta a Gaza dopo due anni di distruzione e massacri”.

I prigionieri denunciarono condizioni di detenzione terribili: bendati e ammanettati per mesi, torture fisiche e psicologiche, privazione di cibo, divieto di comunicare con l’esterno. “Molti genitori hanno riconosciuto a stento i figli, provati dalla detenzione.”

Muhammad Abu Laban, infermiere dell’ospedale Al-Shifa rapito mentre era in servizio, raccontò: “Ci consideravano combattenti e ci hanno picchiato fin dai primi momenti.” Muhammad al-Shobaki, con il volto scavato e giallo, disse: “Si sono accaniti contro di noi senza motivo. In occasione dell’anniversario del 7 ottobre gli agenti israeliani hanno fatto irruzione nelle celle con i cani, hanno lanciato granate stordenti e ci hanno picchiato con i bastoni.”

Per Muhammad Abu al-Omrein, la libertà ebbe un sapore amaro: “Appena arrivato alcuni parenti gli sono andati incontro per dirgli che tutti i suoi figli erano stati uccisi e la sua casa distrutta.”

Il ritorno a Gaza: un inferno silenzioso

Dopo il cessate il fuoco, come testimoniò lo scrittore Refaat Ibrahim su Al Jazeera, “il lungo incubo di Gaza non è finito: ha solo trasformato la sofferenza dandole una forma più silenziosa e insidiosa, in cui il danno dalle macerie comincia a insediarsi nell’anima sfinita di Gaza.”

“In questi due anni di distruzione quasi totale tutti a Gaza si sono concentrati su una sola cosa: rimanere in vita”, scrisse Ibrahim. “Abbiamo lottato per ogni minuto, cercando di non crollare, di non morire di fame e di non essere uccisi. Poi, quando le esplosioni sono diminuite, è tornata a galla tutta la sofferenza che avevamo sepolto per affrontare il caos.”

Le persone che tornavano alle loro case nella città di Gaza trovavano una terra desolata, rasa al suolo dalle bombe e dai bulldozer. Nelle immagini, perfino la luce del sole sembrava diversa, ultraterrena. Non c’erano strutture a filtrarla, nessuna ombra né penombra. Una casa dove tornare era uno spazio su cui piantare un’altra tenda e aspettare gli aiuti.

“Le strade che un tempo vibravano di vita sono ridotte al silenzio”, continuò Ibrahim. “Case che hanno offerto riparo alle famiglie sono in polvere, mentre i bambini vagano tra le rovine, cercando di riconoscere i luoghi in cui sono cresciuti.”

Il bilancio umano era devastante. Almeno il 10% della popolazione di Gaza era stato ucciso o ferito. Migliaia di orfani e bambini feriti o mutilati senza famiglie sopravvissute. Linee familiari di due, tre, quattro generazioni erano state spazzate via. Un uomo riferì del fratello che aveva perso tutti i figli e la moglie: “Cammina senza sosta, girando intorno alle macerie del luogo in cui sono morti. Smarrito.”

Gli aiuti e il caos

Gli aiuti umanitari stavano tornando nella Striscia dopo mesi di blocco imposto da Israele. Il 12 ottobre entrarono 400 camion della Croce Rossa egiziana carichi di provviste e altri cinquanta che trasportavano carburante. Philippe Lazzarini, direttore generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), dichiarò: “È arrivato il momento di far entrare gli aiuti umanitari su vasta scala.”

Ma le agenzie ONU e la Croce Rossa avvertirono della necessità di aumentare le consegne per alleviare la carestia in corso. Il 14 ottobre le autorità israeliane bloccarono temporaneamente l’ingresso degli aiuti in risposta alla lentezza di Hamas nel consegnare i corpi degli ostaggi morti.

Nei giorni successivi all’entrata in vigore del cessate il fuoco, Hamas schierò i suoi miliziani nel nord della Striscia nel tentativo di riprendere il controllo del territorio. Nella città di Gaza ci furono scontri con esponenti della potente famiglia Dughmush, con morti da entrambe le parti. Hamas prese di mira anche chi considerava “collaborazionisti e traditori” – le milizie e i gruppi armati sostenuti da Israele e coinvolti nei furti di aiuti.

L’amministrazione Trump aveva autorizzato Hamas “per un periodo limitato” a combattere la criminalità organizzata tra le macerie di Gaza. Un gesto trasgressivo che apriva la strada a esecuzioni sommarie e a una caccia a chi aveva collaborato con Israele. Furono denunciate sparatorie ed esecuzioni in varie zone.

Il 12 ottobre il giornalista Saleh Aljafarawi, noto per i suoi video sulla guerra, fu ucciso da combattenti di una milizia mentre seguiva gli scontri nel quartiere Sabra della città di Gaza. Mondoweiss sottolineò che l’uccisione sollevava interrogativi “sullo stato di caos e illegalità che si sta diffondendo nella Striscia.”

La diplomazia di Trump: tra pragmatismo e contraddizioni

L’accordo raggiunto da Trump confermava un approccio non convenzionale alla diplomazia. Per il presidente americano tutto si riduceva a una questione di relazioni personali e rapporti di forza. La storia era un ingombro. In nessuna circostanza Trump aveva preteso di mettere israeliani e palestinesi su un piano di uguaglianza.

Come scrisse Pierre Haski su Internazionale, Trump aveva “deciso di ignorare i diritti politici dei palestinesi, come nel suo piano di pace del 2020, scegliendo di concentrarsi su un obiettivo immediato – la liberazione degli ostaggi israeliani – e su considerazioni economiche. Il miliardario vede i paesi del Golfo come una cassaforte inesauribile.”

Il successo nella liberazione degli ostaggi era innegabile. Secondo Axios, per ottenerla l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner avevano avuto un incontro decisivo in Egitto l’8 ottobre con il capo della delegazione di Hamas, Khalil al-Hayya. La Casa Bianca non aveva esitato a negoziare direttamente con Hamas.

Phil Gordon, ex consigliere diplomatico della vicepresidente Kamala Harris, ammise che c’erano “vantaggi nella volontà di Trump di fare le cose in modo diverso, come parlare direttamente con Hamas e scavalcare Netanyahu”. Ma avvertì che l’amministrazione Trump potrebbe sopravvalutare “la volontà di Hamas di disarmarsi e quella dei paesi arabi di fornire forze di sicurezza.”

I paesi arabi: tra opportunismo e prudenza

Per la seconda volta, i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti evitarono il vertice, rappresentati dai loro ministri degli esteri. Anche se l’assenza del principe ereditario saudita Mohammad bin Salman e del presidente degli Emirati Mohammad bin Zayed non significava necessariamente un rifiuto del piano, per i due leader era difficile impegnare la loro influenza regionale e il loro potere finanziario in un progetto che rimaneva dipendente dalle condizioni di sicurezza sul campo.

I due paesi erano particolarmente attesi sul fronte della ricostruzione. L’Egitto aveva annunciato l’intenzione di tenere presto una conferenza, ma questa avrebbe potuto avere inizio solo quando le forze israeliane si fossero ritirate almeno fino al perimetro di sicurezza previsto dal piano.

Gli Stati Uniti si aspettavano che Qatar, Egitto, Turchia, Emirati e Indonesia fornissero la maggior parte del contingente della forza internazionale di stabilizzazione, stimato in circa 10.000 uomini. Ma questo avrebbe messo i paesi arabo-musulmani in imbarazzo, se la loro missione fosse stata percepita come una nuova occupazione o addirittura come un sostegno agli israeliani.

L’Iran aveva rifiutato l’invito del Cairo al vertice, pur sostenendo controvoglia il piano di Trump. Trump aveva dichiarato che “la mano dell’amicizia e della cooperazione resta tesa”, ma prima di negoziare con Teheran voleva “chiudere la questione con la Russia.”

L’Autorità Nazionale Palestinese: un ritorno incerto

Prima dell’apertura del vertice, Trump aveva accolto con una stretta di mano il presidente palestinese Mahmoud Abbas. L’invito all’Autorità Nazionale Palestinese aveva permesso una rappresentanza palestinese a Sharm el-Sheikh. “È un segnale molto positivo”, aveva commentato il presidente francese Emmanuel Macron. “È il riconoscimento della legittimità dell’ANP.”

Mentre Israele rifiutava qualsiasi partecipazione di Ramallah nella gestione del dopoguerra a Gaza, l’ANP aveva trovato un posto nel piano di Trump. Avrebbe dovuto subentrare all'”autorità transitoria temporanea” prevista per gestire i servizi pubblici e comunali. Per farlo, però, avrebbe dovuto “completare un programma di riforme” ed essere in grado di “riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace.”

Il piano statunitense indicava che, con la ricostruzione di Gaza e le riforme di Ramallah, “potrebbero finalmente verificarsi le condizioni per aprire una strada credibile verso l’autodeterminazione e la creazione di uno stato palestinese.” Una formulazione vaga e condizionale che lasciava aperte tutte le incognite.

La Cisgiordania: verso l’annessione

Mentre l’attenzione mondiale si concentrava su Gaza, la situazione in Cisgiordania continuava a deteriorarsi. Durante la guerra, il governo israeliano aveva accelerato la colonizzazione e rafforzato il controllo militare sul territorio. La prospettiva di un’annessione formale di ampie porzioni della Cisgiordania rimaneva sul tavolo.

Il progetto “due popoli due stati”, già moribondo prima del 7 ottobre, appariva ormai completamente defunto. Dopo oltre 700.000 coloni in Cisgiordania, la frammentazione del territorio palestinese, e il controllo israeliano su acqua, confini e sicurezza, la creazione di uno stato palestinese vitale sembrava impossibile.

Molti analisti sostenevano che Israele stesse perseguendo una politica di fatto di annessione graduale, creando realtà irreversibili sul terreno mentre il mondo era distratto dalla guerra a Gaza.

La responsabilità dei complici

Come scrisse Nesrine Malik su The Guardian, il vertice di Sharm el-Sheikh rappresentava “un’opportunità per dimenticare, per cancellare dalla coscienza collettiva un’epoca in cui alcuni paesi occidentali hanno calpestato le norme e le istituzioni internazionali per imporre la distruzione di Gaza.”

“C’è un’espressione araba, hameeha harameeha, che significa ‘il custode è il ladro’, e mi viene in mente quando chi ha riempito Israele di armi si riunisce per capire come raggiungere la pace a Gaza”, scrisse Malik. “Nelle prossime settimane si vedrà una Gaza ancora più devastata. Le persone tornano alle loro case nella città di Gaza e trovano una terra desolata, rasa al suolo.”

Trump aveva celebrato il suo successo diplomatico, lodando la condotta di Israele. Suo genero Jared Kushner aveva elogiato: “Invece di replicare la barbarie del nemico, avete scelto di essere eccezionali.” Il premier britannico Keir Starmer aveva lodato Trump per aver raggiunto l’accordo. “E così ora abbiamo un crimine senza criminali, un genocidio senza genocidari”, commentò Malik.

“L’intera storia di impunità e dominio israeliani in Palestina, di ripetute pulizie etniche, regime militare, espansione degli insediamenti – e ora di esplicito rifiuto dell’autodeterminazione palestinese – è cancellata, ancora una volta. Questa volta l’assoluzione è ancora più urgente, perché la responsabilità dei paesi che hanno sostenuto Israele è più chiara che mai.”

I paesi occidentali che avevano fornito armi, limitato le proteste e rifiutato sia di approvare le dichiarazioni di genocidio sia di obbedire alle richieste della Corte Penale Internazionale quando aveva emesso un mandato di arresto per Netanyahu, ora si precipitavano a Sharm el-Sheikh per “ripulirsi la coscienza”, come scrisse Malik.

“La pace a Gaza rappresenta un’opportunità per dimenticare, per cancellare dalla coscienza collettiva un’epoca in cui alcuni paesi occidentali hanno calpestato le norme e le istituzioni internazionali. Ma molte persone nel mondo che hanno assistito al massacro non lo dimenticheranno così facilmente.”

Un secolo di fallimenti: pattern ricorrenti

Guardando alla lunga storia di questo conflitto, dalla Dichiarazione Balfour all’accordo di Sharm el-Sheikh, emerge un pattern desolante di opportunità mancate, promesse tradite e errori ripetuti. Ogni generazione ha ereditato i rancori e i traumi della precedente, in un ciclo di violenza che sembra inarrestabile.

Il conflitto israelo-palestinese è stato definito il più intrattabile del mondo. A differenza di altri conflitti che sono stati risolti – l’apartheid in Sudafrica, il conflitto nordirlandese, persino guerre mondiali – questo sembra resistere a ogni tentativo di soluzione.

Le ragioni sono molteplici. Sul piano emotivo e identitario, entrambi i popoli rivendicano la stessa terra come patria ancestrale, carica di significati religiosi, storici e nazionali. Per gli ebrei, Israele è la realizzazione del sogno sionista dopo secoli di persecuzioni culminate nell’Olocausto, la garanzia che “mai più” subiranno un genocidio. Per i palestinesi, è la loro terra natale da cui sono stati espulsi, un’ingiustizia storica mai riparata.

Sul piano demografico, la terra tra il fiume Giordano e il Mediterraneo ospita circa 7 milioni di ebrei israeliani e 7 milioni di palestinesi. Qualsiasi soluzione deve confrontarsi con questa realtà: come garantire autodeterminazione e sicurezza a entrambi i popoli nello stesso piccolo territorio?

Sul piano politico, decenni di conflitto hanno radicalizzato entrambe le società. In Israele, la popolazione si è spostata costantemente a destra. I partiti pacifisti sono marginali, i coloni hanno un potere politico enorme, la sicurezza è l’ossessione dominante. In Palestina, l’Autorità Nazionale è vista come corrotta e collaborazionista, mentre Hamas, nonostante il suo estremismo, gode di supporto per la sua resistenza armata.

Sul piano internazionale, il conflitto è stato per decenni un campo di battaglia della Guerra Fredda, poi delle rivalità regionali tra Iran e paesi arabi sunniti, ora delle tensioni tra un ordine occidentale in declino e potenze emergenti. Gli Stati Uniti hanno sempre fornito un sostegno quasi incondizionato a Israele, rendendo impossibile una mediazione equa.

Le sfide del dopoguerra: oltre il cessate il fuoco

Come avvertirono numerosi analisti, il cessate il fuoco era solo l’inizio della parte più difficile. Gli ostacoli per trasformare la tregua in una pace duratura erano enormi: ottenere che Hamas rinunciasse alle armi e smilitarizzare Gaza – prerequisiti fondamentali perché Israele si ritirasse completamente – sarebbe stato tutt’altro che facile.

“Basta una provocazione di Hamas e una reazione israeliana sproporzionata, e si può scatenare una spirale”, osservò Nimrod Novik, ex inviato israeliano e membro dell’Israel Policy Forum. “Spetterà al Qatar, alla Turchia e all’Egitto fare pressione su Hamas affinché non provochi.”

Poi c’erano le questioni sulla governance e la sicurezza nella Striscia: l’istituzione di una forza internazionale, la ricostruzione dell’economia e delle infrastrutture, la creazione di un comitato di governo palestinese temporaneo. Durante i colloqui che avevano portato al cessate il fuoco, le disposizioni sul “giorno dopo” erano state tra le più complicate e spinose, tanto che alla fine erano state escluse e rimandate alla seconda fase di negoziati.

La ricostruzione di Gaza rappresentava una sfida colossale. Le Nazioni Unite avevano stimato che servirebbero 14 anni solo per rimuovere le macerie e oltre 50 miliardi di dollari per la ricostruzione. Ma chi avrebbe pagato? Chi avrebbe supervisionato? E soprattutto: chi avrebbe governato?

Il piano prevedeva un “Consiglio per la Pace” presieduto da Trump per supervisionare Gaza, ma i contorni erano vaghi. Il nome di Tony Blair, avanzato come co-presidente, era sgradito a Hamas e ai palestinesi. “A me piace Blair, ma vediamo se tutti lo vogliono”, aveva detto Trump a bordo dell’Air Force One.

La questione demografica e il futuro

C’era un fattore di lungo termine che avrebbe potuto cambiare tutto: la demografia. Tra il fiume Giordano e il Mediterraneo, ebrei e arabi erano quasi pari numericamente. Se si includevano i rifugiati palestinesi che rivendicavano il diritto al ritorno, i palestinesi erano di più. Le proiezioni demografiche indicavano che, entro pochi decenni, gli arabi sarebbero stati una maggioranza sostanziale.

Israele si trovava di fronte a un dilemma fondamentale: poteva rimanere uno stato ebraico, o uno stato democratico, ma non entrambi se controllava milioni di palestinesi senza diritti. Alcuni in Israele parlavano apertamente di “separazione” o “riduzione demografica” – eufemismi per trasferimento di popolazione.

I piani distopici per la “Riviera di Gaza” si inserivano esattamente in questa logica. Come scrisse Shehada: “La fantasia della Riviera non è una deviazione dagli ultimi vent’anni di politiche draconiane israeliane di assedio e massacri a Gaza, ma il loro coronamento. È un gioco di parole per mascherare l’indifendibile; la distruzione diventa ‘preparazione del sito di cantiere’, lo sfollamento diventa ‘pianificazione urbana’, l’annientamento diventa un gradino verso profitti da realizzare.”

Ma nel XXI secolo, con telecamere ovunque e opinione pubblica globale sempre più critica, una pulizia etnica su larga scala sarebbe difficile da realizzare senza conseguenze internazionali devastanti. Eppure, quando si guardava alla distruzione sistematica di Gaza, al tentativo di renderla inabitabile, all’incoraggiamento dell’emigrazione “volontaria”, ci si chiedeva se non fosse esattamente questo che stava accadendo, gradualmente, sotto gli occhi del mondo.

Le voci della resistenza: nuove generazioni, vecchie speranze

C’era un elemento di speranza, per quanto tenue: le nuove generazioni. Nelle università americane ed europee, nelle piazze di tutto il mondo, giovani ebrei e non ebrei protestavano contro le politiche israeliane a Gaza, rifiutando la narrazione che ogni critica a Israele fosse antisemitismo.

Organizzazioni ebraiche come Jewish Voice for Peace e IfNotNow sfidavano il sostegno acritico a Israele, rivendicando un ebraismo basato sulla giustizia. In Israele stesso, c’erano voci dissidenti – organizzazioni come Breaking the Silence, B’Tselem, Combatants for Peace. Erano minoranze, spesso ostracizzate, ma esistevano.

Tra i palestinesi, nonostante decenni di oppressione e radicalizzazione, c’erano ancora voci che credevano nella resistenza nonviolenta, nel dialogo, nella possibilità di convivenza. Ma queste voci erano sovrastate dal rumore delle armi, dalla retorica nazionalista, dalla politica dell’odio.

La mobilitazione della società civile globale era cresciuta enormemente durante i due anni di guerra. La Global Sumud Flotilla, le proteste universitarie, il movimento BDS, le manifestazioni di massa – tutto questo stava cambiando lentamente il discorso pubblico, specialmente negli Stati Uniti e in Europa.

Ma questo cambiamento arrivava troppo tardi per decine di migliaia di palestinesi già morti, per i bambini che morivano di fame, per le generazioni traumatizzate. E non era chiaro se e quando si sarebbe tradotto in cambiamenti politici concreti.

Il peso della storia: Olocausto e Nakba

C’era un parallelismo storico inquietante che ossessionava questo conflitto. Durante l’Olocausto, il mondo era rimasto largamente silente mentre sei milioni di ebrei venivano sterminati. Dopo, la comunità internazionale aveva giurato “mai più” – mai più genocidi, mai più indifferenza.

Settantasette anni dopo, sopravvissuti all’Olocausto e loro discendenti erano tra le voci più eloquenti che denunciavano ciò che stava accadendo a Gaza. Alcuni sopravvissuti avevano restituito medaglie e onorificenze, rifiutandosi di essere usati per giustificare ciò che consideravano un altro crimine contro l’umanità.

“L’Olocausto non ci dà un assegno in bianco per opprimere altri popoli”, dicevano. “La memoria della Shoah dovrebbe renderci più sensibili alla sofferenza altrui, non meno.” Ma le loro voci erano sovrastate dalla macchina propagandistica che equiparava ogni critica a Israele con l’antisemitismo.

Il risultato perverso era che la lotta contro l’antisemitismo – quella reale, urgente, necessaria di fronte alla riemergenza di movimenti neonazisti – veniva compromessa dall’abuso del termine per scopi politici. Quando ogni critica alle politiche israeliane veniva bollata come antisemita, il termine perdeva significato.

Gaza come simbolo globale

Gaza era diventata un simbolo globale, ma non nel modo che i promotori della “Riviera” immaginavano. Era diventata il simbolo dell’ingiustizia, dell’impunità, della brutalità della forza contro i deboli. Una causa che univa movimenti progressisti in tutto il mondo.

Per molti nel Sud globale, Gaza rappresentava la continuazione del colonialismo con altri mezzi. Vedevano nei palestinesi un popolo indigeno espropriato da coloni europei con l’appoggio delle potenze occidentali. Vedevano nella retorica sulla “terra senza popolo per un popolo senza terra” l’eco delle giustificazioni coloniali di sempre.

Per i giovani occidentali, sempre più critici dell’eredità coloniale dei loro paesi, Gaza era diventata la causa morale definitiva. Le proteste nelle università, il movimento BDS, la mobilitazione sui social media – tutto questo stava cambiando lentamente ma inesorabilmente il discorso pubblico.

Il sistema internazionale basato su regole, già fragile, stava collassando sotto il peso della sua ipocrisia. Le stesse regole invocate per condannare l’aggressione russa in Ucraina venivano ignorate per Israele-Palestina. Questa doppia morale stava erodendo la legittimità dell’ordine liberale occidentale agli occhi del resto del mondo.

Il trauma permanente

Come aveva scritto Refaat Ibrahim da Gaza: “Il cessate il fuoco non ha portato pace: ha solo trasformato la sofferenza dandole una forma più silenziosa e insidiosa. Anni di bombardamenti incessanti hanno creato una paura e un’angoscia che nessun intervento esterno può cancellare.”

“Quando i bombardamenti si sono placati, è tornata a galla tutta la sofferenza che avevamo sepolto per affrontare il caos. Le persone hanno cominciato a fare le domande che si erano costrette a ignorare. Il silenzio che ne è seguito è stato più pesante di tutte le esplosioni a cui erano sopravvissute.”

Il trauma collettivo di Gaza – almeno il 10% della popolazione ucciso o ferito, linee familiari intere spazzate via, bambini orfani e mutilati, un’intera società frantumata – non poteva essere guarito da aiuti umanitari e dichiarazioni diplomatiche. Serviva un impegno di lungo termine, risorse massive, e soprattutto giustizia.

“Le guerre scavano ferite profonde e per guarirle non bastano le parole”, aveva scritto Ibrahim. “Serve un supporto continuo e concreto. Il cessate il fuoco non è un traguardo. Segna l’inizio di una battaglia più difficile contro l’angoscia, la memoria e il dolore che rifiuta di scomparire.”

Verso quale futuro?

A ottobre 2025, mentre il cessate il fuoco reggeva precariously e il mondo celebrava la fine della guerra, le domande fondamentali rimanevano senza risposta. Chi avrebbe governato Gaza? Come sarebbe stata ricostruita? Chi avrebbe pagato? Cosa sarebbe successo alla Cisgiordania? Ci sarebbe mai stato uno stato palestinese?

Le opzioni sul tavolo erano poche e tutte problematiche. La soluzione dei “due stati” appariva morta sul campo, uccisa dai fatti compiuti della colonizzazione. Uno stato unico che garantisse pieni diritti a tutti? Israele non avrebbe mai accettato di rinunciare alla sua natura di stato ebraico. Lo status quo – un’occupazione militare permanente – era insostenibile moralmente ma tollerabile per la maggioranza degli israeliani.

La verità scomoda era che, dal punto di vista israeliano, non c’era un incentivo sufficiente a cambiare. Israele era economicamente prospero, militarmente dominante, tecnologicamente avanzato. Aveva normalizzato le relazioni con molti paesi arabi, dimostrando che poteva integrarsi nella regione senza risolvere la questione palestinese.

Ma la demografia rimaneva la bomba a orologeria. E la crescente alienazione dell’opinione pubblica mondiale, specialmente delle giovani generazioni, rappresentava una minaccia di lungo termine alla legittimità di Israele.

Una domanda morale

Cento anni dopo la Dichiarazione Balfour, settantasette anni dopo la Nakba, cinquantotto anni dopo l’inizio dell’occupazione, diciassette anni dopo l’inizio del blocco di Gaza, due anni dopo il 7 ottobre, il conflitto israelo-palestinese rimaneva irrisolto. Ogni ciclo di violenza scavava il baratro più in profondità. Ogni generazione ereditava più odio, più trauma, più dolore.

La storia del conflitto era la storia di come le decisioni sbagliate di pochi potessero causare la sofferenza di milioni per generazioni. Era la storia di come il nazionalismo, quando diventava idolatria, potesse giustificare qualsiasi atrocità. Era la storia di come la paura e il trauma potessero trasformare le vittime in oppressori. Era la storia di come l’indifferenza internazionale potesse perpetuare ingiustizie insostenibili.

Ma era anche la storia di una resilienza straordinaria. I palestinesi che continuavano a vivere, a resistere, a sperare nonostante tutto. Gli israeliani che rifiutavano di diventare ciò che i loro antenati avevano combattuto. Gli attivisti di tutto il mondo che navigavano verso Gaza sapendo i rischi. I sopravvissuti all’Olocausto che dicevano “mai più” intendendo veramente mai più a nessuno.

Come aveva scritto Nesrine Malik, citando la poesia Gerontion di T.S. Eliot: “Dopo tale conoscenza, quale perdono?” Ciò che era stato rivelato durante i due anni di guerra – la portata della distruzione, il numero dei morti, il ruolo dei complici occidentali – rendeva impossibile tornare semplicemente allo status quo ante.

“I responsabili si sono da tempo squalificati da qualsiasi mandato sul popolo che hanno contribuito a uccidere e distruggere”, aveva scritto Malik. “La causa palestinese non può essere riportata ai margini di una politica ‘complessa’ e secondaria. Mentre i leader mondiali si riuniscono, una domanda aleggia su Sharm el-Sheikh: dopo tale conoscenza, quale perdono?”

L’accordo di Sharm el-Sheikh aveva fermato i bombardamenti, liberato gli ostaggi, aperto la strada agli aiuti. Ma non aveva risolto nulla di fondamentale. Non aveva affrontato le cause profonde del conflitto. Non aveva portato giustizia alle vittime. Non aveva creato le condizioni per una pace duratura.

Gaza rimaneva sotto blocco, anche se parzialmente allentato. La Cisgiordania rimaneva sotto occupazione militare. I rifugiati rimanevano nei campi. I coloni continuavano a espandersi. Hamas rimaneva armato. Israele rimaneva una potenza militare dominante. Gli Stati Uniti rimanevano il principale alleato di Israele. I paesi arabi rimanevano divisi tra interessi economici e solidarietà palestinese.

Il piano della “Riviera di Gaza” – quella fantasia distopica di grattacieli scintillanti e spiagge senza palestinesi – rimaneva nell’ombra, pronto a riemergere quando il mondo avesse smesso di guardare. L’obiettivo ultimo di rendere Gaza inabitabile e spingere i palestinesi ad “emigrare volontariamente” non era stato abbandonato, solo momentaneamente sospeso.

La domanda che aveva ossessionato generazioni – “Quando finirà?” – rimaneva senza risposta. Forse mai. Forse tra generazioni. Forse quando il costo di continuare sarebbe diventato insostenibile anche per chi lo considerava tollerabile. Forse quando fosse emersa una leadership coraggiosa da entrambe le parti. Forse quando la comunità internazionale avesse deciso finalmente di applicare le sue regole in modo coerente.

Ciò che era certo era che ogni giorno che passava senza una soluzione giusta, ogni bambino che moriva, ogni casa distrutta, ogni famiglia spezzata, rendeva quella soluzione più difficile. L’odio si accumulava come le macerie. Il trauma si stratificava come la storia. E la terra santa per tre religioni continuava a essere annaffiata con sangue innocente.

Finché ci sono voci che gridano nel deserto, attivisti che navigano verso il pericolo, sopravvissuti che testimoniano, giovani che protestano, e gente comune che rifiuta di accettare l’inaccettabile, c’è ancora speranza. Fragile, tenue, sempre più difficile da vedere attraverso il fumo. Ma c’è.

E la domanda morale del nostro tempo continua a risuonare, implacabile, attraverso le macerie di Gaza, le strade di Gerusalemme, le sale del potere a Washington e Tel Aviv, le piazze di tutto il mondo: da che parte della storia stiamo?

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